Milano sotto e sopra

O sottosopra, vari punti di vista. La metropolitana è l’unica che può salvare Milano, se essa Milano  riesce a mantenersi salva nei decenni che occorrono a fare la metro. Ad esempio, rivedere Sant’Ambrogio senza cantieri e ancora in piedi sarebbe bello. In via De Amicis l’autobus si infila tra un ostacolo e l’altro. A piedi mi infilo in un cunicolo che funge da passaggio pedonale, all’imbrunire che ormai arriva così presto non capisco bene se il viottolo girerà su un altro simile o se finirò i miei giorni inghiottita da un buco. Al di sopra si staglia un gancio immenso, molto molto al di sopra delle pareti che circondano il cantiere. Se sbaglia a girare potrei fare la fine della pignatta nel gioco della pignatta in qualche sagra del salame contadino. Il gancio giace immobile e il cunicolo si apre in un normale, terreno passaggio. Fine del brivido horror & the city. Oh, che bei disegni, murales… o legnales, visto che stanno su paratie provvisorie. O compensales, suggerisce lo spiritoso che non vuol essere da meno nelle gag.

Qualche giorno più in là si va a visitare l’Archivio storico e il Sepolcreto Ca’ Granda, qualche chilometro più in là. Prima di andare sotto, girello sopra, nei Giardini della Guastalla, proprio lì di fronte. Gli alberi riescono a isolare il rumore del traffico ma non le sirene che feriscono orecchie e cuore dirette al Policlinico. Un pastore tedesco gioca con le castagne, sia mai che non rompa le scatole a un cane pretendendo che voglia fare amicizia con me, tanto più se è un lupo. Ester, vieni… sì, vabbe’, a Milano c’è il vezzo di dare ai cani i nomi delle persone. Fatti salutare. La signora la conduce verso di me e la fa sedere per farsi accarezzare a colpi di croccantini, giusto un’esibizione di perfetto addomesticamento canino. Se l’avessi saputo avrei lasciato perdere, detesto queste cose, la povera Ester perderà la sua personalità e diventerà una robottina obesa.

Dopo una sosta presso la nicchia con Maddalena assistita dagli angeli,

si torna al 32 di via Francesco Sforza, all’entrata de Il percorso dei segreti. Che incomincia dal Sepolcreto, sotto la cripta della chiesa della Beata Vergine Annunciata, dell’Ospedale Policlinico voluto dal duca Francesco Sforza. Come spiega la (brava) guida, la prima istituzione caritatevole laica della città, all’epoca non un ospedale ma un ricovero/rifugio per poveri. Sotto questi pavimenti, sono stati sepolti circa 150 mila persone decedute all’ospedale più tanti caduti delle Cinque Giornate di Milano. Le pareti recano infatti molte, sbiadite lapidi con nomi e citazioni, come questa del Petrarca.

Sembrerebbe un luogo della memoria fermo nel tempo, senza possibilità alcuna di riguardarci, se non per quei canonici cinque minuti in cui ti rendi conto di quanta sofferenza ci è stata risparmiata, prima di tornare a lagnarci come al solito dell’epoca odierna.

Ma qualche filo tirato qua e là da Chantal, la guida, crea delle connessioni. Qui vengono a fare ricerca quelli del Labanof per capire come fossero i milanesi del ’600, grossi bidoni con sabbia rosso mattone e una specie di pentolone di rame al centro che sembra quello per fare la polenta è un’installazione artistica. Lo scopo dell’artista, che prima o poi verrà a riprenderseli, era quello di far specchiare le persone all’interno con il risultato di essere circondati dalla volta azzurra del soffitto affrescato, o almeno quel che ne rimane, poco, solo che le scolaresche, e anche qualche adulto, hanno buttato la sabbia sul fondo dove c’era lo specchio, così non si vede più niente. Chantal si interrompe per qualche secondo per vedere se la cosa ha suscitato un qualche interesse. Silenzio tombale. Poi si scusa per delle luci a forma di uovo, avrete notato che non c’entrano molto con il contesto ma c’è stato un evento e non le hanno ancora portate via. Insomma, pare che qui tutti vengano a installare ma non a disinstallare. È il risvolto della medaglia, se vuoi vedere luoghi finora inaccessibili, devi metterli in mano ai privati, che a quel punto dovranno far cassa aprendoli anche ad altre attività, tipo cene, aperitivi ecc. E del restauro e conservazione se ne sta occupando appunto ArSe Milano.

