Dalla “Terra degli uomini”…

Terra degli uomini di Antoine de Saint-Exupéry è come un aereo un po’ acciaccato. Rulla a strappi, ci mette un po’ troppo a posizionarsi in linea di decollo. Non ha la coinvolgente dolcezza fiabesca de Il piccolo principe né le sue pennellate di poesia. Sei come un passeggero che legge un poco annoiato in attesa della partenza. Certo i pensieri non mancano. Come chiedersi come sarebbe il mondo se non ci fossero stati i pionieri, quelli disposti a giocarsi la vita per un qualcosa che all’epoca poteva persino passare per un sogno folle. Non racconta dei suoi voli di guerra, qui, Saint-Exupéry, altrimenti con quelli non avresti dubbi, ben meglio sarebbe stato un mondo senza aerei da guerra, ma dei suoi voli commerciali. Così pensi a quei trabiccoli ciechi dentro, senza o quasi strumentazione di bordo, e ciechi fuori, senza o quasi comunicazioni con la terra. Leggi di come si orientava con le luci della costa o con quelle delle città, in un buio talmente fitto che persino le stelle potevano confonderlo apparendo luci umane. Le Ande erano un pericolo costante per velivoli che non potevano ancora volare a certe altezze. E poi c’erano i pionieri dei pionieri, quelli che partivano per segnare le rotte sconosciute che poi avrebbero percorso tutti ma a cui loro, ancora una volta in più, accedevano alla cieca. Poi, senza accorgertene, il libro ha girato il muso sulla pista, si mette a correre come un forsennato e raggiunge la quota massima in metà del tempo che impiegherebbe un aeroplano vero. Ha sbuffato fino a pagina 67 (edizioni San Paolo), ci saranno altri vuoti d’aria, altri pensieri profondi ma non tanto bene espressi, ma il cielo se l’è conquistato.

«Ma un altro miracolo dell’aereo è quello di tuffarsi dritto al cuore del mistero. Come un biologo, da dietro l’oblò, studiate il formicaio umano.»

L’autore fa uno scalo «nei pressi di Concordia, in Argentina», viene ospitato da una famiglia, affascinante nella sua bizzarria. La descrizione della casa e delle persone che la abitano creano pagine di grande bellezza.

«Qui ogni cosa era un po’ malandata, e in modo adorabile, come un vecchio albero coperto di muschio…»
«La vedete, voi, una squadra di muratori, di falegnami, di ebanisti, di stuccatori piantare in mezzo a un passato del genere il loro armamentario sacrilego e rifare in otto giorni una casa che vi sembrerà di non aver mai conosciuto e dove avrete l’impressione di essere un ospite? Una casa senza misteri, senza angoli nascosti, senza trabocchetti sotto i piedi, senza segreti – una specie di atrio del municipio?»
«(…) più chiavi di quante non fossero le serrature della casa, e nessuna delle quali ovviamente funzionava per nessuna serratura. Chiavi meravigliosamente inutili, che confondono la ragione, che fanno sognare sotterranei, cofanetti sepolti, monete d’oro.»
Le ragazze, intelligentemente stravaganti, erano «Giudici che sapevano distinguere le bestie furbe da quelle ingenue, in grado di capire dal passo della loro volpe se l’animale fosse o meno d’umore trattabile, e in possesso di una conoscenza altrettanto profonda dei moti interiori.»

La pagina migliore è quella che chiude il capitolo, perché credo che siano pochi gli uomini in grado di concepire un pensiero così bello: «Oggi sogno. Tutto è lontanissimo. Cosa sono diventate quelle due fate? Di certo si sono sposate. Ma sono cambiate? (…) Che cosa fanno in una casa nuova? Che cosa sono diventate le frequentazioni di erbe selvatiche e serpenti? C’era in esse qualcosa di universale. Ma viene il giorno in cui nella ragazza si risveglia la donna. Si sogna di assegnare alla fine un “dieci”. C’è un “dieci” che pesa in fondo al cuore. A quel punto si presenta un imbecille. Per la prima volta quegli occhi così acuti si ingannano e lo illuminano di colori seducenti. Se quell’imbecille declama dei versi, si crede che sia un poeta. Si crede che capisca di pavimenti rotti, si crede che ami le manguste. Si crede che quella confidenza lo lusinghi, quella di una vipera che si dondola sotto la tavola tra le sue gambe. Gli si dà il cuore, che è un giardino selvatico, a lui che ama solo parchi ben curati. E l’imbecille porta via la principessa riducendola in schiavitù.»

Raccontando di un abitante del Sahara: «Si ricorda di quel gusto di mare aperto che l’uomo, una volta che lo ha assaporato, non dimentica più.» Non posso che concordare, il mare, una volta che ti ha preso, non ti lascia più.
Una ventina di pagine più in là ancora mare, ma questa volta raccontando di sé. È tragica questa frase, come se contenesse una premonizione: «Ma sono in aeroplano. Grosso o no non posso atterrarci. E questo mi procura, ne ignoro il motivo, un assurdo senso di sicurezza. Il mare fa parte di un mondo che non è il mio. Il problema qui non mi riguarda, neppure mi minaccia: non sono attrezzato per il mare.» Antoine de Saint-Exupéry sparì in volo durante la seconda guerra mondiale e il suo aeroplano verrà ritrovato solo nel 2004 in mare, nel Sud della Francia.

