All’abbazia di Morimondo

Morimondo non è tanto lontano da Milano (A Sud-est di Milano, prendendo maldestramente in prestito A Ovest di Roma), eppure ha una “faccia” che non c’entra niente con la città. Non pare un prolungamento, ha una personalità a sé stante, che al primo sguardo è campagna e poi via via diventa sempre più personale, fino ad apparire come una specie di spaccatura temporale. Almeno dove sorge l’abbazia. Perché se poi esiste un paese Morimondo moderno non saprei, qui è come andare indietro di secoli.

Anche il freddo non c’entra con quello di Milano, è più intenso e sommato a quello interno degli ambienti del convento se ne esce rigidi come un corpo di secoli. Ma certo pieni del calore della storia.
L’intero complesso si può vedere solo con la visita guidata, e così eccoci ad attendere su questa piccola altura che appare strana, l’unica in chilometri di pianura, la cosa che mi colpisce di più insieme all’azzurro intenso del cielo che sbuca tra le finestre laterali della chiesa.

Il signore/guida darà presto una spiegazione. La chiesa è in gotico lombardo, la struttura più larga della reale facciata apparteneva a questo stile, le aperture sul cielo danno un senso di imponenza maggiore, anche a livello spirituale, e non hanno vetri così da poter spezzare la potenza dei venti. L’altura esisteva già, opera della sedimentazione del Ticino. Anche quello che avevo inteso solo come una decorazione ha un suo perché. I tondi incastonati nella facciata, i due gruppi laterali in basso posti a forma di croce, sono dei piatti in ceramica.

Non solo in senso figurato. Erano il segnale che lì i pellegrini e i poveri potevano trovare da mangiare. Al tramonto, l’ora più temuta da chi non ha casa e cibo, il sole batteva sulla ceramica che diffondeva così anche in lontananza bagliori di luce, un segnale appunto.
L’interno della chiesa ha la bellezza propria delle opere sobrie di questo periodo. I mattoni che compongono le colonne, realizzati anche con materiale caseario, sono ancora perfetti. Le colonne invece, anche se non si sarebbe notato senza la spiegazione della guida, hanno forme un po’ diverse, un altro segnale: ricordare all’uomo che solo Dio è perfetto.

Il coro ligneo è splendido. In questa bellezza così semplice l’altare stona come un corpo estraneo. Rifatto per volere di san Carlo nel 1573 e ulteriormente rimaneggiato nel Settecento, potrebbe fare una figura migliore in un altro contesto, lqui francamente risulta una brutta opera pesante e funerea nei suoi neri e argento.
Il convento è stato ristrutturato da non molto tempo secondo le regole conservative, ed è una specie di miracolo quanto sia rimasto se si pensa che fino agli anni ’80 è stato usato come abitazioni private. Gli ambienti sono tornati aperti come un tempo.

La guida non si risparmia nel descrivere il modello di vita dei frati che l’hanno abitato. Io non riesco a risparmiarmi su pensieri piuttosto mediocri del tipo: Dio, che vita d’inferno. Ora et labora senza soluzione di continuità. Uno dei tanti momenti di preghiera era previsto alle due di notte. Chi portava il lume lo passava a quello che palesemente si stava addormentando. Ho sempre avuto una particolare ammirazione per i frati, mi è capitato persino di invidiare loro la calma, il silenzio. Ora sono qui, ogni tanto devo battere i piedi e muovere le gambe perché il freddo è già arrivato all’ultimo livello: le ossa, e vedo me stessa svegliata alle due di notte e poi alle cinque… e poi chissà ancora quando, e rivedo un po’ le mie convinzioni.
Tutto è veramente interessante.

Riporto giusto quello che ha attraversato il tempo e rimane ancora tra noi. C’è una sala che si chiama capitolare, o capitolo, dove si riunivano i religiosi che avevano poteri decisionali, gli altri restavano fuori dalla sala, potevano solo ascoltare, da qui l’espressione Avere (o non avere) voce in capitolo.
Altre cose sembrano avere attraversato il tempo, questa volta più misteriosamente. Un paio di improbabili tv a schermo piatto.

Fuori è campagna e preparazione ai colori dell’imbrunire.

Guardo i campi intorno e mi prende un’altra botta di mediocrità. L’ora l’avrei scartato a priori, anche per evitare che fosse il priore a scartare me a priori, ma con il labora forse si sarebbe potuto fare. Io credo che a quasi tutti i cittadini gli piglia periodicamente il desiderio di voler affondare le mani nella terra, è un elemento estremamente più vicino all’essere umano di quanto lo sia il cemento. Ascolto la spiegazione delle marcite, l’acqua può essere utilizzata anche d’inverno perché essendo su un piano inclinato scorre via senza gelare sulle radici.

Le mie radici invece sono talmente ghiacciate che credo di non poter più distinguere bene le cose.

Ma è un gallo?, chiedo alla signora che chiude il gruppo con le chiavi in mano. Sì. Ma un gallo che vola così in alto? Non ho mai visto i galli su un albero. Certo che vola, non tanto, eh, ma fino a lì ci riesce. Mi guarda con quella bonarietà propria della gente di campagna, la stessa che si riserva a un somaro. Un po’ mi offendo perché io conosco la campagna. E poi mi sovviene: non ho mai visto un gallo nel pieno della sua esistenza perché mia zia detestava il loro canto, passasse alle sei del mattino ma alle tre di notte no, non era tollerabile, per tanto al primo accenno di esibizione il pollo aveva già il destino segnato.

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