Storielle dal mondo animale

1/Non ci sono più i truffatori di una volta

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Billy, piantala di usare la mia carta di credito per comprarti tutta la serie del Commissario Rex.

2/T’acchiappo quanto è vero che mi chiamo Billy

Cane-Piccione

Tu metti un cane da caccia a Milano. Pensi che diventerà un cane come tutti gli altri, tanto mica ci sono fagiani o lepri a Milano. Eh, ma l’istinto è cosa seria. Non ci saranno fagiani ma sempre frullare di ali si tratta. La posta, il fremito, l’acquattarsi, c’era proprio tutto l’armamentario del buon cacciatore. Mi celo e attacco, non ora, azzardo e mi ritraggo, fuori e dentro dalla porta del ristorante. Ristorante… ah non lo so se nel menu c’è il risotto coi piccioni.

3/Richiamo ai più distratti

Cancello

Che i ciclisti di Milano siano diventati degli arroganti non ci piove. Il loro animo pieno di nobili sentimenti ecologici e salutistici si è infranto in una nevrotica rivendicazione di ogni pezzetto di superficie percorribile. Ma quale sia il problema se uno lega la bici a un cancello, non lo capirò mai. Sorgere di targhe targhette targone condominiali: non si può, non si deve. Che succede, ti rovino la vernice? Ti mangio un millesimo della tua proprietà privata? Ma questo richiamo che quello lì è un cancello fa veramente ridere. O anche piangere. Dipende come ti gira quella giornata lì.

“Made in Italy”, ma si perde persino l’Emilia

Sono andata a vedere Made in Italy perché Ligabue regista mi piace. Mi era piaciuto molto Radiofreccia, solamente un poco meno Da zero a dieci. Perché ho letto che è stato girato a Novellara, un’occasione per rivederla, anche se solo sullo schermo, lei e la sua Emilia che si porta dietro. E pensavo di ritrovare qualche bella pennellata di Buona notte all’Italia, …fra San Pietri e Madonne/fra progresso e peccato/fra un domani che arriva ma che sembra in apnea/ed i segni di ieri che non vanno più via. Purtroppo no. Made in Italy è un film inconcludente, un pentolone di cose che risalgono in superficie perché mai approfondite. Dialoghi banali, a volte persino ridicoli. Sfiora il melodramma e quello che dovrebbe essere un inno alla bellezza dell’Italia si riduce nella trita e ritrita scena della corsa felice in mezzo a una delle tante nostre piazze. Dovrebbe essere una denuncia sociale ma il povero Stefano Accorsi si vede costretto a rispondere al giornalista che vuole giustamente inquadrarlo in una “categoria” che lui non è una categoria, lui è lui e basta. Il messaggio voleva probabilmente essere quello sacrosanto che esistono gli individui, le persone, il fatto è che il sociale non lo fai con il numeretto, uno per volta. Un pentolone appunto. Né lui né Kasia Smutniak (proprio brava) riescono a risollevare le sorti del film. L’intenzione è far vedere i drammi che affliggono il nostro Paese, come la perdita del posto di lavoro, che già fa schifo di per sé ma è tutto quello che hai, e l’impossibilità di ritrovarne uno contro le cose belle che tutti ci invidiano. La sostanza c’era. Si reitera poi un dramma che era già comparso nei primi due film, verrebbe voglia di dire a Ligabue che abbiamo afferrato il concetto.

Non poteva mancare un accenno al cliché cinematografico dello straniero felice perché ha la famigliona contro l’italiano senza figli o in unico esemplare, orfano e finanche senza zii e cugini. Tra gli indiani sikh (effettivamente numerosi a Novellara e dintorni) spunta un viso che mi è conosciuto. Ci metto un po’ ma poi mi ricordo che per qualche puntata aveva fatto parte del cast di Un posto al sole, Naya Manson, solo che là interpretava una ragazza turca. Indiana, turca… quando si dice lavoro flessibile.

Insomma, all’uscita è inevitabile pensare che chi s’accontenta gode così così.

Roma. Veni, vidi, non vici

1 Roma Piazza NavonaE quindi a Roma andai. Va be’, e allora? E allora così, mezzo secolo di vita prima di andare nella capitale. Ma quella è la città eterna, può anche aspettare. Lei sì, io magari eterna non lo sono mica tanto. Però questa è la conferma che devono essere i luoghi a chiamarti. Non lasciare che sia Tizio o Caio o qualche pubblicità a dirti di andare in un posto, tu siediti lì e vedrai che sarà lui a palesarsi. Ma a me da Roma non è mai arrivata nessuna chiamata. Però se sono le persone a chiamare, si va. Ma caput mundi non mi ha voluto abbracciare, come se sentisse che non l’amavo abbastanza. Ci ho messo una quindicina di giorni per scaricare le foto e mesi per scrivere questo post. Però non è stato tempo perso perché intanto ci ho ragionato su a questa non-emozione. È la città più bella del mondo, dicono tutti, e bella lo è, anche se non del mondo intero.