Ho scritto in questo blog da qualche parte che a noi viaggiatori poco viaggianti sembra di iniziare a vivere solo quando le ruote dell’aereo si staccano da terra. Ovviamente a lui il concetto viene meglio: «Ho bisogno di vivere. Nella città non c’è più vita umana. Non si tratta affatto, qui, dell’aviazione. L’aereo non è un fine, è un mezzo. Non è per l’aereo che si rischia la vita. Non è neanche per l’aratro che il contadino fatica. Ma, grazie all’aereo, si lasciano le città e i loro contabili e si recupera una vita contadina.»

La passione dell’uomo, che può portare a grandi cose o alle peggiori nefandezze. In entrambi i casi, è cieca e sorda.
«Per questo forse il mondo di oggi inizia a scricchiolare attorno a noi. Ognuno si esalta per religioni che gli offrono questa pienezza. (…) Allora, non stupiamoci. Chi non aveva nessuna idea di quello sconosciuto che stava addormentato dentro di lui, ma che l’ha sentito svegliarsi in un covo di anarchici a Barcellona (…) non conoscerà altro che una verità: la verità degli anarchici. (…) Se aveste obbiettato a Mermoz, quando si inoltrava in direzione del versante cileno delle Ande, con la sua vittoria nel cuore, che si sbagliava, che forse la lettera di un mercante non vale il rischio della sua vita, Mermoz avrebbe riso di voi. La verità era l’uomo che nasceva in lui quando trasvolava le Ande.»

Beata l’epoca in cui leggendo un vecchio libro non troveremo niente che ci ricordi il presente.

«Ma le carrozze di terza classe ospitavano centinaia di operai polacchi, licenziati dalla Francia, che tornavano in Polonia. (…) E mi sembravano aver perso per metà la natura umana, sballottati da un capo all’altro dell’Europa dalle correnti economiche, strappati dalla loro casetta del Nord (…) non avevano messo insieme altro che gli utensili da cucina, le coperte e le tendine, in pacchi mal legati e gonfi fino a scoppiare. Ma a tutto quello che avevano accarezzato o sedotto, a tutto quello che erano riusciti ad addomesticare in quattro o cinque anni di soggiorno in Francia, il gatto, il cane e il geranio, avevano dovuto rinunciare (…) E pensai: il problema non è assolutamente in questa miseria, in questa sporcizia, in questa bruttezza. Ma questo uomo e questa donna un giorno si sono conosciuti e di certo l’uomo ha sorriso alla donna (…) E lui, che oggi non è altro che una macchina per zappare o martellare (…) Il mistero è come siano diventati questi fagotti di creta. (…) Un animale invecchiato conserva la sua grazia. Perché questa bella argilla umana si è sciupata? (…) e mi dissi: ecco il volto di un musicista, ecco Mozart bambino, ecco una bella promessa della vita. I piccoli principi* delle leggende non sono in nessun modo diversi da lui (…) Qui c’è piuttosto una specie di ferita, di offesa al genere umano. (…) Quello che mi tormenta non può essere sanato dalle mense per i poveri. A tormentarmi non sono né quelle cavità, né quelle gobbe, né quella bruttezza. Mi tormenta che c’è un po’, in ciascuno di quegli uomini, di Mozart assassinato.»
* Terra degli uomini è stato pubblicato quattro anni prima de Il piccolo principe.

