Di Perugia, dintorni e meditazioni italiche

Perugia sta tutta arroccata su e giù. Prendete una di pianura, che frequenta poco la montagna, mettetela in mano a due che anche se non originari di Perugia vi abitano da anni e avrete questa scena penosa di un essere strisciante che arranca dietro a due stambecchi. Questo è il mio approccio con il capoluogo umbro. Ma voi tutti i giorni vi fate questa strada per andare al lavoro? chiedo. Ma no, l’abbiamo allungata per farti fare il giro turistico. Ah be’… Superato il trauma del primo impatto, si capisce che si può fare, in realtà molto più agevolmente che nell’afa di Milano quando l’asfalto sembra una cosa viva che ti si avvinghia alle gambe.

Su cosa concentrarsi per parlare di Perugia? È una città d’arte, ma i due stambecchi lì ne sanno più di me, e poi per questo esistono le guide. È una città morbida, nel senso che non ci sono i picchi alpini ma le forme arrotondate e verdi degli Appennini. Ma la descrizione del panorama lasciamola ai poeti. Io parlerò da viaggiatore, quello che lascia entrare le immagini negli occhi e ascolta i pensieri che ne escono.
Sono le vie, i balconi con i fiori, i pigri gatti che si appropriano dei vicoletti, gli ameni cartelli degli autoctoni,

Perugia 1

Perugia 2

Perugia 3

su su in un crescendo fino alle strutture più audaci e antiche, e così perfette nella loro realizzazione da resistere per secoli agli assalti dell’uomo e della natura.

Maestà della Volte 1

Maestà della Volte 2

Acquedotto medievale

Può essere quella che credi un’allucinazione, che accetti di buon grado: un lupo nella terra di san Francesco; ci può stare, pensi, prima di notare un padrone normale, che come tutti i padroni parla col suo cane, e quello però non gli risponde se non con lo sguardo.

Lupo

Può essere che ti perdi nelle opere splendide della Galleria nazionale dell’Umbria,

Galleria Nazionale Umbria

nell’infinito numero di chiese,

Tempio di Sant Angelo 1

Tempio di Sant Angelo 2

Perugia chiesa

Ex chiesa San Francesco al Prato

Oratorio di San Bernardino

Cattedrale di San Lorenzoin cose che ti inducono un delirio da Voyager come il Pozzo etrusco

Pozzo etrusco 1

Pozzo etrusco 2

(saranno ancora lì a chiedersi quanto si può essere deficienti a non accorgersi di una telecamera di sicurezza proprio puntata verso la mia penosa imitazione di Giacobbo?). O il visibilio provato nei meandri sotterranei della Rocca Paolina, quanto resta di una fortificazione che doveva essere imponente. Storia viva, tanto che temi che a girare un angolo buio ci sia uno della famiglia Baglioni ad accoltellarti, e storia moderna, sembra il set di un film, che si mescolano insieme e quando esci ti senti un po’ stordito.

Rocca Paolina 1Rocca Paolina 2

E tutte queste immagini iniziano a comporsi in un pensiero che prenderà una forma definitiva solo alla fine del viaggio.

Fontana MaggiorePalazzo Gallenga

Nel tardo pomeriggio si alza un vento leggero che rinfranca di tutti i su è giù della giornata. L’azzurro si fa più intenso, i contorni ancora più morbidi, le chiese sembrano trovare il silenzio che spetta loro, qualche traccia di rosa e poi il blu prende il sopravvento.

Perugia sera 1

Non piatto, sfumato, ma blu. Si accendono le luci nei vicoletti, che però mantengono il loro fascino di chiaroscuri.

Perugia sera 2Perugia sera 3Perugia sera 4

Come ogni buon giocatore, Perugia ha calato il suo asso sul finire della partita.

Perugia sera 5

 

La cascata delle Marmore

In viaggio

Io credo sia un nostro diritto, di italiani e di turisti, criticare. Non un inutile giudizio negativo tout court, ma un dire: guarda quanto potresti fare di più, guadagnare di più. Alla stazione dei treni di Terni, mettimi un bel cartellone con scritto Pullman per le cascate, e quando il pullman sembra esserci e sembra dover passare in quell’ora lì, fallo passare. Ti pago dieci euro per entrare, non puoi darmi una miseranda mappa dei sentieri? Non puoi evitare di dirmi che le navette ci sono solo il sabato e la domenica quando non è vero? Devi per forza far pagare 50 centesimi ogni ingrediente in più nel panino? Questa è una maledetta pecca italiana, non saper valorizzare quello che si ha, che non è mica poco.

