Il milanese prossimo venturo

futur-urribile-Dario Rivarossa

 

Chiudono, smantellano, riaprono, richiudono, rismantellano. E riaprono: quelli che ti tolgono i peli per sempre, quelli che ti fanno le unghie, quelli che fanno il sushi, perlopiù “falso” perché fatto in realtà da cinesi. Una quantità impressionante, anche a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. Per dovere di cronaca, l’ultimo trapanamento di muri ha portato al curioso nome di This is not a sushi bar. Forse per prendere le distanze. Non troveremo più un falegname, un fruttivendolo, un qualcuno dove comprare una giacchetta. Gli spostamenti mattutini non portano consiglio ma osservazioni, talvolta pensieri lugubri. Come questo milanese prossimo venturo: glabro, con unghie affilate e ingozzato di sushi. Una specie di alieno da Area 51. Chiedo a Dario se può dare forma a questa mia inquietudine. Non è la prima volta che lo fa, di assecondarmi, persino la capretta di Heidi, bontà sua. E gli riesce sempre tutto così bene.

Il nuovo libro di Fabrizio Bolivar. Un romanzo di stili, persone, pensieri

Wallak la vita e altre seccature Bolivar

È un romanzo corale il nuovo libro di Fabrizio Bolivar Wallak, la vita e altre seccature. Tra reali e immaginari, i personaggi sono tanti e tutti ben delineati. Dal cialtrone alla “pantera” della Bassa, a chi è l’amico inesistente di chi (o l’alter ego) alla catechista vulcano, è tutto un intrecciarsi di personalità e caratteristiche fisiche particolari, divertenti o disperate, immutabili o in divenire. Molte le figure femminili, quasi tutte interessate, in modo più o meno equilibrato, al protagonista Daniele “Zed” Zanetti, a dispetto della sua bassa autostima, della sua incapacità di portare avanti un discorso serio per più di qualche minuto, di un aspetto fisico poco aitante messo in risalto dal vezzo di vestirsi «come un barbone di Bucarest». Sarà facile ai lettori individuare il proprio preferito, pescarlo fuori come in una scatola di cioccolatini a seconda di quanto riesce a comunicare a ciascuno. Quello che ha “parlato” con me è il vecchio contadino Amedeo.

«Avete presente uno di quei vecchietti tutto nervi, con una scoliosi da falce e con le rughe sul volto profonde quanto un solco d’aratro nella terra secca?
(…) Con il suo sorriso sbilenco, la cicatrice, la pelle bruciata dal sole. Il cappello di paglia, la camicia a maniche corte, i pantaloni blu legati alla vita da una fune.»

Mi ha riportato alle persone che hanno popolato i giorni della mia infanzia passati in campagna, quelle di cui oggi resta solo l’involucro esterno, come il vecchio cappello di paglia con la marca sbiadita del mangime di turno, e quasi nulla di ciò che stava all’interno che valeva tanto quanto la terra grassa e marrone su cui vivevano. Amedeo poi incarna la virtù che più si è persa in questi tempi: parlare solo quando è necessario e solo quando si ha qualcosa che valga la pena sentire, conscio che certe situazioni, così come un tramonto o un vecchio albero nodoso, non hanno bisogno di inutili didascalie umane.

«Soprattutto considerato che la parsimonia dell’eloquio era compensata più che degnamente dalla potenza del contenuto. Anche se in realtà lui non avrebbe avuto bisogno di parlare. Comunicava già abbastanza con gli sguardi, con i gesti, con i silenzi.»
«Vedi quell’albero laggiù? mi chiese. Certo che lo vedo, gli risposi. Era un albero isolato, rigoglioso e imponente. Sembrava fosse contento di starsene lì senza rompicoglioni attorno.»