…al terra-terra degli uomini

Al lavoro un giornalista mi allunga un libro di Selvaggia Lucarelli, scrive davvero bene, dice. Per quel poco che la conosco concordo. Falso in bilancia è già un bel titolo. Il libro scorre veloce, anche per via dell’impaginazione, per arrivare a pagina 50 ci metti lo stesso tempo che impiegheresti ad arrivare alla pagina 9 del Dottor Živago. Purtroppo anche lei si adegua alla moderna scrittura, piena di paragoni per descrivere una cosa reale o un’emozione. Per un po’ va bene, anche perché serve a fare esercizi di ironia, a metà del libro mi ha già stufata. È più facile descrivere una situazione comparandola a qualcosa che già esiste e che si è quasi certi che strapperà un sorriso che non trovare parole nuove. In breve, è il report della sua eterna battaglia con la bilancia, perché Selvaggia ama ingozzarsi di qualunque cosa, per poi pentirsi, dimagrire e ricominciare a mangiare di nuovo arrendendosi al cibo che comunque la rende felice. Non ha sbagliato la Lucarelli a scrivere un libro così, soprattutto perché lo riferisce ai tempi dei social network in cui basta un niente (5/6 chili di troppo, una ruga) per essere distrutti moralmente, anche se sei una persona famosa e bella come Vanessa Incontrada. Me la ricordo questa brutta faccenda, l’avevano presa di mira mentre era incinta, ma non gli scemi del villaggio virtuale bensì i giornali, che poi sono spesso l’innesco dei massacri da tastiera. Mi chiedevo quanto si può essere meschini e ignoranti a prendersela con una donna che aspetta un figlio. A volte mi guardo intorno, sui mezzi di trasporto, e vedo dei gran cessi di uomini con le dita nel naso che compulsivamente armeggiano con lo smartphone. Sono cessi fuori e dentro e mi chiedo quanti di loro facciano parte dei massacratori. Ah, va da sé che c’è il corrispettivo femminile. Io lo identifico con quelle che hanno una voce odiosa e ciononostante ti costringono a sopportarla, che hanno gli occhi strabuzzati da pazza, che sono perennemente permeate da un’aggressività difensiva pure quando nessuno se le fila. Quindi il libro della Lucarelli ha un suo senso e bene ha fatto a scriverlo, quello che non ha senso è che questi libri esistano, perché siamo noi a determinare che ci possa essere mercato per un certo tipo di libro. Siamo passati dal guardare in su per cercare un nostro cielo nei libri al restare piegati sopra a questi schermi per poi andare a comprare un libro che ci spieghi le storture degli schermi. I pellerossa avevano una vista acutissima perché esercitata a guardare sempre lontano. I cavalli da corsa hanno i paraocchi perché non si sa mai che gli venga di prendere la pista dalla parte opposta, o meglio ancora, mandare a ranare quel brutto mondo che gli gira intorno e saltare lo steccato.

Da Cap Fréhel alla Costa di granito rosa. Un viaggio di colori

Ci sono luoghi che restano impressi nella memoria ma rimangono lì quieti, altri invece non smettono mai di chiamarti. Poi ci sono quelli che ti chiamano per vie traverse, come una foto impressa su un oggetto qualunque, uno di quei tappetini che si mettono sul tavolo perché non restino i cerchi dei bicchieri, comprato là. Solo che ci sono dei giorni in cui smettono di essere tappetini e diventano una specie di canto di sirena, urlante talvolta. Trégastel ha continuato a chiamarmi da quel giorno in cui l’ho visto solo dalla mattina alla sera, nel mio primo viaggio in Bretagna. Con Cap Fréhel invece ci siamo scambiati dei lunghi sguardi per anni. Però la Bretagna è scomoda da raggiungere dall’Italia, pochi o quasi nulli i voli diretti, almeno da Milano, alcuni aeroporti tipo Lannion chiusi al trasporto turistico, e una volta là non è tanto facile muoversi al suo interno. Così, l’anno scorso al suo insistente richiamo ho detto no. Ma quest’anno sono stata più caparbia. E poiché penso che altri potrebbero lasciarsi scoraggiare dai tempi e dalle distanze e sarebbe davvero un peccato perché sono posti bellissimi, ho deciso di dare a questo post un’impronta più informativa che non personale, rivolgendomi a chi non viaggia in macchina (a questo proposito segnalo http://www.escapadenature-sansvoiture.fr/).