Ma la natura, si sa, lenisce le sofferenze. Da lontano sembrano fumo, gli spruzzi vaporizzati della cascata. Arrivo che l’acqua si sta chiudendo e fino alla riapertura la cascata è comunque bella. I sentieri sono più agevoli di quanto immaginassi e mi immergo nella bellezza delle forme che di lì a qualche ora cambieranno.

Marmore 1

Marmore 2Marmore 3Marmore 4

Marmore 6

Ho comprato una specie di sacco della pattumiera che passa sotto il nome di impermeabile, o qualcosa del genere, da usare se si arriva a uno dei punti più alti della cascata. Poco prima delle 15 l’altoparlante annuncia l’imminente apertura dell’acqua, preceduta da tre sirene che sembrano quelle delle fabbriche. Il “fumo” ricomincia a farsi vedere, all’inizio giusto una fumatina,

Marmore 5

poi via via sembra che la montagna si faccia un gigantesco cannone (sarà per questo che al negozio turistico vendono anche articoli dei pellerossa?), finché inizi a sentire le gocce, sempre più numerose, e il caldo un po’ afoso viene spazzato via da un vento freddo. L’acqua inizia a ruggire e poi esplode con quella boria di potenza che solo la natura riesce a raggiungere. Ripercorro i sentieri che ora sono affiancati da un fiume che ribolle e le forme di prima hanno lasciato il posto ad altre. Il mio pseudoimpermeabile non regge al vento, anzi, non regge proprio a niente, e io me ne sto lì, mezza bagnata, mezza infreddolita in una delle mie estasi paniche, a ingozzarmi di ogni mulinello, gioco d’acqua, foglia, roccia, ramo nodoso.

Marmore 7Marmore 8Marmore 9Marmore 10Marmore 11Marmore 12

 

Assisi

Assisi 1

Forse bisogna avere una spiritualità diversa dalla mia per trovare san Francesco in questo luogo. Pullman e una quantità impressionante di riproduzioni del santo in vari materiali, con o senza chierica, barba più o meno lunga e nessuno dei suoi adorati animali di contorno. Fortunatamente non è così affollata come me l’aspettavo e le basiliche sono davvero splendide.

Assisi 2

Forse bisogna essere più francescani per non pensare che è veramente imbarazzante dire fai cheese al papà col bambino in braccio e l’affresco dietro. C’è da dire che per quante cose brutte debba aver visto, se si fossero aggiunti anche i moderni cretini magari sarebbe stato un po’ meno francescano anche lui.

Assisi 3

Ma via, dopo le basiliche affrontiamo l’ennesima erta, e nei punti più stretti e isolati si ritrova la bellezza, negli scorci e nei negozi che hanno detto niet alla paccottiglia ed esibiscono oggetti artigianali raffinati.

Assisi 4

Santuario della Spogliazione

Tempio di Minerva

Su fino a Santa Chiara, purtroppo chiusa.

Santa Chiara 1

Santa Chiara 2

Non resta che consolarci con il pranzo. Un’osteria scelta quasi per caso che però va benissimo. No No, davvero, va benissimo, gulp. “Qualunque cosa ti portino, tu non lamentarti”, dico a Dario segnandogli il bersaglio balestrato sopra le nostre teste.

Bersaglio

Si torna a scendere, verso Santa Maria degli Angeli. In quest’epoca ipertecnologica puoi fare tante cose alla velocità della luce, ah sì, tranne quelle più banali. E dunque si può celebrare anche i miracoli laici.

Posta

Il lago Trasimeno

E che ci volete fare, noi lombardi abbiamo negli occhi e nel cuore gli azzurri del lago di Garda e le vette di quello di Como. Così, amici umbri, non friggeteci nella vostra padella più grande del mondo se restiamo perplessi davanti al Trasimeno.

Padella Passignano

Il suo verdino smortino non è l’unica cosa che mi lascia un po’ dubbiosa.