27 RomaSono partita con in testa le polemiche che si trascinano tuttora sul suo degrado. Ma lei non è degradata, non dove l’ho vista io almeno, e ovviamente senza abitarci, perché solo quelli che vivono lì possono dire come stanno le cose. Bisogna stare attenti con le parole, bisogna calibrarle perché se no non fai un buon servizio, né alla città che dici di voler salvare (te pichi perché te vöri ben) né alla tua credibilità di giornalista o quel che sei.
E allora ci penso. Piazza di Spagna non mi è piaciuta e basta. Senza contare che ho capito appieno i sentimenti di Nietzsche verso il cavallo maltrattato. Certo, qui non si permettono di picchiarli pubblicamente ma basta guardare questi cavalli per vedere in loro una profonda infelicità, un malessere animale che mi ha contagiato: non ci vuole molto, visto che anche noi siamo animali. Non c’è niente del poetico affetto di Aldo Fabrizi per la sua bestia ne L’ultima carrozzella, e allora pigliatevi un trenino come fanno nelle altre città per portare in giro quella massa di idioti che ancora si divertono con le “cose” vive.

Ma le fontane, Dio, quanto sono belle le fontane di Roma.

2 Fontana della barcaccia3 Fontana del tritone4 Fontana di Trevi5 Fontana di Trevi6 Fontana di TreviPiazza Navona è uno squarcio di bellezza assoluta,

7 Fontana del Nettuno8 Fontana del Nettuno9 Fontana dei quattro fiumi10 Fontana dei quattro fiumi11 Fontana dei quattro fiumiil Colosseo è storia così viva che è meglio che non ti venga in mente cosa facevano lì dentro, e infatti preferisco pensare al micione rosso Romeo, er mejo gatto der Colosseo.

12 ColosseoI Fori Imperiali vorresti buttartici dentro e poi, finalmente, sono una zona pedonale.

14 Fori Imperiali15 Fori Imperiali16 Fori Imperiali17 Fori ImperialiE Trastevere, vecchio e intatto abbastanza da respirare Roma. E in mezzo scorre il fiume, beate le città che almeno hanno un fiume.

18 Roma Tevere19 Roma TevereStoria storia e arte arte, anche troppa, sale mica l’ansia che devi andare e andare?

13 Roma20 Stadio di atletica in muratura21 Bocca della Verità22 Castel Sant Angelo23 Corte di Cassazione24 Roma25 Roma26 Roma28 VaticanoE film e film, tanto che ogni angolo ti appare come se l’avessi già visto.
Roma non ha fatto la stupida, io sì, persino da preferire la nostra amatriciana e la nostra carbonara. Allora cos’è questo silenzio dentro? Forse è la risposta alla mancanza di silenzio fuori, non necessariamente assoluto, solo un momento di rumore attutito. Non sono riuscita a stare da sola neanche un attimo, perché la solitudine non è una totale assenza di persone ma una totale assenza di invadenza che duri almeno qualche minuto, quel tanto che basta perché ti arrivino le emozioni. Bastoni da selfie in faccia, di quelli che li vendono e di quelli che continuano a farsi così tanti selfie che Roma la vedranno a casa, dietro alle loro spalle, comitive di turisti assonnati, cento e più che ti devi fermare per farli passare, qualche pirla che deve per forza interporsi tra te e quello che stai guardando proprio in quel momento se no gli viene la tigna, perché a lui delle emozioni non gliene frega niente, lui deve masticare e basta. Roma se la mangiano viva tutti.

Forse ci vuole un’alba a Roma, un’ora di solitudine da restituire alle statue e alle pietre perché possano parlarti.

29 Castel Sant Angelo30 Castel Sant Angelo31 Castel Sant Angelo

Andar su per Superga

Inizi a vederla da lontano. Di qui le cime alte e bianche, di là le colline di Torino. Ma è quando superi l’ultima curva che appare come la scena d’apertura di un film, o un sipario che si alza di colpo sul palcoscenico. Appare all’improvviso e imponente, perché sorge ancora un poco più in alto della strada. In realtà non è enorme, ma sovrasta.

Superga 1Un gatto nero se ne sta dietro alle panchine occupate dalle persone, amabile e pur così superGamente felino, indifferente al panorama che gli sta alle spalle, più interessato a presidiare l’accesso alla basilica.

Gatto SupergaSeicentosettantadue metri sopra il livello del mare, non molti ma abbastanza per sentire l’aria fredda, molto più fredda di quella della pianura. Monti bianchi a semicerchio, Torino sotto e sentieri intorno.