Le pareti appaiono del tutto vuote, tranne che per quest’ombra rimasta di una serie di 97 danze macabre.

Si risale, di nuovo sotto sopra, e, attraversato un piccolo cortile,

si entra in un’enorme stanza che lascia senza fiato. Chi amerà le antiche carte avrà un’estasi profonda.

Carte, sì, perché di solito si amano i libri antichi e questi invece sono faldoni di documenti, ma l’emozione è identica. È la Sala del Capitolo dell’Archivio della Ca’ Granda. Anche questo luogo è accessibile a chi fa ricerche e si sta anche procedendo alla digitalizzazione. Chantal distribuisce caschetti di protezione come quelli che si usano nei cantieri, perché ogni tanto cadono pezzi di intonaco. Vorrei dispiacermene vivamente perché l’altissima volta è affrescata, ma riesco a farlo solo a metà perché troppo intenta a litigare col caschetto che non vuole star su, nemmeno dopo che ho trovato il modo di stringerlo. Inizio a pensare di essere microcefala, con quel che ciò comporta, perché al momento sembro l’unica ad avere seri problemi col sistema di protezione, però poi… è il momento delle foto e quasi tutti hanno “un assistente” che gli tiene il casco mentre scattano.

Il ritratto è di un farmacista.

Il Policlinico possiede una ricca pinacoteca di ritratti di benefattori, medici e così via realizzati dai più famosi pittori di varie epoche, purtroppo non visitabile per mancanza di fondi. Forse un giorno, in attesa di un moderno benefattore.

 

La valle dell’Eden (East of Eden). Ma che Est, questo libro è proprio una bussola

Copertina Valle Eden

Se vuoi parlare de La valle dell’Eden (East of Eden) lo devi chiamare romanzo. Ma usare questa parola è come chiedere a un elefante di fare il bagno in una piscina di plastica. L’ho comprato con l’idea che desse solo (e sarebbe già stato tanto) bellezza. Quasi un manuale di storia america, è soprattutto un generatore di pensiero. Alcuni scrittori sono dei dottor Frankenstein: le loro idee sono come scosse elettriche che rianimano.

1/ La genesi, o del “peso” della letteratura
Vado in libreria solo per ritirare un libro ma non guardarsi intorno è impossibile. Il volto bello e inquieto di James Dean è un magnete. Mi riesce sempre difficile non pensare alla carriera che avrebbe potuto avere. Titolo: La valle dell’Eden. Quello che ho visto meno volte, ricordo solo un pianto dirotto per un padre ottuso e non riesco a collocarlo, e per forza, lo voglio cacciare dentro ne Il gigante. Autore: John Steinbeck, mi viene in mente Furore, un film incredibilmente bello con un Henry Fonda incredibilmente somigliante a suo figlia. Prendo in mano il libro, calibro male la forza e quasi mi cade per terra: 762 pagine. Lo rimetto al suo posto ché un posto sui miei scaffali non riuscirei più a trovarglielo. I giorni passano ma l’Eden rode dentro. Periodicamente arriva uno di quei giorni in cui ti prende la malinconia… di qualcuno che abbia qualcosa da dire in questa trippa di ovvietà. Come disse Crozza riferendosi a un intellettuale di punta: belin, ma fin lì ci arrivavo anch’io. Lo scaffale mi guarda arcigno: non ci provare, sai, a infilare qualcos’altro qua dentro, ti sei comprata il Kindle apposta. Sì, va beh, ma non riesco ad abituarmi. Breve trattativa e poi parto. Feltrinelli di stazione Garibaldi, entro, tiro dritto senza voltarmi e lui è ancora lì, ad aspettarmi. Lo prendo tra le braccia e me lo porto a casa.