Trasimeno

Monumento agli aviatoriTarga aviatori Passignano

C’è anche una mancanza di turisti, una folla un poco più corposa. Tengono alta la bandiera un gruppone di ragazzini tedeschi. Mangio un meraviglioso pesce misto lago-mare in un locale con lunghe tavolate… ci sono io in un angoletto del tavolone, le due signore del ristorante e il loro fin troppo placido cagnolino. Delusa da Passignano sul Trasimeno? Ma neanche per sogno. Mi addentro per le stradette su verso la Rocca.

Rocca Passignano

Un gatto rosso un po’ arruffato si nega al mio obiettivo ma sembra, voltandosi di quando in quando, volermi accompagnare fino alla meta.

Gatto Passignano

Alzata dell'orologio Passignano

E i pensieri ritornano, in questi strani posti che alcuni costruiscono apposta per far finta di averli e che noi abbiamo qui, già belli e fatti.

Rocca Passignano 2

Passignano 1Passignano 2Torre triangolare PassignanoPassignano 3

Torno in stazione e vedo una statua: e che ci fa Mao qui? Ma ci assomiglia proprio!

Il capostazione Passignano

Divertita, mi butto giù su una panca di legno, sperando che il treno arrivi prima che il sole si sposti del tutto mangiandosi la poca ombra. Siamo io e un ragazzo di colore. Alle mie spalle il bar con il barista che fa anche da bigliettaio. Del bagno neanche a parlarne. Che questi luoghi un po’ da Cristo si è fermato a xy abbiano un loro fascino è fuor di dubbio, però… però è questo disfacimento che ho davanti (così comune a tanti altri luoghi che potrebbe essere ovunque) che ricompone i frammenti dei miei pensieri, le immagini, i brani di conversazione.

Passignano 4

Questi meravigliosi borghi storici quanto vivranno ancora? Quanti saranno disposti a vivere in palazzi dove non puoi avere la macchina sotto casa, dove devi fare le scale e che altro. E se i ragazzi se ne vanno tutti e, abbandonati, questi edifici crollano?
Terni e il suo inquinamento, come in tanti altri luoghi d’Italia, dove le imprese si sono mangiate tutto e se ne sono andate lasciando solo veleni. Mi viene in mente un articolo letto di recente, una delle professioni più richieste sarà il data analyst o qualcosa del genere. Insomma, quell’entità grigia che passa tutto il giorno a spiare te che salti da un sito all’altro, fa il quadro dei tuoi interessi per poi affliggerti per mesi con la pubblicità degli stessi prodotti che hai appena cercato. Con tutto il rispetto per chi lo fa, ma si potrà mai arrivare ai 70 anni della pensione facendo un lavoro così? E le start-up che fanno app che il 90% di esse non ho ancora capito a cosa servono e che tutti cercano di farti credere che ti semplificano la vita. E se uno non vuole fare l’ingegnere, l’informatico, il ricercatore e neanche ha voglia di andarsene dalla sua città, ma sarà libero di farlo?
E allora, se fosse qui il nostro futuro, in queste “cose vecchie” che pochi altri possono vantare? E se le grandi opere a cui tutti i partiti inneggiano fossero tante piccole opere che proteggono la più grande di tutte? Se c’è bellezza, c’è lavoro. Tieniti la tua favolosa app per sapere quanta coda devo fare alla posta (e non ci devo andare lo stesso alla posta?) e ridammi Perugia, le stradine, i borghi e le montagne, che non sporcano, non inquinano e non rincretiniscono come gli smartphone.

Grazie a Paola e Dario che mi hanno ospitato, suggerito, spiegato, trascinato. Senza di loro probabilmente l’Umbria sarebbe rimasta nel cassetto.

Pascal, il filosofo dei correttori di bozze

Pascal-Dario Rivarossa

Ci sono cose, che magari gli altri nemmeno vedono, che tormentano il correttore di bozze come un chihuahua alla caviglia. Una di queste è la ripetizione. Ti tormenta l’idea che ti sfugga, ti tormenta perché non sai cosa metterci, ti tormenta se ci metti qualcosa che poi non va veramente bene ma ti tormenta anche se non lo metti.

Ora il buon Blaise Pascal ci giustifica tutti, invidia a parte che non si capisce bene dove collocarla, ma si vede che anche lui aveva i suoi tormenti.

