“…che udir con gli occhi è finezza d’amore”

04-raccortiUn signore ripiega il giornale e lo appoggia sul tavolo.
- Ma che fa, lo legge e non lo paga? sussurro.
Due occhi scuri si girano a guardarmi. Credo di vedere un 10% di calma rassegnazione e un 90% di pazienza, bonaria, quasi inesauribile. Ma non do il tempo di rispondere:
- Ma almeno compra un pacchetto di sigarette, di cicche, una ricarica del telefono, che so?
Non ricordo la risposta, forse è no. Si legge il giornale e se ne esce come è venuto, come se fosse una biblioteca e non un esercizio commerciale. Non ricordo la risposta perché la mia mente aveva riportato a galla un vecchio ricordo, una candid camera di Nanni Loi. L’attore faceva lo stesso, andava ai chioschi delle edicole, prendeva un giornale e se lo leggeva. Diverse reazioni, quella che resta nella memoria è l’edicolante milanese, che allunga il braccio fuori dal suo buco e intima: Te paghet puntini di sospensione, non è una domanda e neanche una minaccia, è quasi una lezione: paghi e poi puoi leggerti il giornale. Che è poi quello che avrei fatto io. Ma lui no. Poi leggo questo racconto e credo di capire. Io non ho un particolare interesse verso gli sconosciuti, forse perché non ho un negozio e quindi gli sconosciuti sono le centinaia di persone che mi si muovono intorno senza viso, senza occhi, di solito senza voce, ché la musica la uso anche per quello, per isolarmi, nei percorsi dal punto A al punto B che mi separano dai conosciuti. Poi sì, qualche eccezione c’è sempre, però io non ho occhi. Lui sì, per indagare, per conoscere o solo per immaginare e costruire una storia, perché a lui la gente, o come direbbe Loredana la gggènte, piace.

A LOREDANA SARRICA, SPEAKER DI RADIO 1
di Sabato Cuomo

…avresti dovuto vedere com’era bella, Loredà. Aveva un copricostume-vestito, cioè uno di quegli abiti di tela che ti servono per metterli sopra il costume quando vai al mare, ma che volendo ci puoi anche uscire, anche di sera con uno scialle sopra, o con uno di quei bei foulard sulle spalle. Un copricostume lungo, nero, con le spalline sopra le spalline del costume nero anche quello. Aveva unghie curatissime con uno smalto rosso. Aveva lunghi capelli neri e occhi neri, profondi. Sembrava la figlia di Claudia Cardinale. Si muoveva tra i giornali cercando qualcosa: in vero due li aveva presi, e li teneva su un braccio come si tiene un neonato. Lei cercava ancora, io sbrigavo un cliente e la guardavo, sbrigavo un altro cliente e la guardavo facendo attenzione a che lei non mi notasse, perché se se ne fosse accorta si sarebbe offesa, avrebbe interpretato — a ragione, senza dubbio — che io avevo paura che lei si fregasse i giornali e fosse scappata, mentre invece io, a una come lei, le avrei detto vieni dietro al bancone, prendi il cassetto con tutti i soldi, prendi perfino le mie sigarette e l’accendino, che io ti accompagno pure fuori, ti accompagno alla macchina, e ti apro lo sportello con un inchino. Mi piaceva pure come si muoveva: gesti e movimenti riservati, come quelle donne che vanno a sentire la messa in Piazza San Pietro, che hanno preferenza a nascondere il proprio corpo. Comunque alla fine arriva al bancone, e vedo i giornali che ha preso, che non sono i migliori ma oggi è mercoledì e le cose buone arrivano proprio il mercoledì pomeriggio. Prende pure Vivident Xilit  tipo verde. Io scarico tutta la mia signorilità, tutto il mio aplomb:
«Mi scusi, stava cercando qualcosa in particolare?»
«Veramende io starei a scercà ntimità e confidendze».
Che delusione, già per i giornali che ha comprato ma soprattutto per quell’accento sgradevole, improponibile. Mio nipote, fulminato anche lui:
«Di dove sei?» (del basso Lazio, idiota!)
«Veramende, io starei in provinscia di Frosinone».
Mi sono alzato, avrei potuto lamentarmi ma non l’ho fatto, avrei potuto sbattere il cassetto ma non l’ho fatto, me ne sono andato in un angolo dietro al negozio, a pensare. A pensare che è stato bello sentire la tua voce.