2/Saper scrivere
Quattordici pagine quattordici di descrizione del paesaggio. E chi se lo può permettere senza annoiare il lettore già alla riga 1 della pagina 2?

3/Testa di traduttore, e la Genesi, quella vera
Ma cosa aveva in testa il traduttore, e ancor più l’editore che gliel’ha passata, quando ha tradotto il titolo originale East of Eden in La valle dell’Eden? La valle c’è, quella del Salinas, che sia fondamentale per lo sviluppo della narrazione è ovvio, tanto più che è il luogo in cui è nato l’autore che con la sua famiglia compare in parte del romanzo, ma “a est dell’Eden” è l’impianto stesso del libro. «Caino si allontanò dalla presenza del Signore e si stabilì nel paese di Nod, a oriente di Eden.» «(…) e sta tutta nella realtà psicologica del non sentirsi amato dal padre. Perché la figura del padre ha, in questo romanzo, un continuo riferimento in colui – l’Eterno – che, nel Libro della Genesi (IV, 4-5), rifiuta il dono di Caino e che, nell’Esodo (XXXIII, 23), non permette che lo si veda altro che di spalle; e perché l’angoscia causata dal rifiuto è avvertita da un figlio come una condanna senza remissione, che a sua volta genera disperazione e violenza.» (Introduzione di Luigi Sampietro).
Ed è poi sull’eterna contrapposizione tra Caino e Abele che si incardinano le vicende dei protagonisti, che addirittura hanno l’iniziale del nome che corrisponde alla parte del campo in cui giocano la loro vita. Una scelta che non pare consapevole, anzi, sembra piuttosto che con il bene o il male ci siano nati o che restino irrimediabilmente segnati dal giudizio altrui. La distinzione non è così netta, come a voler dire che anche ciò che sembra buono ha il suo lato oscuro, fosse anche solo l’ignavia, quel non agire che può ferire quanto l’agire male. O che i comportamenti cattivi non siano che una reazione a chi ha dato per scontata la bontà senza andare oltre le apparenze. Si hanno così Adam e Charles e Aron e Caleb, tanto per citarne un paio. Questo splendido passo rende bene l’idea sia della contrapposizione sia dell’importanza della traduzione (per non parlare dell’ecumenismo, ma questo è un altro discorso):