«Quando in un discorso si trovano parole ripetute, e, tentando di correggerle, si trova che sono così appropriate che a sostituirle lo si guasterebbe, bisogna lasciarle, quello ne è il segno, anche se questo alimenta l’invidia, che è cieca, e non sa che in quei casi la ripetizione non è un errore; perché non vi sono regole generali.»

Ancora una volta, grazie a Dario Rivarossa per i suoi lavori ““su commissione”.

 

Piccole meraviglie a Calolziocorte e Olginate

Calolziocorte è un paese a pochi chilometri da Lecco. Decido di andarci perché anch’esso vanta un lago, un laghetto a dir la verità, e perché al contrario di Lecco è una destinazione sconosciuta. La stazione sul sito dei treni e sulle mappe si chiama Calolziocorte-Olginate, solo la stazione medesima riporta l’unico nome Calolziocorte, forse per un’orgogliosa resistenza all’unione o forse più semplicemente perché Trenord non ha voglia di aggiornare i cartelli. Pensare che la cosa possa portare un po’ di dubbi in chi giunge lì per la prima volta non è contemplato.

Come già successo altre volte, mi trovo in un luogo senza indicazioni e con pochi esseri umani. Non mi resta che seguire la deduzione empirica che l’acqua “ferma” sta verso il basso. Arrivata allo specchio d’acqua che prende il nome di lago di Olginate, formato dall’Adda, vedo che è la pacchia dei ciclisti. Il lago è completamente circondato da una pista ciclabile, e quindi anche pedonabile.

Calolziocorte 1

Ci sono luoghi che si possono definire modesti, è il caso di questi due paesi gemelli, ma sono pur sempre la dimostrazione che anche con un breve viaggio di mezza giornata ti porti a casa qualcosa che non sapevi.

Calolziocorte-bario

Un ponte trafficato ma dotato di corsia pedoni attraversa l’Adda e porta da Calolziocorte a Olginate.

Calolziocorte Ponte

La corsia è in realtà composta da grate che danno direttamente sull’acqua. Memore delle vertigini già provate una volta su queste diavolerie inventate per stoici ciclisti e pedoni, evito di guardare in basso e solo brevemente di lato, un portamento elegante, insomma, sperando di non doversi attaccare alla sponda per ritrovare la trebisonda. Raggiungo Olginate e non posso fare a meno di ridere, quasi silenziosamente ma inevitabilmente. Nonostante i suburbani ogni mezz’ora, nonostante non ci siano quasi più confini fatti di terra, Milano resta una perigliosa realtà di gangster meritevole di strillone.

Olginate 2

Continuo il mio tour.

Olginate Villa dAdda Sirtori CartelloOlginate Villa dAdda Sirtori 1Olginate Villa dAdda Sirtori 2

Un palazzone particolare ma a cui non stavo dando molta attenzione, in realtà un custode di memoria.

Olginate ex filanda

È un ex filanda dell’800 che, come da didascalia, «produceva 17.000 chili di seta finissima l’anno, fermata negli anni Trenta a causa della crisi economica del 1929, dall’avvento della seta artificiale (raion) e della concorrenza della seta greggia giapponese».

L’aria fine della Brianza si è dissolta, o nei tempi di effetto serra che ormai siamo costretti a vivere da anni o nell’afa che nemmeno le montagne riescono a dissipare o forse perché è il microclima proprio dei fiumi. Mi butto giù su una panchina all’ombra e mi abbiocco come un vecchietto. E poi riparto.

Calolziocorte-Olginate 2

La camminata è lunga, il caldo persiste, soprattutto quando il sentiero si allontana dall’acqua e costeggia da vicino i campi ma la circumnavigazione si compie, il cerchio si chiude sul ritorno a Calolziocorte.

Calolziocorte-Olginate

Ed è da questo giro che scopro un vero gioiello: il santuario di Santa Maria del Lavello,

Santa Maria del Lavello 1

Santa Maria del Lavello 3

con i resti sotterranei della prima chiesa romanica

Santa Maria del Lavello 2

L’affresco di fine 1400 inizio 1500 Annunciazione

Annunciazione

quello di fine 1400 (ex voto) Madonna in trono con bambino e donatori

Madonna in trono con bambino e donatori

Ciò che resta dell’abito della Madonna

Santa Maria del Lavello Reliquie

Tra gli usi di queste reliquie, commovente la spiegazione: «Durante le due Guerre Mondiali, le “reliquie” vennero prelevate dai militari destinati al fronte per implorare il ritorno.»