Per Cap Fréhel la città di riferimento partendo dall’Italia è Saint-Brieuc, perché qui arrivano i treni diretti da Parigi Gare Montparnasse e da qui si prende la Ligne 2 – Saint-Brieuc / Erquy / Plévenon di Tibus, fermate Plévenon Camping Les Grèves d’en bas (consigliata per farsi la camminata), più lontana dal faro, o Péage Parking a circa 500 metri. Per la Costa di granito rosa la stazione è Lannion, raggiungibile direttamente da Saint-Brieuc. Per spostarsi da Lannion ai paesi della costa si possono utilizzare i bus Tilt , che sono però piuttosto radi, consiglio quindi un taxi che vi porterà a destinazione in poco tempo e a prezzi accettabili (sconsigliatissimi invece i taxi di Saint-Brieuc, troppo cari). Un errore di valutazione l’ho fatto per il ritorno in Italia. Per una personale antipatia sviluppata la volta precedente nei confronti di Rennes, ho scelto Nantes. Il viaggio da Lannion a Nantes è piuttosto lungo e con cambi, conviene dunque lasciare da parte i risentimenti e scegliere l’aeroporto di Rennes, tanto più che ho ritrovato una Nantes peggiorata in quanto a pulizia e sicurezza.
Al profilo degli “smacchinati” aggiungo quello dei viaggiator solitari (soprattutto solitarie) che potrebbero essere in qualche modo intimoriti dal GR34 – Sentier des douaniers. Creato nel 1791 per contrastare il contrabbando dal mare, era percorso dai doganieri che dovevano impedire che le merci entrassero in Francia senza pagare le tasse. Duemila chilometri di sentieri che coprono tutta la costa bretone. Io ho percorso un tratto di quello che porta al faro di Cap Fréhel, quello che dalla spiaggia di Trestraou, a partire dalla Gare Maritime di Perros-Guirec, porta al faro di Ploumanac’h (o Mean Ruz), alcuni tratti dalla spiaggia di Saint-Guirec, da quella di Trestrignel, dalla Grève Blanche di Trégastel e circa metà della Presqu’ile Renote, visto che me l’ero già fatto interamente la volta scorsa. Sono semplici da fare, non c’è bisogno di essere sportivi o praticare trekking, hanno delle salite e delle discese ma i dislivelli sono minimi. Raramente si presenta qualche difficoltà, dove ci sono dei grossi gradoni o dove si deve camminare su dei lastroni. Uno dei tratti più ostici è l’ultimo che porta sotto al faro di Ploumanac’h, in particolare per una passerella di marmo senza protezioni e scalini belli alti. Sono ben frequentati, anche a pomeriggio inoltrato perché qui la luce c’è fin verso le 23. Non c’è rischio di perdersi perché sono segnalati con cartelli, con i colori bianco e rosso, delimitati da fil ferro e comunque, anche se si prende un sentiero laterale, si è presto riportati sulla “retta via” da una vegetazione impraticabile o da uno strapiombo sul mare. Questi tratti non sono percorribili dalle biciclette nemmeno se tenute a mano, ci tengo a dirlo perché viene molto pubblicizzato il noleggio di mountain bike o bici elettriche che qui bisognerebbe lasciare. Le distanze e i tempi di percorrenza dati dai cartelli e dalle persone non sono tanto precisi, conviene valutare da sé la propria resistenza alla camminata (io credo di aver fatto una media di 8 chilometri al giorno), tenendo conto che in ogni caso vicino ai punti di interesse ci sono dei parcheggi e qui si fermano anche bus e navette. Quello che non bisogna fare è distrarsi mentre si cammina perché ci sono dei sassi sporgenti o dei buchi. Dopo aver preso un paio di tupic (che non è francese ma l’inciampare milanese), ho capito che per fare foto o guardare il panorama bisogna fermarsi. Il criterio è quello che andare oltre il se stesso quotidiano s’ha da fare, rischiare di rovinarsi la vacanza per un niente no. Ad esempio, visto che Cap Fréhel era la mia prima tappa e dovevo prendere confidenza, quando ho visto che il sentiero nella brughiera era un po’ accidentato ho preferito la strada sterrata fino a dove il cartello segnava “Accesso sicuro”. O anche, valutando a occhio la distanza, ho preferito rinunciare ad andare fino a Fort La Latte.
Perros-Guirec e i comuni limitrofi sorgono in un’area quasi circolare, dove ci si può spostare con la navetta Le Macareux di Tilt.
A Cap Fréhel non si mangia, non si beve e l’unico bagno è un’ecologica quanto imbarazzante toilette sèche nel parcheggio. Non pensate di potervi infrattare nella vegetazione perché qui c’è solo bassa erica. Circa la mancanza di alimenti, la sopravvivenza sulla via del ritorno mi è stata assicurata da un camioncino anni ’70 che faceva cibo da strada all’interno del Camping Les Grèves d’en bas, di cui ho anche usufruito da clandestina del bagno. Al faro di Ploumanac’h non si mangia, non si beve e non si va in bagno, ma qui la vegetazione, se proprio necessario, consente in qualche modo di infrattarsi.

Fugaci impressioni parigine 

La forma dell’acqua
Pare che i francesi vedano la bottiglietta di acqua minerale sotto forma di lingotto d’oro. Appena atterrata a Paris Orly mi sono messa a ridere nel vedere questa scritta Eau non potable (ma mica avran trovato veramente qualcuno con la testa dentro?!).

Poi la cosa ha preso dei contorni di plausibilità: si va dai 2 fino ai 3,10 euro dell’aeroporto De Gaulle.

La sagoma della Tour Eiffel e un paio di sagome moderne che ricaricano il cellulare “in bici” alla Gare de Montparnasse.

Saint-Brieuc

Non è una città che prende subito. Piuttosto dimessa, si avverte nei tanti locali vuoti e in affitto un’aria di decadenza, come questo bell’hotel che avrà avuto un passato migliore del presente.

Come europea, la cosa non lascia indifferente, viene da chiedersi che ne sarebbe degli altri se dovesse cadere una nazione come la Francia.
Dato il numero di targhe commemorative, si capisce che la Bretagna ha pagato un tributo altissimo alla liberazione. Questa però mi ha commosso in particolar modo, per la giovane età, certo, ma anche perché ormai siamo così presi dal voler cambiare le regole dell’Europa da dimenticarci che cos’è veramente l’Europa.

Sarò retorica, ma ho pensato che i pro Brexit che hanno voltato le spalle durante l’inno europeo hanno voltato le spalle a questo ragazzo.

Saint-Brieuc arriva un po’ per volta, con le sue belle case, le sue vie in salita e discesa e poi…

e poi le trovo un suo nome, “la città dei murales”.

“Gargoyle imbronciato”, particolare della cattedrale di Saint-Étienne.

Ammaliata dallo sguardo di questo cavallo.

Sedie per attesa autobus. Pensiero: in quale delle nostre città resisterebbero?