« “Si ricorda quando ci lesse i sedici versetti del quarto capitolo di Genesi e ne discutemmo?”
(…) “Be’, quella storia mi aveva colpito profondamente e la ripresi, parola per parola. (…) Poi misi a confronto le traduzioni esistenti, che erano abbastanza vicine. C’era un solo punto che non mi convinceva. La versione di King James dice così… Sapete, quando Jaweh chiede a Caino perché è arrabbiato? Jaweh dice: ‘Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta, verso di te è il suo istinto, ma tu lo dominerai’. È stato l’uso del futuro a colpirmi, perché era la promessa che Caino avrebbe vinto il peccato.” (…) “Poi ho preso una copia dell’American Standard Bible. Era appena uscita, allora. E quel brano era diverso. Dice ‘E tu dominalo”. E questo è molto diverso. Non è una promessa, è un ordine. Così cominciai a tormentarmi. Mi chiedevo quale fosse la parola originale, quella dell’autore, che aveva permesso traduzioni così diverse.” (…) “Lee” disse “non dirmi che hai studiato l’ebraico!” “(…) andai a San Francisco alla sede dell’associazione della nostra famiglia (…) perché nella nostra famiglia abbiamo molti vecchi saggi che sono anche grandi studiosi. Per meglio dire sono pensatori. Un uomo può passare anni a ponderare un’affermazione di quel saggio che voi chiamate Confucio. Così ho pensato che avrei potuto trovare esperti analisti del significato, in grado di aiutarmi. (…) Pensate un po’: quattro vecchi signori, il più giovane dei quali ha ormai più di novant’anni, che cominciano a studiare l’ebraico! Chiamarono un famoso rabbino. E si misero a studiare con foga, come bambini. (…) Dovreste vedere l’ebraico scritto con l’inchiostro cinese e col pennello! Il fatto del destra-sinistra a loro non dava fastidio, abituati come sono a scrivere dall’alto in basso. (…) Le domande, l’indagine, oh, la bellezza del pensiero… la straordinaria bellezza del pensiero. (…) ‘Tu lo dominerai’ o ‘tu dominalo’. E questo è l’oro che abbiamo estratto dalla nostra ricerca: ‘Tu puoi’. ‘Tu puoi dominare il peccato.’ I vecchi saggi sorrisero e annuirono e ritennero ben spesi quegli anni. E poi, la cosa li aveva tirati fuori dal loro guscio cinese. Adesso stanno studiando il greco. (…) La traduzione dell’American Standard ordina agli uomini di trionfare sul peccato e il peccato lo si può chiamare ignoranza. Quella di King James fa una promessa, con il suo ‘lo dominerai’, nel senso che l’uomo sicuramente trionferà sul peccato. Ma la parola ebraica timshel – ‘Tu puoi’ – quella dà una possibilità. È forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta la cosa sull’uomo. Perché, se ‘tu puoi…’ è vero anche che ‘tu puoi non…’”»

4/Il film
Come ho già detto, non me lo ricordo, ma certamente è una super riduzione. Curioso che il Cal del libro sia di colori scuri, anche quelli dell’anima, mentre James Dean, nonostante i ruoli tormentati, aveva sempre un che di luminoso. Il regista è Elia Kazan, uno che ti avrebbe inchiodato anche su un mini spot delle caramelle.