Ed eccomi di ritorno alla Stazione Garibaldi. Il tunnel è completamente ricoperto di murales. Nella maggior parte che non incontra il mio gusto, trovo i miei preferiti.

Murales Garibaldi 1Murales Garibaldi 2

 

Il milanese prossimo venturo

futur-urribile-Dario Rivarossa

 

Chiudono, smantellano, riaprono, richiudono, rismantellano. E riaprono: quelli che ti tolgono i peli per sempre, quelli che ti fanno le unghie, quelli che fanno il sushi, perlopiù “falso” perché fatto in realtà da cinesi. Una quantità impressionante, anche a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. Per dovere di cronaca, l’ultimo trapanamento di muri ha portato al curioso nome di This is not a sushi bar. Forse per prendere le distanze. Non troveremo più un falegname, un fruttivendolo, un qualcuno dove comprare una giacchetta. Gli spostamenti mattutini non portano consiglio ma osservazioni, talvolta pensieri lugubri. Come questo milanese prossimo venturo: glabro, con unghie affilate e ingozzato di sushi. Una specie di alieno da Area 51. Chiedo a Dario se può dare forma a questa mia inquietudine. Non è la prima volta che lo fa, di assecondarmi, persino la capretta di Heidi, bontà sua. E gli riesce sempre tutto così bene.

Il nuovo libro di Fabrizio Bolivar. Un romanzo di stili, persone, pensieri

Wallak la vita e altre seccature Bolivar

È un romanzo corale il nuovo libro di Fabrizio Bolivar Wallak, la vita e altre seccature. Tra reali e immaginari, i personaggi sono tanti e tutti ben delineati. Dal cialtrone alla “pantera” della Bassa, a chi è l’amico inesistente di chi (o l’alter ego) alla catechista vulcano, è tutto un intrecciarsi di personalità e caratteristiche fisiche particolari, divertenti o disperate, immutabili o in divenire. Molte le figure femminili, quasi tutte interessate, in modo più o meno equilibrato, al protagonista Daniele “Zed” Zanetti, a dispetto della sua bassa autostima, della sua incapacità di portare avanti un discorso serio per più di qualche minuto, di un aspetto fisico poco aitante messo in risalto dal vezzo di vestirsi «come un barbone di Bucarest». Sarà facile ai lettori individuare il proprio preferito, pescarlo fuori come in una scatola di cioccolatini a seconda di quanto riesce a comunicare a ciascuno. Quello che ha “parlato” con me è il vecchio contadino Amedeo.

«Avete presente uno di quei vecchietti tutto nervi, con una scoliosi da falce e con le rughe sul volto profonde quanto un solco d’aratro nella terra secca?
(…) Con il suo sorriso sbilenco, la cicatrice, la pelle bruciata dal sole. Il cappello di paglia, la camicia a maniche corte, i pantaloni blu legati alla vita da una fune.»

Mi ha riportato alle persone che hanno popolato i giorni della mia infanzia passati in campagna, quelle di cui oggi resta solo l’involucro esterno, come il vecchio cappello di paglia con la marca sbiadita del mangime di turno, e quasi nulla di ciò che stava all’interno che valeva tanto quanto la terra grassa e marrone su cui vivevano. Amedeo poi incarna la virtù che più si è persa in questi tempi: parlare solo quando è necessario e solo quando si ha qualcosa che valga la pena sentire, conscio che certe situazioni, così come un tramonto o un vecchio albero nodoso, non hanno bisogno di inutili didascalie umane.

«Soprattutto considerato che la parsimonia dell’eloquio era compensata più che degnamente dalla potenza del contenuto. Anche se in realtà lui non avrebbe avuto bisogno di parlare. Comunicava già abbastanza con gli sguardi, con i gesti, con i silenzi.»
«Vedi quell’albero laggiù? mi chiese. Certo che lo vedo, gli risposi. Era un albero isolato, rigoglioso e imponente. Sembrava fosse contento di starsene lì senza rompicoglioni attorno.»