Marchons! Marchons!

Saint-Brieuc dà il nome alla Baie ma non è sul mare. Quindi me lo vado a cercare. Lo trovo a Binic. Fuori dalle spiagge semivuote, la vita si esprime come sulle nostre riviere: locali, lunghe code per un gelato, negozi, profumo di creme solari. In questa spiaggia trovo il più alto numero di conchiglie dalle forme più diverse che abbia mai visto.

Costernata dalla mia stupidità

Briochin, briochine, e io lì a chiedermi perché c’entrassero sempre le brioche anche dove non c’era da mangiare. Sul finire dell’ultimo giorno capisco che briochin è l’aggettivo per definire ciò che appartiene a Saint-Brieuc.

Cap Fréhel e il suo faro

Lo dico, non lo dico? Lo dico: qui l’erica è più bella che in Scozia. E adesso per togliermi il senso di colpa vado a bere un bicchierino di whisky.

C’è chi imita la natura…

…e la natura che non ha bisogno di imitare nessuno.

Côte de granit rose

Balade en mer – Gare Maritime Perros-Guirec/L’archipel des 7 îles con Armor Navigation

Da lontano sembra che la parte bianca sia così perché completamente priva di vegetazione.

Capito? Un frullare di ali bianche

Dai puffins ai macareux
Sono anni che corro dietro invano alle pulcinelle di mare. Vado alle Shetland e loro se ne sono già andate, vado su mari e scogliere scozzesi e loro non si vedono. Ormai ci avevo rinunciato, tanto che qui le loro foto che campeggiano qui e là le registro solo con la coda dell’occhio. E poi eccomi lì, sul battello, e sento lo spiegone, “chiamato anche clown per il becco colorato…” ma non mi dire! Qui si chiamano macareux moines ma sono loro. Sono proprio moines, piccine, girate dall’altra parte, non ho un cannocchiale e quindi non vedo facce colorate… ma vuoi vedere che magari le ho già incontrare e non le ho riconosciute? Ma Scozia batte Francia sulle foche, ne vedo solo una.

Dalla plage de Trestraou al faro di Ploumanac’h / Mean Ruz (andata e ritorno 3 ore e 45 minuti circa)

Una chiesetta? No, una polveriera. Sempre pronti, enfants!

Vedo un signore con un cappello a visiera con un pezzo di stoffa che da dietro scende a coprire il collo. Sembra quello della Legione straniera, penso un po’ perplessa. In realtà li portano abbastanza e li vedrò anche in vendita. Memore della scottatura dell’altra volta, ho la crema solare ma niente per la testa. Non c’è caldo, non si suda ma il sole picchia forte. Così mi metto in testa una sciarpa di quelle lunghe, lasciandola così, penzolante. Ho lo zaino in spalla e i pantaloni arrotolati fino alle ginocchia. Quando vedo la mia ombra pare anche a me di essere una della Legione straniera, una riflessione di cinque secondi soppiantata dalla meno inquietante e ridanciana immagine di Stanlio e Ollio in I due legionari.

Faro di Ploumanac’h

Plage de Trestrignel

Plage de Saint-Guirec 

L’oratoire de Saint-Guirec (http://docarmor.free.fr/valarmor/valouest/plouman1.htm)

Chapelle Saint-Guirec – Calvary
La Grève Blanche
L’acqua è fredda ma i francesi non sembrano avere problemi. Li ho visti farsi il bagno anche di sera quando ormai io avevo golf e giubbino. Però questi sassi offrono un’ottima piscina di acqua più calda.
Trégastel
Non si può descrivere quello che si prova nel rivedere un posto che pensavi di non incontrare mai più.

Invece di prendere alla destra del mare verso la già conosciuta Presqu’ile Renote, vado verso sinistra.

E mi ritrovo sopra la Grève Blanche.

A questo punto il dilemma è forte. Scendere sulla Grève Blanche e fare la strada che porta oltre, verso l’inconnu, o tornare sul sentiero della Presqu’ile Renote? Ci ragiono su un po’. Poi mi viene in mente che se non l’avessi mai vista, non sarei mai tornata e non avrei mai conosciuto questi luoghi da fiaba. Dunque glielo devo. Ripercorro i massi in senso inverso e torno sulla spiaggia iniziale.

Baguette enorme, baguette avanzata, baguette il giorno dopo immangiabile.

Posso?

Ok, posso.

Prima sbocconcella, poi prende metà della metà baguette e se la infila tutta in gola. Lo guardo terrorizzata, animale protetto, ha anche l’anellino alla zampa, se lo uccido che cosa mi faranno i francesi? Mouette o goéland che sia, non è una baguette a fermarlo.

Perros-Guirec

È il paese che mi ha ospitato, da dove facevo avanti e indietro, su e giù.

Le sere bretoni sono lunghe e piene di colori. L’Ovest è là, dove il sole si prende il suo tempo per andarsene.

Le baromètre breton (https://www.coop-breizh.fr/7193-le-barometre-breton.html)

Dichiarazione d’amore sulla sabbia. Non so se sia stato un francese o uno straniero ma mi associo.