5/Born in the Usa
Non so se ci siano molti europei esperti di storia americana. Con il carico che abbiamo sulle spalle, forse li guardiamo con un po’ di sufficienza, una nazione che più che farsi una storia da sé è andata a rompere quella degli altri. Un paio di episodi mi risultavano del tutto sconosciuti. Comunque, chi non sa taccia, ma certo le riflessioni sono lecite. Così, più che sorprendersi per il fatto che hanno un presidente come Trump, c’è da sorprendersi che abbiano avuto presidenti diversi da Trump. Più che stupirsi che il diritto ad essere armati sia protetto dalla Costituzione, c’è da stupirsi che non si siano ancora autoestinti. Una storia violentissima, quella americana, senza regole, differente dalla nostra, pur violentissima, in una cosa fondamentale. Non ha quella “nobiltà”, appunto tra virgolette, del combattere per la libertà del proprio paese, cioè di un’intera collettività. Almeno fino al 1915, è quasi sempre un combattere all’interno della stessa terra con l’unico scopo di conquistare terra. La legge è quella del singolo più forte. Oppure della razza contro la razza. Steinbeck non si tira indietro su niente, illuminando i lati oscuri quanto quelli chiari. I bianchi restituiscono una terra ai pellerossa ma li giudicano troppo stupidi per poterla far fruttare. All’epoca della costruzione dell’immensa ferrovia, vengono importati migliaia di cinesi, unica “pietà” per loro non ammassarli troppo nelle navi per farne arrivare vivi e in forza il più possibile.
Più che essere (parte di) un continente, gli Stati Uniti sono un contenitore, un gigantesco box in cui puoi trovare le cose più infime come le più preziose.
Così ecco Samuel, uno dei personaggi più belli, un irlandese che forse ricorda poco dell’Irlanda ma che in fondo non smette mai di essere irlandese, a tratti a se stesso, sempre agli occhi degli altri. Splendido Lee, cinese colto, stretto da profonda amicizia all’americano Adam e a Sam l’irlandese, parla benissimo l’inglese ma insiste nel mettere le L al posto delle R perché è questo che si aspettano da lui i bianchi. Nascondere la sua perfetta integrazione è come portare una maschera protettiva. Terribile l’episodio del tedesco che viene scoperto essere tale solo dopo l’entrata nella prima guerra mondiale. Prima era un signore benvoluto da tutti con un buffo accento, compreso cosa sia in realtà il buffo accento, diventa vittima di feroci attacchi, così come i polacchi scambiati per tedeschi.
Brutalità e amicizia incondizionata, infinite possibilità di arricchirsi e altrettante di cadere per sempre. Le riflessioni sembrano più un trarre le conclusioni con mentalità europea, quasi a dirsi: ma allora se ne rendono conto… o forse no? La risposta è solo verso la fine, sì, se ne rendono conto, e ancora per bocca di Lee: «(…) Forse è vero che discendiamo tutti da gente irrequieta, nervosa, criminale, litigiosa e rissosa, ma anche da gente coraggiosa, indipendente, generosa. Se i nostri padri non fossero stati così, sarebbero rimasti a casa, nei loro campi del vecchio mondo a morire di fame su una terra troppo sfruttata. (…) Tutti gli americani, di ogni colore e sfumatura, hanno un po’ le stesse inclinazioni. È un’altra razza – selezionata dal caso. Per questo siamo ipercoraggiosi e ipercodardi. Siamo buoni e crudeli, come i bambini. (…) Non abbiamo gusto né senso della misura. Scateniamo la nostra energia dappertutto e la sprechiamo. Nel vecchio mondo dicono che siamo passati dalla barbarie alla decadenza senza la fase intermedia della cultura. È possibile che chi ci critica non abbia la chiave o il linguaggio per accedere alla nostra cultura?»

6/Profezie
No, probabilmente non abbiamo la chiave di lettura per interpretare i loro picchi, o meglio, come facciano a convivere questi picchi, quelli di stupidità assoluta (sparatorie nelle scuole? Armiamo i professori!) e di altrettanta intelligenza, persino preveggenza. Ma certo ci facciamo sempre influenzare.

«Non so cosa accadrà nei prossimi anni. Nel mondo si susseguono cambiamenti mostruosi, forze che modellano un futuro di cui non conosciamo il volto. (…) Un gruppo può costruire automobili meglio e più in fretta di un solo operaio, e il pane uscito da un grosso stabilimento costa meno e la sua qualità è più costante. Quando tutti i nostri alimenti, abiti e alloggi saranno fabbricati in serie, la massificazione finirà inevitabilmente per entrare nelle nostre menti ed eliminare ogni altra forma di pensiero. Nella nostra epoca la produzione di massa o collettiva è già entrata nell’economia, nella politica e persino nella religione, tanto che alcune nazioni hanno sostituito l’idea collettivista all’idea di Dio. Questo è il pericolo del nostro tempo. (…) La nostra è l’unica specie dotata di creatività, e tale creatività ha un solo strumento: la mente e lo spirito individuale. Niente è mai stato creato da due uomini insieme. (…) Una volta avviato il miracolo della creazione, allora il gruppo può intervenire e potenziarlo; ma il gruppo non inventa niente. L’essenza più preziosa è la solitudine della mente di un uomo. (…) la mente libera ed errabonda viene perseguitata, imbrigliata, menomata, drogata. (…) E questo credo: che la mente del singolo individuo, libera di esplorare ovunque, è la cosa più preziosa del mondo. E per questo sono pronto a battermi: per la libertà dell’intelletto di imboccare qualsiasi direzione desideri, senza dettami. E contro questo devo battermi: qualsiasi idea, religione o governo che limiti o distrugga l’individuo. (…) Capisco bene perché un sistema costruito su uno schema ripetitivo tenti di annientare il libero pensiero: perché la mente indagatrice è la sola capace di distruggerlo. Lo capisco, certo, e lo odio. E intendo combatterlo per preservare l’unica cosa che ci distingue dalle bestie prive di creatività. Se si può uccidere questo stato di esaltazione, allora siamo perduti.»