Boom made in Italy. Dal passato a nuove prospettive

rifacciamo-boomPaola Ducato è insegnante di Storia e Filosofia e specializzata nell’insegnamento dell’italiano ai ragazzi stranieri. A Perugia, dove vive, è promotrice di diversi progetti in ambito scolastico. Nel marzo 2016 è uscito il suo volume Rifacciamo Boom.
Nei tempi di crisi che stiamo vivendo, e che si protraggono anche se continuiamo a dare loro un senso di finitezza chiamandoli periodo, un libro come questo Rifacciamo Boom può essere un saggio non solo inteso come genere letterario ma come saggia riflessione e sagge premesse da porre per ritrovare i “bei tempi andati” del miracolo economico, evitando, però, di ripeterne errori ed esasperazioni. Già a partire dal titolo: un deciso imperativo, senza l’ottimismo un poco scriteriato del punto esclamativo o l’incertezza o, anche, il nascosto invito del punto interrogativo.
Perché è vero, i tempi andati sono stati belli ma pieni di contraddizioni e cadute, e nemmeno si può negare loro parte della responsabilità di quanto è venuto dopo. Così come non si può dimenticare che proprio questi anni di grandi balzi nella luce del benessere hanno visto episodi oscuri, un paio su tutti la morte di due importanti personalità, le cui dinamiche restano tutt’oggi avvolte nel dubbio: l’incidente aereo di Enrico Mattei (1962) e l’uccisione di Piero Paolo Pasolini (1975).  Al fondatore dell’Eni e allo scrittore di Petrolio sono dedicate alcune delle narrazioni portanti del volume, che passa anche attraverso il Centenario dell’Unità d’Italia celebrato nel 1961 e arriva ai giorni nostri con Expo 2015. Un viaggio nella storia del nostro Paese, per non dimenticare, per non appiattirci su vecchie misure che non possono più essere e imparare a rifondare un’economia più rispettosa della persona e dell’ambiente.

Del libro si è già parlato nel corso di varie conferenze a Perugia a cui hanno partecipato, tra gli altri, il prof. Leonardo Tofi dell’Università di Perugia e il prof. Gianluca Prosperi.

Rifacciamo Boom
di Paola Ducato
Guardastelle Edizioni

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Emblematici Stemmari

StemmiA distanza di alcuni anni dalla pubblicazione dello Stemmario della provincia di Pavia (La Provincia di Pavia. Gli stemmi civici del Pavese, della Lomellina e dell’Oltrepò), ho avuto il piacere di essere ricontattata dal dottor Carletto Genovese per una nuova collaborazione ad un altro Stemmario. Ad essere ora percorsa in lungo e in largo, guardando in alto verso antichi edifici, castelli o angoli di strade («Fermatevi, ovunque vi troviate, e guardatevi in giro. Non ci vorrà molto tempo a scovarne.») o nel chiuso di uffici tra documenti dimenticati è la provincia di Como. Le parole del dottor Genovese rendono bene l’idea del grande lavoro di ricerca che c’è dietro queste pubblicazioni:
«Ho speso molto tempo nel silenzio solenne degli Archivi di Stato per rievocare la memoria degli stemmi. Ho preso in mano carte ingiallite, impolverate, ho decifrato scritture ridondanti d’altri tempi (…) Mi sono impegnato con tenacia e passione, al solo scopo di svelare quella parte mancante del simbolo e ho portato alla luce, come un novello Indiana Jones, un mondo sconosciuto.»
Il primo Stemmario è stato per me una finestra su un mondo nuovo, che mi ha incuriosito e coinvolto. A questo Stemmi dei comuni comaschi si è aggiunto qualcosa di personale. Parecchi nomi di questi paesi giacevano tra i ricordi, riportati al quotidiano raramente. E ora eccoli qui, a saltar fuori dallo schermo e a ricondurmi all’infanzia o a ormai molti anni fa: Lurago d’Erba, Gravedona, Sorico, Pusiano, Fino Mornasco e altri, come se le radici vivessero in uno stato latente senza mai morire veramente o come se certi momenti se ne fossero andati per sempre e invece no, si ricompongono solidi pezzo per pezzo e magari ti ritrovi ancora a ridere come allora.
Gli Stemmari sono un viaggio nella storia di un pezzo d’Italia e se appartieni in qualche modo a quel pezzetto lì, sono un viaggio anche nella tua di storia.