Sencha remit son sac sur l’épaule. Il ne pesait plus guère, ce sac. Il était surtout plein du vent de la mere et de l’odeur des souvenirs. (Evelyne Brisou-Pellen, Le défi des druides)

Nantes

Sembra che i bretoni della costa abbiano nella loro anima e nella loro lingua la trasparenza dell’acqua e i colori della loro terra. Così l’impatto con una città dell’interno non è tra i migliori. Caldo, persone schive e la spazzatura per terra, dopo chilometri di spiagge prive di qualsiasi rifiuto, si nota di malanimo. Il centro di Nantes, che raggiungo senza entrare al castello perché già visto, è comunque bello e pieno di negozi interessanti.

Le temps entre le pierres di Flora Moscovici

Il colpo d’occhio delle statue con i cartelli di protesta è notevole.

E nemmeno mancano le curiosità.

La gente sembra più interessata a lui che ai vestiti e lui pare conscio del suo charme.

Avec mes sabots dondaine

L’avevo scambiata per la statua di una contadina.

Poi mi chino a leggere la targa:

ahhh, ma deve essere lei allora! Ils m’ont appelé vilaine avec mes sabots /Je ne suis pas si vilaine/Avec mes sabots dondaine/ Puisque le fils du roi m’aime avec mes sabots…
Se avete visto in giro qualcuna a Nantes che cantava senza vergogna En passant par la Lorraine, quella ero io.

 

Millennium, finalmente una gran rivista

Uno attraversa in diagonale e fuori dalle strisce una strada larga, un altro guida e messaggia sullo smartphone, quell’altro ancora passa in bici in mezzo a due autobus. Io li guardo e penso: stiamo diventando come quegli animali che a un certo punto vanno e si suicidano in mare. Per la verità, dicono gli esperti, non è un vero e proprio suicidio, è un comportamento che ha un suo perché, la morte è un effetto collaterale. Non ricordo questo perché, mi resta solo l’immagine del suicidio di massa. E non ricordo neanche subito il nome di questi animali. Mi viene lemuri ma so che non sono loro. I lemuri parrebbero creature placide, dedite solo a mangiare, salire sugli alberi e provare ad ipnotizzare la gente con i loro occhi enormi. Dopo un po’ mi viene: sono i lemming. Ecco, stiamo diventando come i lemming.
Poi succede che tutto d’un tratto i giornalisti sembrano essersi accorti delle fake news e scendono sul campo di battaglia. Dovrei stare con loro, in realtà mi trovo ad inveire contro la tv che passa la notizia di questa alzata di scudi, di questa veemente autodifesa della categoria, che in aggiunta sa di sospetto perché il pericolo che tutto sia bollato come fake news è concreto. Ma se siete stati voi i primi ad avere inventato le notizie false per questo o per quell’interesse. Che poi nemmeno serve inventarle le cose, basta tacerle, il danno all’informazione è il medesimo. Sì, è vero, internet ha portato via una bella fetta di mercato all’editoria ma pensare che sia solo questa la colpa è riduttivo. Chiunque abbia un minimo di finezza di pensiero lo vede quanto è raffazzonato il linguaggio del web e appiattito sulle esigenze degli algoritmi, sono i motori di ricerca a dettare le regole della scrittura sacrificando così la personalità di linguaggio di chi scrive che vale quanto i contenuti. Belli i tempi in cui senza leggere la firma si riconosceva il giornalista dallo stile. Per non parlare di quegli annunci che occhieggiano e rimbalzano da tutte le parti che ti sembra di stare al luna park. E i quotidiani sono tutti uguali o quasi, di carta o virtuali che siano, notizie identiche, spesso di poca importanza. Poi scopro (in colpevole ritardo) Millennium, il mensile de Il fatto quotidiano. Approfondimento, contenuti originali che pescano nel non solito, nel non conosciuto. Bellissima anche la grafica, minimale: niente accozzaglia di colori, o moltitudine di dida, didine, didette e strilloni a destra e a manca. Niente foto o fondini sotto il testo, solo un carattere chiaro nero su bianco. Quando so l’argomento del numero di questo mese mi precipito a comprarlo: Cari colleghi giornalisti ci stiamo suicidando. Peter Gomez conferma i miei pensieri, e anche i lemming.