L’io narrante vive in una città, non abbastanza grande per essersi mangiata la campagna attorno ma non abbastanza piccola da aver rigettato come virus brutti monolocali discutibilmente arredati pagati come ville e gente-ratto pronta a rosicchiarti appena possibile.
Ma è qui in aperta pianura che si generano i pensieri più profondi di Zed, che trapassano il suo solito sarcasmo e cinismo per lasciarsi andare al ricordo, alla paura che abbiamo in tanti: che le cose che più ci sono care, i nostri pochi riferimenti solidi, cambino e si liquefacciano insieme a tutto il resto in un’incerta poltiglia.

«(…) mi accorgo che tutto è sempre più perfetto. La luce, i colori, i profumi. E anche noi. Anche noi siamo perfetti. Questione di pochi secondi, perché come una ghigliottina mi piomba di nuovo in testa la solita terribile domanda. Per quanto durerà tutto questo? Per quanto?»
«Quando avverto un cambiamento che riguarda le persone con le quali sono cresciuto, oppure i luoghi, i profumi dell’infanzia e quelle cose lì, mi si forma un magone in gola. Perché è un’altra certezza che se ne va, un baluardo che si sgretola.»

Si sorride parecchio in Wallak ma la gigionaggine di Zed è spesso una maschera che nasconde sostanza. «I concetti di libertà individuale, di rifiuto del potere costituito e di disobbedienza civile come forma di protesta, mi hanno sempre affascinato. Ma l’anarchia in questa società non può funzionare, soprattutto a causa dell’elevatissima percentuale di idioti da cui è composta.»
Qualche lungaggine poteva essere evitata ma gliela si concede perché è indice di amore per la scrittura, il desiderio di lasciar straripare le parole da dentro, come fa il Po di quando in quando fregandosene di argini e barriere. Ed effettivamente in Wallak la scrittura fa parte del coro come gli altri personaggi. La scrittura che non si riesce a leggere – cultura che trabocca dagli scaffali della libreria in cui lavora, un peso che incombe perché il protagonista sa che potrà avvalersene solo in minima parte, preso come tutti a destinare la quasi intera esistenza al lavoro – e quella che si cerca di creare, tra momenti di esaltazione creativa e di totale vuoto cerebrale. L’ispirazione che viene dagli scrittori che Zed ama e il desiderio di fare il lancio al piattello di quelli che detesta, fino alla commozione nello scoprire che un suo amico ce l’ha fatta a pubblicare un libro. C’è il romanzo giallo anni ’50 che prende forma dentro il romanzo di vita che a un certo punto assumerà anch’esso tinte gialle. C’è l’editrice Emma che impone le regole di mercato e Zed che vorrebbe percorrere nuove strade narrative. Dirò, qualche idea di Zed fossi stata io l’editrice gliel’avrei pubblicata.

«Ma come faccio a fidarmi di te se fino all’altro ieri mi hai proposto delle storie assurde, tipo quella del galeone spagnolo che parte da Valencia nel millequattrocento e sbarca a Ibiza nel duemilasedici, a ferragosto, mi fa. (…) tra i protagonisti che avevo pensato di inserire c’era anche Osvaldo Piume Dispari, il pappagallo senza becco, le dico. (…) E secondo te mi dovrei fidare di uno che scrive delle puttanate del genere? mi interrompe. Guarda che Osvaldo Piume Dispari avrebbe avuto una personalità piuttosto complessa (…)»
«Raccontava di un uomo che al calare dell’oscurità si trasformava in piccione.»

E Wallak? Wallak è quello che ti inchioda al dovere proprio quando hai voglia di sbracare, sclerale, svaccare e invece latita quando ne hai bisogno. Il petulante grillo parlante che ci perseguita da sempre.

Fabrizio Bolivar è al suo XXXX libro. Non sarò io a dire qual è il numero esatto. Come il Boghel del noir stile Chandler dentro la commedia stile Bolivar ho il mio segreto da mantenere, sino a tempo debito.