Il libro è stato pubblicato nel 1952, quindi non si può parlare proprio di profezia perché l’America era già incanalata verso il consumo di massa, ma c’è dentro qualcosa che suona terribile ai nostri giorni, inondati dalla più americana delle invenzioni: i social network. Sembravano la creatività al potere, il singolo che finalmente può emergere e farsi sentire, leggere, ascoltare. I casi di successo ci sono, ma non molti se confrontati alla moltitudine. Per il resto si tratta di gruppi che fanno le stesse cose o la pensano in modo uguale. Non so se c’è un nemico peggiore per la creatività dell’uniformità. Alla fine questa iperconnessione non è che un’individualità di massa.

7/Frasi e basta
«Le amiche di Dessie erano buone e fedeli, ma erano esseri umani, e gli esseri umani vogliono stare bene e odiano stare male. Col tempo le signore Morrison trovarono ragioni ineccepibili per non andare alla casetta di fianco al forno. Non erano sleali. Non volevano essere tristi, esattamente come prima volevano essere allegre. È facile trovare una ragione logica e virtuosa per non fare quel che non si vuol fare.»

Animo umano
«E chi di noi, con il pensiero, non ha mai sondato le acque torbide?
Forse in tutti noi c’è uno stagno segreto in cui le cose più malvagie e orrende germinano e si irrobustiscono. Ma questo brodo di coltura è chiuso da uno sbarramento e quei pensieri oscuri cercano nuotando di superarlo solo per ricadere di nuovo indietro. Ma non è forse possibile che nelle nere pozze di alcuni il male diventi tanto forte da riuscire a scavalcare la diga e nuotare in acque libere? Una simile creatura potrebbe essere il nostro mostro, e noi non siamo forse suoi parenti, nelle nostre acque segrete? Sarebbe assurdo se non comprendessimo gli angeli come i demoni, visto che li abbiamo inventati noi.»

Paure e ri-paure climatiche
«L’inverno sembrava non voler mollare la presa. Freddo, pioggia e vento indugiarono anche fuori stagione. E la gente ripeteva: “Sono quei maledetti obici che sparano in Francia – stanno guastando il clima in tutto il mondo.”»