L’io narrante vive in una città, non abbastanza grande per essersi mangiata la campagna attorno ma non abbastanza piccola da aver rigettato come virus brutti monolocali discutibilmente arredati pagati come ville e gente-ratto pronta a rosicchiarti appena possibile.
Ma è qui in aperta pianura che si generano i pensieri più profondi di Zed, che trapassano il suo solito sarcasmo e cinismo per lasciarsi andare al ricordo, alla paura che abbiamo in tanti: che le cose che più ci sono care, i nostri pochi riferimenti solidi, cambino e si liquefacciano insieme a tutto il resto in un’incerta poltiglia.

«(…) mi accorgo che tutto è sempre più perfetto. La luce, i colori, i profumi. E anche noi. Anche noi siamo perfetti. Questione di pochi secondi, perché come una ghigliottina mi piomba di nuovo in testa la solita terribile domanda. Per quanto durerà tutto questo? Per quanto?»
«Quando avverto un cambiamento che riguarda le persone con le quali sono cresciuto, oppure i luoghi, i profumi dell’infanzia e quelle cose lì, mi si forma un magone in gola. Perché è un’altra certezza che se ne va, un baluardo che si sgretola.»

Si sorride parecchio in Wallak ma la gigionaggine di Zed è spesso una maschera che nasconde sostanza. «I concetti di libertà individuale, di rifiuto del potere costituito e di disobbedienza civile come forma di protesta, mi hanno sempre affascinato. Ma l’anarchia in questa società non può funzionare, soprattutto a causa dell’elevatissima percentuale di idioti da cui è composta.»
Qualche lungaggine poteva essere evitata ma gliela si concede perché è indice di amore per la scrittura, il desiderio di lasciar straripare le parole da dentro, come fa il Po di quando in quando fregandosene di argini e barriere. Ed effettivamente in Wallak la scrittura fa parte del coro come gli altri personaggi. La scrittura che non si riesce a leggere – cultura che trabocca dagli scaffali della libreria in cui lavora, un peso che incombe perché il protagonista sa che potrà avvalersene solo in minima parte, preso come tutti a destinare la quasi intera esistenza al lavoro – e quella che si cerca di creare, tra momenti di esaltazione creativa e di totale vuoto cerebrale. L’ispirazione che viene dagli scrittori che Zed ama e il desiderio di fare il lancio al piattello di quelli che detesta, fino alla commozione nello scoprire che un suo amico ce l’ha fatta a pubblicare un libro. C’è il romanzo giallo anni ’50 che prende forma dentro il romanzo di vita che a un certo punto assumerà anch’esso tinte gialle. C’è l’editrice Emma che impone le regole di mercato e Zed che vorrebbe percorrere nuove strade narrative. Dirò, qualche idea di Zed fossi stata io l’editrice gliel’avrei pubblicata.

«Ma come faccio a fidarmi di te se fino all’altro ieri mi hai proposto delle storie assurde, tipo quella del galeone spagnolo che parte da Valencia nel millequattrocento e sbarca a Ibiza nel duemilasedici, a ferragosto, mi fa. (…) tra i protagonisti che avevo pensato di inserire c’era anche Osvaldo Piume Dispari, il pappagallo senza becco, le dico. (…) E secondo te mi dovrei fidare di uno che scrive delle puttanate del genere? mi interrompe. Guarda che Osvaldo Piume Dispari avrebbe avuto una personalità piuttosto complessa (…)»
«Raccontava di un uomo che al calare dell’oscurità si trasformava in piccione.»

E Wallak? Wallak è quello che ti inchioda al dovere proprio quando hai voglia di sbracare, sclerale, svaccare e invece latita quando ne hai bisogno. Il petulante grillo parlante che ci perseguita da sempre.

Fabrizio Bolivar è al suo XXXX libro. Non sarò io a dire qual è il numero esatto. Come il Boghel del noir stile Chandler dentro la commedia stile Bolivar ho il mio segreto da mantenere, sino a tempo debito.

Nota personale. Mi sono ritrovata un milione di volte imbacuccata o seduta arrostita sul parapetto di un binario morto ad ascoltare la voce di servizio: ferma a Cremona, Piadena, Bozzolo e… un E marcato a spezzare quella litania impersonale, tenuto in sospeso…  e? Castellucchio. Mi sono sempre chiesta dove fosse Castellucchio, che faccia avesse Castellucchio. Ringrazio quindi Fabio Bolivar, autore della foto di copertina, per aver materializzato questa stazione ormai diventata un mito.

Fabrizio Bolivar
Wallak, la vita e altre seccature
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