Nota personale. Mi sono ritrovata un milione di volte imbacuccata o seduta arrostita sul parapetto di un binario morto ad ascoltare la voce di servizio: ferma a Cremona, Piadena, Bozzolo e… un E marcato a spezzare quella litania impersonale, tenuto in sospeso…  e? Castellucchio. Mi sono sempre chiesta dove fosse Castellucchio, che faccia avesse Castellucchio. Ringrazio quindi Fabio Bolivar, autore della foto di copertina, per aver materializzato questa stazione ormai diventata un mito.

Fabrizio Bolivar
Wallak, la vita e altre seccature
In vendita su: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/351016/wallak-la-vita-e-altre-seccature-2

Riders of the bridge

Bici

Ponti e weekend, la cosa migliore da fare a Milano e andarsene da Milano. Quando non è possibile, o metti il broncio e ti rivolti mestamente nei tuoi desideri irrealizzabili

Statue

o ti imbarchi in tecniche di autoconvincimento tipo, prendo la bicicletta e vado a rigenerarmi in un parco. Sbagliato. Perché centinaia di persone che non hanno potuto schiodare come te hanno messo in atto le stesse tecniche. Tanto che un giorno vedremo gli alberi alzare le radici e andarsene a rigenerarsi altrove. Allora dici, prendo la bici e vado a caccia di angoli segreti, ché per queste cose non c’è mezzo migliore della due ruote. Per fortuna gli angoli segreti se ne stanno nelle vie perse, perché ti illudi che tutti la pensino come te circa le due ruote festive, macché, toglili la macchina da sotto i piedi ai beoti, che poi magari sono gli stessi che pagano per andare in palestra a tenersi in forma. A questo proposito, apro una parentesi per immortalare questa fantastica risposta. Considerando che tanti cinema del centro hanno chiuso anche perché i beoti si lagnano di non poter parcheggiare la macchina, plaudo a chi usa il web a scopi sociali.

Risposta

Quindi il primo ostacolo è raggiungere la via persa, il secondo è quanto ti senti inetto quando riesumi la bici per la prima volta dopo l’inverno. Allora va bene la via persa, però quella che si conosce già. La bici, ah, la bici è invece alluminio lucente, la bici è davvero saltare il fosso, la bici è sempre “The Spirit of Saint Louis”,”Barone Rosso”… ehm… era l’aereo, ok, ho abusato, ma giusto per dire che con la bici ti puoi fermare anche a fare una foto dove sei sempre passato via come un lampo.

Come le casine delle scuderie di San Siro

Scuderia San Siro

Come la pista di allenamento dei cavalli, che alla mattina corrono pieni di vigore, belli come si addice ai potenti destrieri, mentre io ho ancora la faccia di uno scendiletto.

Pista

Io e il mio piccolo destriero giallo sembriamo non aver risentito troppo dell’inattività invernale, così è arrivato il momento delle vie sconosciute. C’è sempre stupore quando a Milano scopri queste cose ancora vecchie, colorate come una casa di Portofino, che resistono con grazia alla fuffa intorno.

Trattoria Lampugnano

Cucina milanese, risotto, cotoletta, cassoeula… magari questa la rimandiamo ai tempi freddi.

Però un po’ il cuore ti batte quando scopri cose di alto valore storico.

Targa Petrarca

Ti cade anche un po’ la mandibola, ma cosa ci faceva qui Petrarca? mi chiedo con aria ebete.

Petrarca, su pressante invito di Giovanni Visconti, Signore ed Arcivescovo di Milano, lascia l’amata Provenza per giungere nella città di Ambrogio nel 1351.
Ed anche qui, nella caotica (anche ai tempi!) metropoli, cerca da subito un nuovo “Locus Amoenus”, con paesaggi agresti e tranquilli simili a quelli lasciati a Valchiusa e che gli possano permettere il ricongiungimento spirituale con l’amata Laura.

Dal sito di Cascina Linterno http://www.cascinalinterno.com/

Cascina Linterno 1Cascina Linterno 2

Se fossi il sindaco gli darei l’Ambrogino d’oro, se avessi i soldi gli farei da mecenate, se fossi l’assessore delle infrastrutture, edilizia e che altro li assumerei a tempo indeterminato.
Sconosciuti “bro”, siete rimasti gli ultimi a portare bellezza, persino su una cabina dell’elettricità.