Bevi il caffè che ti fa digerire

Rientro al lavoro e la prima conversazione verte sull’apertura di Starbucks a Milano venerdì 7 settembre 2018. Ma veramente nel palazzo delle poste di piazza Cordusio? chiedo sconcertata. Già, risponde altrettanto sconcertata. E diamo il via all’elenco delle baracconate che hanno deturpato il centro. Stiamo solo esercitando il diritto alla nostalgia che sembra lecito in qualunque città tranne la nostra. Vietato nostalgiare, tutto grasso che cola, sembrano dirti gli occhi foresti. Ma tu che ne sai dei nostri ricordi tra Cordusio e Duomo? Mi dice che c’era una coda che riempiva la piazza. Ma perché la gente si deve mettere in coda per bere un caffè? La mia graziosa collega filiforme dagli occhi cerulei non ha una risposta e nemmeno io. La cosa si chiude lì, e sarebbe rimasta chiusa per chissà quanto se non fosse che il giorno dopo Sabi mi scrive: vengo a Milano e voglio andare da Starbucks. Ah, e allora la cosa si fa seria se uno di Napoli, con tutta la loro tiritera sulla tradizione del caffè, si pone questo obiettivo. Cerco di riesumare nella memoria se quell’orrendo caffè di New York che ho buttato nel cestino dopo due sorsi fosse di questi. Non me lo ricordo, credo di no. Ma mi spieghi che ti importa di Starbucks? È un segno dei tempi e bisogna vederlo, come il primo Grande Fratello. Non condivido l’idea ma la rispetto, ha un suo perché, e poi c’è la questione che con gli ospiti si deve essere accondiscendenti, fino a nascondergli la sofferenza che ti provocano con il loro ignorare sistematicamente le cose belle e nascoste di Milano. Unico paletto: se la coda va oltre i cinque minuti, ci vai tu da Starbucks. A che ora chiude? Adesso vado a vedere. Sorpresa: i siti su questa apertura sono tanti e diversi (dalla meraviglia alla segnalazione già incassata per i prezzi troppo alti) che soffocano la più banale eppur fondamentale delle notizie. Di nuovo non capisco tutto questo affanno. Comunque, eccomi lì incanalata nel cordone che gestisce la fila. Va oltre i cinque minuti che avevo imposto ma è accettabile. Quasi giunti alla meta, un ragazzo si dà da fare per sapere cosa ne pensi della coda. È talmente gentile che non me la sento di dirgli cosa ne penso: solo un pirla fa la coda per prendere un caffè, un pirla o un accondiscendente. Penso alle file rabbiose che si sono consumate all’interno di quello storico palazzo. La gente è capace di prendersi a botte per una coda in posta, ma qui sembrano solo felici di partecipare a un evento di siffatta portata storica. Dopo un cordone e un altro cordone, si aprono le porte del paradiso. È magnificente questo Starbucks, lo ammetto.

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Scintillante e con quel che di rétro che rende merito all’edificio.

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Un gran numero di ragazzi colorati (nella pelle, in buon stile Usa) si danno da fare per spiegarti e chiederti come ti senti, se ti piace, se hai bisogno di aiuto. Sono giovani, belli, sorridenti, affabili ma al terzo ragazzo/a mi si insinua il dubbio: se c’è tutta questa assistenza come in un aeroporto non è semplice come entrare in un bar (pur gigantesco, ma questo è). Comunque, dopo aver studiato la mappa, i nomi dei caffè, la tostatura riusciamo a fare l’ordinazione, come si chiama? mi chiede la cassiera. Perché quando è pronto la chiamiamo per nome, aggiunge veloce anticipando la mia aria interrogativa. Elena, fai conto che saremo solo in 5 mila qua dentro con questo nome, penso. Se andate da Starbucks consiglio di identificarvi come Gertrude e Sulpicio. La ragazza del banco mi chiede cosa ne penso. L’insofferenza a questa domanda mi sta ormai montando come la schiuma dell’agognato cappuccino ma abbozzo: è bello, ero un po’ preoccupata che non rovinaste un palazzo storico… Gesù, che mi è venuto in mente? La giovane è stata addestrata anche per questo, a rispondere ai vecchi malinconici, e parte uno spiegone, dai marmi di Carrara… di Carrara? dai, non esagerare adesso, vorrei dirle, al pavimento. E finalmente arrivano due fette di torta, un cappuccino decaffeinato e un marocchino di complicatissima provenienza per la modica cifra di 19,50 euro. Riusciamo a conquistare un posto all’aperto. Tutto ottimo. La ragazza davanti a noi chiede un portacenere. Il sorriso si smorza sul volto della giovane in divisa e inizia a balbettare qualcosa sui punti fumo, un paio di tavoli più in là. Li hanno addestrati per i vecchi rimbambiti ma non per i fumatori, tutto molto Usa. Sabi manifesta il primo moto di irrequietezza. La fumatrice dice: e se butto la cenere nel tovagliolo e poi la spengo lì in quello grosso? La ragazza non sa che dire, dilaniata tra il non voler scontentare il cliente e le rigide norme. Poi prende una decisione in autonomia: trascina un portacenere a colonna vicino al tavolo. Mi distraggo, quando torno a guardare, la ragazza in divisa sta sottraendo la grossa colonna alla perplessa viziosa. Mi spiace, ma il mio manager ha detto che non si può. Questo sì che è democratico, penso, prima per farsi chiamare manager ci voleva laurea e master, adesso ci sono anche i manager di portacenere e stoviglie. Inizio a sentire come un cappio intorno al collo. Sabi si immerge in una telefonata e così io esco dal cordone. Quando voglio rientrare il manager del cordone mi guarda torvo e vuole impedirmi il rientro. Devo dirgli che ero seduta lì fino a tre minuti prima, a quel tavolo con quel signore. Il cappio si scioglie e diventa voglia di mandarlo a… Questo incanalamento del mio tempo libero è già montato a sufficienza. È gestito all’americana e gli americani sono pazzi, conclude filosoficamente Sabi.