Asl, una polveriera milanese

«Mi piace Milano perché se ti viene fame alle 3 di notte puoi mangiare». La sento una volta, alla seconda detta da persone e in contesti diversi ho già capito che è diventato un luogo comune. Ogni posto c’ha il suo. Quindi anche se uno alle 3 di notte trova solo un self-service h24 e si sbafa un tramezzino della Montedison, dirà che a Milano si mangia pure alle 3 di notte, perché è così che si deve dire. Io sono contenta se un turista può mangiare alle 3 di notte, ritenerla l’espressione del massimo splendore di una città già mi imbarazza un po’ di più. Credo comunque che ai residenti interessi poco, quello che invece li fa andare in bestia è pensare a questa patinatura di parole quando stanno vivendo i lati sotto, quelli nascosti, quelli quotidiani. La Asl ha un sito con l’elenco dei medici di base disponibili. Non è aggiornato, te lo dicono subito bontà loro. Scoprirò anche che qualche medico collocato in una zona appartiene in realtà a un’altra e che i lori numeri di telefono e gli orari non sempre sono corretti. Si vede che non è un servizio così fondamentale come l’ultimo pubblicato su Dolce&Gabbana. Quindi vado, ma il medico scelto dichiarato libero, libero non è. Tornerò dopo una ricerca più approfondita. Torno e mi si presenta una scena da tessera del pane in tempi di guerra, la coda parte da fuori, il nervosismo è palpabile, non capisco cosa succede. Solo risalendo la corrente vedo il cartello. Fino al 6 maggio si fanno un tot di numeri alla mattina e un tot al pomeriggio. Eh già, c’è la Pasqua, ci sono i ponti, personale dimezzato. Già di norma stanno aperti fino alle 14.30, o alle 15.30, questo è un altro dato vago. Avranno dirottato i tecnici informatici sulle prossime eventuali olimpiadi invernali. Perché i politici si stracciano le vesti se un supermercato chiude alla domenica ma ritengono normale che un pubblico ufficio faccia mezza giornata non l’ho mai capito. Devo gettare la spugna perché ho una cosa da fare: andare a lavorare. Faccio passare i ponti e torno, terza volta. La scena da tessera del pane è diventata da mercato nero. Ma cosa sta succedendo, insomma? penso. Azzardo: Quota 100 ha fatto scappare i medici in massa e in più per qualche insondabile motivo hanno deciso di cambiare per l’ennesima volta i codici di esenzione. Somma su somma ed ecco il risultato. Così eccoci, noi civilissimi ed eleganti milanesi in fila ordinata, solo un poco disturbati, solo un poco indignati, qualche mormorio sommesso. Finché non esce la malcapitata impiegata di turno con i numeretti. Deve essere quella che ha estratto il fiammifero più corto. I milanesi si scompongono e accerchiano la poveretta, quello dietro di me mi spinge e prova a passarmi avanti con la mano, ma non è giornata da low profile, parto all’attacco, allungo il mio arto per prima e riesco ad arraffare un più che dignitoso numero 337, stai attento a te che se ci provi ti do una gomitata nello stomaco che ti faccio ripresentare il panettone di Natale, penso.
Queste situazioni sono una polveriera. A uno straniero poco accorto viene da dire che in Italia non funziona niente, orpo, ma sarai pirla, credi che qualcuno possa mai darti ragione? Un coro di: e allora tornatene al tuo paese si alza compatto. Uno vuole riprendere la scena della folla col cellulare. La signora del fiammifero corto ha uno scatto ardito di protezione privacy nei confronti degli altri. L’ho già vista in azione l’altra volta, questa signora ha una fermezza, un coraggio e una capacità di mediazione da meritarsi la medaglia di cavaliere della Repubblica italiana. Una straniera con passeggino vuole entrare a tutti i costi perché «ha bambino». Credi che in questo momento possano vederti come una madre con neonato? Ma sei un mostro a tre teste con relativo alieno usurpatore. Riesco ad entrare col mio numero dove ci si può sedere. Mi guardo intorno, è tornata la calma, avere quel numero è stata la conquista del giorno. Guardo i pochi impiegati e mi chiedo con che animo si alzino dal letto. Penso alla temeraria fuori, costretta a calarsi nei panni di un poliziotto, e senza neanche lo scudo antisommossa. Situazioni indecorose e ingiuste nei confronti di tutti.
Sono le 3 del pomeriggio, non ho mangiato e non ho bevuto. Aspetterò le 3 di notte in questa Milano da bere e da mangiare.