Cane Cabina

Il bambino-pesce

Il bambino boccheggia come un pesce lasciato all’asciutto. Non è vero, qualcuno dice. Il bambino è un bravo attore? No, è che magari è successo chissà quando. Però allora è successo. Però, ma… con le armi convenzionali non stai lì a boccheggiare e nessuno cerca di “guarirti” con una doccia. Ma credi che a Trump gliene freghi qualcosa del bambino-pesce? Ma certo che no, perché mai dovrebbe fregargliene qualcosa? La guerra si fa per interesse, pensa a tutti i bambini-pesce che vivono in posti dove non c’è petrolio né altri interessi, pensa a questi che fanno finta di scandalizzarsi ma sono amici di paesi ignobili. Il bambino-pesce lo si bombarda un po’ più in là del suo boccheggiare, là dove proviene la causa del suo “malessere”. Così i riflettori si spostano sui fuochi d’artificio di una situazione in cui nessuno riesce più a capirci niente, tranne gli addetti ai lavori, che seduti sulle poltrone s’accapigliano su chi deve fare cosa. Tranne che sul fatto che fare i fuochi d’artificio, è cosa ormai assodata, non solo non risolve il problema del bambino-pesce, ma si trascina dietro anche tutta una serie di pessime conseguenze. Poi ci sono quelli di animo buono che non smettono di dire: non possiamo più restare indifferenti, e cercano di insinuare il senso di colpa. Parole buone ma di nessuna concretezza. Di che cosa dovrei sentirmi in colpa io? L’unica arma che ho è quella di votare persone che si dichiarano contro la guerra. Ma pare ormai ovvio che quest’arma è spuntata. L’unica arma che potrei avere sarebbe quella di votare persone che hanno il coraggio di dire no a tutto, ma proprio a tutto a ciò che va contro tutto quanto è sbagliato, costi quel che costi. Ma pare ormai ovvio che quest’arma è inesistente. O di fare qualche misera beneficenza, che può sempre servire a comprare una mascherina antigas o una gamba finta. Così stiamo seduti al tavolino a parlare di chi ha fatto cosa, di ciò che può essere vero o falso, spesso noi stessi avviluppati in opinioni sedimentate a seconda del colore politico. Poi torni a parlare dei fatti tuoi, tanto sai che non puoi farci niente, neanche i soldi che spendi a mantenere chi dovrebbe pensare idee diverse servono a niente. Neanche chi va sul posto a documentare può farci niente, perché il bambino-pesce colpisce lui, me, te, ma non colpisce più in alto di così, e l’opinione pubblica vale quanto il bambino-pesce: niente. Il pensiero tremendo che ti viene quando capisci che non puoi farci niente è che così stanno le cose, la guerra c’è sempre stata e ci sarà sempre, finché riesci a schivarla tanto meglio, puoi sempre andare a pesca di trote. Se non le guardi mentre stanno morendo, ne viene fuori una cosa buona.

Il volto meno noto di Raimondo Vianello

Lorenzo Bassi e Franco Longobardi tornano alla Fondazione Cineteca Italiana con un altro dei loro originalissimi docufilm. Un montaggio di introvabili documenti filmici per mostrare le performance meno conosciute di tanti personaggi che hanno fatto la storia del cinema e della Tv. A finire sotto i riflettori delle loro pazienti ricerche di archivio questa volta è stato Raimondo Vianello. Conosciuto principalmente come personaggio televisivo, potremo qui invece vederlo in un’antologia di rarità che riguardano la sua meno nota carriera cinematografica.

L’appuntamento è per domenica 15 aprile 2018, ore 17 presso Fondazione Cineteca Italiana-Mic - Manifattura Tabacchi, viale Fulvio Testi 121, Milano, MM Bicocca

Cinevianello locandina