Prima di scrivere questo post scorro il sito de Il fatto quotidiano, e di nuovo lui,
“Battibecco pepato a L’Aria che Tira (La7) tra il manager Chicco Testa e lo scrittore Diego Fusaro sulla recente apertura di Starbucks a Milano”. Si scomoda addirittura Marx.

E io mi sento sempre di più appartenere a questa razza: “Se mantieni la calma mentre tutti intorno a te hanno perso la testa, probabilmente non hai capito qual è il problema.”
È un gioco scherzoso sulla poesia Se di Kipling, non riporto l’autore perché è attribuita a più nomi, in quest’epoca di internet non si capisce mai chi ha detto cosa.

Scorci e impressioni

Nervi

Se al crepuscolo, almeno, ci fosse, dietro i vetri, il mare… Amore… Tremore in trasparenza… Se almeno questo fosse il rumore del mare… Non lo sopporto più il rumore della storia… Vento afono… Glissando… Sparire come il giorno che muore dietro i vetri… Il mare… Il mare in luogo della storia…Oh, amore.
(Albaro, Giorgio Caproni)

«per noi, sai, tutto l’infinito finisce qui», mi è venuto in mente. Mah, una canzone così, di Vasco Rossi. Poi ho capito. Guardare il mare mi fa venire in mente la montagna di cose di cui non me ne frega più niente, che però s’hanno da fare perché sembra che compongano un orizzonte da raggiungere. È che poi tanto l’orizzonte non si raggiunge mai. Potrei passare ore a guardarlo senza annoiarmi. E che canzone era? penso. La noia. Ah, ecco.

Boccadasse2Avrei voluto stare lì a parlare coi pescatori, che poi sono loro che han parlato con me. Uscite ancora di notte?! Così anziani, mica gliel’ho detto. Certo. E questi sì che ne avranno da raccontare, di onde e stelle. E me le avrebbero raccontate se solo non avessimo ingombrato lo spazio, sempre troppo stretto, come un caruggio, o una creuza. I giovani corrono avanti e indietro trascinando carrelli pesanti su per la salita.
M. racconta barzellette a raffica e fa l’ubriaco come nessuno. Mi piego in due dalle risate. M. ha perso un’amica sul ponte. Forse ridere con il forestiero che ha pianto con te da lontano è un modo per dimenticare per qualche minuto.
G. concorda con me: i gabbiani fanno una bella vita. Ma sono feroci. Sventrano i piccioni, dice, e anche altro se gli capita a tiro. Oh, mamma, questa non la sapevo.
E me ne vado, poi magari torno.

Boccadasse

Il gatto velista

Gatto vela

E quello pigro…

Gatto Boccadasse

…che si mangia queste cose qui

Cibo di strada

 Le piante

Parchi di Nervi

Le pietre

Targa Quarto

La casa in vendita che non è più in vendita

Finestra

Le nuvole

Nuvole

Camogli

Camogli

Camogli 1Camogli targa

Camogli PiantaCamogli fiori