Un ponte da cani parte 2

Mi spiace raccontare come è nata quest’altra mezza giornata ma a volte è inevitabile pensare che le persone hanno perso quel minimo di educazione che costa poco ma che fa la differenza, se poi sono proprio quelle persone da cui ti aspetti una naturale propensione ai rapporti umani, la sensazione è ancora più spiacevole. Ho cambiato il divano e visto che era ancora in buone condizioni, con un materasso praticamene nuovo, scrivo ad alcuni enti di beneficenza e assistenza alle persone di strada. Non uno di loro mi ha risposto. Mi viene così l’idea di scrivere a dei canili: tutti loro mi hanno risposto. Non possono usare materassi ma mi ringraziano. Ma certo, penso, i cani i materassi se li mordicchiano! Il mio cane, pur non avendo mai fatto grossi disastri, da piccolo aveva trattato l’angolo del divano nuovo alla stregua di una pallina da tennis. Ma è questo fatto qui della risposta versus il silenzio più totale che mi ha fatto scattare la molla, vincendo anche il timore di uscire immagonita da questi luoghi che esistono solo per la cattiveria umana, quella fine a se stessa, e quindi ben peggiore di qualunque altra. Un argomento che può prestare il fianco al “benaltrismo”, un neologismo orrendo che si è reso necessario coniare per dare un qualche nome al vezzo di rispondere a qualsiasi tema con: E allora questo? E allora quello? E di questo in quello a quell’altro alla fine non si ragiona più su niente, né sul fatto indiscutibile che interessarsi a una cosa non preclude attenzione per altre. Quindi io questo neologismo non lo uso, c’è quello vecchio che va benissimo: deficienza, intesa come deficere di capacità di pensiero. Se abbandoni un cane pensando che tanto sia una cosa ma non pensi che potrebbe provocare un incidente e magari uccidere qualcuno, allora sei un deficiente. Di esempi ce ne sarebbero a iosa ma mi fermo qui.
Insomma, forse in virtù del fatto che scambio più mail con Paolo che con altri e che il rifugio è raggiungibile anche senza auto, decido per questo Adica Onlus di Lodi. Me li vorrò portare a casa tutti e mi metterò a piangere, è il pensiero che mi accompagna per tutto il viaggio, associato al ricordo che quando ero piccola il canile era solo un tempo brevissimo di permanenza e poi il capolinea. Be’, dai, di strada ne abbiamo fatta da allora. Ne faccio un po’ anch’io in mezzo ai campi, a me piace andar per campi, mi mette allegria. Si smorza questa allegria davanti al muro alto di cemento armato sormontato da un filo spinato. Ma dai, mi autorimprovero, non ti sei appena chiesta, vedendo il posto un po’ isolato, come facessero a proteggerli di notte?
Passa presto questa sensazione sgradevole, la mia passione per i murales associata a quella per gli animali:

È la prima volta che entro in un canile, non so come approcciarmi. Ho avuto un solo cane, di cui non ho mai smesso di sentire la mancanza, ma la fortuna di avere una vita popolata da decine di cani altrui (anche gatti, e ci mancherebbe). Questo mi ha portato a comprenderli abbastanza bene, se hanno voglia o no di interagire con te e in quale misura, se hanno o no buone intenzioni verso i loro simili. Li guardo e mi sembra di capire quelli che sono ancora disposti ad accordare fiducia alla razza umana, quelli che sono disposti ma solo un passo alla volta e quelli che non ne vogliono più sapere, a meno che non sia chi li accudisce. Il canile ha dei bei box puliti, con la zona notte riscaldata e ci sono spazi dove i cani vengono lasciati liberi per alcune ore. Ci sono due maremmani, facevano la guardia in una fabbrica, dismessa l’attività, hanno dismesso anche loro, non li hanno portati al canile, li hanno lasciati lì e basta come si lasciano dei ferri rotti. Ci sono due cagnoline trovate in uno scantinato, stanno insieme da anni e ormai non si possono più separare. C’è una femmina di pitbull, probabilmente reduce dalla pratica dei combattimenti tra cani. C’è un bell’incrocio di lupo, Stan,

uno di quelli che ha ancora una gran voglia di avere a che fare con un umano. Cimbro,

Foto dal sito Adica

un quasi labrador nero, si lascia accarezzare, me lo porterei a casa, sì, come farei col suo vicino, un grosso cane nero dall’aria placida e il muso incanutito, lo porterei a casa anche solo per questo, perché un cane anziano si meriterebbe una famiglia. E sul finire Luppolo,

Foto dal sito Adica

un incrocio di boh, questa volta non si capisce, basso, lungo, dal pelo lungo bianco e nero. Platone è un altro boh,

Foto dal sito Adica

dall’aria furbina e simpatica, un veterano di questo posto, affettuoso con gli umani ma non con gli altri cani. La mia guida mi dice che di solito riescono a farli adottare abbastanza velocemente, ma non puoi andare lì, sceglierne uno e portartelo via. Vogliono essere ben sicuri che tu non sia uno di quelli che pensa che un cane sia un giocattolo da regalare per poi disfartene quando sei stufo, e che è un impegno, che se decidi di averlo ha diritto al tuo tempo e al tuo rispetto. Non esco con quel magone che avevo immaginato, che è poi quello che mi ha sempre tenuto lontano dai canili. A parte qualcuno che pare ormai intrappolato in una profonda nostalgia, i cani qui sembrano aver trovato un loro equilibrio, accuditi dai volontari che li amano e al sicuro.
La guida-Ugo è tanto gentile da accompagnarmi in macchina verso il centro. Faccio una passeggiata.

Ma nel tempo del treno, quello morto, in quello sì che mi immalinconisco, penso a Cimbro, al simpatico anzianotto, a Luppolo, perché gli animali ti si fissano in mente, lasciano impronte che non sono quelle delle loro soffici zampe, regalandoti un di più che non potresti avere in nessun altro modo, e loro nemmeno lo sanno.

Ringrazio tutti i volontari del rifugio che mi hanno dedicato il loro tempo.

A.DI.CA. Onlus – Associazione per la difesa del cane
Via Cavalieri di Vittorio Veneto, 20
Lodi (LO)
http://www.adica.org/
mail: [email protected]