SupergaSuperga ConventoA Superga si visitano la basilica, le Reali tombe dei Savoia, gli Appartamenti reali e poi c’è la salita alla cupola. Le reali tombe e gli appartamenti si fanno solo con visita guidata, bellissimo per chi le ama, pessimo per chi ne è anarchicamente refrattario. In ogni caso, 45+45 = 90 minuti di freddo intenso, quello delle cripte, quello degli appartamenti. Vietatissimo ovunque fare le foto. Mi parte un flash senza volerlo

Superga Scalonee sono l’unica ripresa in mezzo a tutti gli altri che scattano centinaia di foto di nascosto. Balbetto “un mi scusi, non pensavo che anche la scala…”, lasciamo perdere, questa malasorte da Paperino me la porto dietro fin dai tempi della scuola. Le cripte sono veramente belle. Marmi, ori, statue soavi e commoventi o severe, ricami intessuti nella pietra, sono questi che mi fermo a guardare e riguardare cercando di coglierne il segreto. Vorrei tanto fargli una foto, senza flash naturalmente, ma il Maestro dalla penna rossa, lì, mi tiene d’occhio, perdendosi così l’altra trentina di furbetti. La maestosità che veste il misero destino che ci accomuna tutti non mi impedisce di pensare ai neoborbonici di cui sono venuta di recente a conoscenza: tanti Savoia morti farebbero la loro letizia, probabilmente. Il Maestro riporta la mia mente all’ordine con una storia tanto avvincente quanto poco cristiana e sicuramente per nulla adatta a un santo. Nella seconda metà del 1800 viene emanata la legge sulla soppressione di alcuni ordini religiosi. Don Bosco dirà ai Savoia che ciò non porterà bene alla loro famiglia. Il risultato è che in quella stanza, tra le altre tombe, quattro, tra cui quelle di due bimbetti, sono state occupate nello stesso anno dopo che queste parole vennero pronunciate. Pare la chiamino profezia, io la chiamerei in un altro modo.

In queste cripte si trova anche Vittorio Amedeo II, a cui si deve l’invenzione dei grissini. Da piccolo non poteva digerire la mollica del pane, così il medico di corte chiese al cuoco di poter rimediare in qualche modo. Tira la pasta, tirala ancora, ed ecco i grissini, buoni anche più del pane.

Pochissimi minuti di aria, un’occhiata al chiostro

Superga Chiostroe poi via, si riprende con gli appartamenti. Le stanze non sono molte e di non molto pregio. Bei quadri, bei mobili, ma non eccezionali. Interessante ritrovare anche qui, come nel duomo di Avellino, il più economico legno lavorato a mo’ di marmo. Non so come facessero, ma se non ci fosse qualcuno a dirlo o se non si appoggiasse la mano trovando con sorpresa un certo calore anziché il freddo della pietra, davvero non ci si accorgerebbe della differenza.
Nell’ultima stanza il gelo si intensifica appena varcata la porta. Chi è più fantasioso e non imputa la causa a mere logiche tecniche tipo la mancata esposizione al sole o che altro, può immaginare che sia il soffio ghiacciato di un fantasma sabaudo che ti passa accanto, fiero e seccato di quell’intrusione di visitatori che battono i piedi per ritrovare un po’ di sensibilità, giusto quel poco che basta a reggersi ancora in posizione eretta. Io vacillo, ma anche il Maestro dalla penna rossa cede sotto una domanda inaspettata: come mai le porte sono fatte così? Sembra balbettare come me prima davanti allo scalone, pare voler ribattere: ma che saran domande da fare queste? Invece imbastisce seduta stante una spiegazione. Sbagliata, signor Maestro. Potrei innescare una diatriba tra penne rosse, anche io lavoro col rosso, sa? E sa che i suoi colleghi hanno dato un’altra risposta, più plausibile, alla stessa domanda? Piccola vendetta lombarda contro il savoiardo senza zucchero. Ma no, queste persone (e spero proprio non siano volontari come hanno detto) sono davvero brave.
Visita finita, mi giro verso la stanza e chissà che qualche Vittorio Emanuele o Francesco non abbia ricambiato il mio saluto.

Il tempo rimasto è poco, verrebbe voglia di godersi questo imbrunire dall’alto,

Torino Serafermarsi a guardare il grande fiume che intesse la città, ma si deve volare su alla cupola. 131 scalini, se ricordo bene, che si rincorrono stretti in una chiocciola sempre più stretta, volare si fa per dire dunque, ché anche a un piccione verrebbe un gran giramento di testa. Belli i campanili quasi a portata di mano.

Superga CampanileBelle le montagne che permettono di vedere ancora un po’ di neve bianca nel cielo già quasi del tutto nero. Bella Torino giù sotto con le sue luci, anche quelle che affiancano il Po che ormai non si vede più, quasi come una pista aerea.

Torino da SupergaSuperga PiazzaleSuperga Notte