Stemmi dei comuni comaschi è in vendita con La Provincia e su Amazon

Laboratorio di scrittura… creativa? Un reportage

A volte mi sono chiesta, o mi hanno chiesto, che cosa pensassi dei corsi di scrittura creativa. La risposta non è mai stata tra le più entusiaste. La ragione principale è perché penso che il talento è qualcosa di innato, che non si apprende e non si insegna. Il secondo motivo è che applicare la tecnica alla sfera creativa sia in un certo senso rischioso. Si potrebbe generare omologazione. Ma d’altra parte è anche vero che può esserci il talento delle idee ma non la sapienza nell’esprimerle, e comunque rigettare a priori un’esperienza è abbastanza stupido, considerando poi che questi laboratori riscuotono un grande successo. Così, quando Carlo mi ha detto che stava accingendosi a frequentarne uno, per l’esattezza uno di lettura e scrittura, gli ho subito detto: «Fammi sapere!» L’inviato da Avellino non ha disatteso le mie richieste e, a corso finito e pizza mangiata (che a leggere quello che ha combinato ci si stupisce che l’abbiano invitato), mi ha inviato il seguente reportage.

Angolo delle StorieCara Elena,

Non ho dimenticato le tue curiosità circa il laboratorio di scrittura “Parole tra noi leggere”, la cui seconda edizione ho appena terminato di frequentare. E passo quindi ora a raccontarne, come da te gentilmente richiesto, qui sul tuo blog.

Come ti dicevo, eravamo alla seconda edizione – io alla prima ancora non c’ero – ed ho subito apprezzato il fatto che non si sarebbe trattato di scrittura “creativa”; che se ci pensi bene è una faccenda un po’ pleonastica, per non dire per radical chic. Altro che creatività a merenda, qui sulla pagina, e sulle tecniche per produrla come si deve, si sudava eccome: tanto per incominciare, letture di classici di riferimento. Perché se vuoi scrivere bene, devi per forza conoscere chi e come lo ha fatto assai prima e assai meglio di te. Perciò allora vai con Virginia Woolf, Ernest Hemingway, Edgar Allan Poe, Raymond Carver, Daniele del Giudice, William Faulkner e non so se mi spiego, io mica li avevo mai letti, tanti di questi, e la classe si vede. Anche quella degli scrittori che sono stati nostri graditissimi ospiti in carne e penna per due interessanti pomeriggi di domande a tutto spiano: Franco Festa e Matilde Iaccarino.

Le loro testimonianze, attraverso le quali ci hanno gentilmente concesso di rubargli un po’ di ferri e segreti del mestiere, sono state per noi preziose; così come quelle elargiteci lezione per lezione da una delle due insegnanti, la scrittrice Emilia Bersabea Cirillo, di cui sono sicuro non vorrai perderti l’ultimo splendido noir, Non smetto di avere freddo, appena uscito per L’Iguana Editrice.

Emilia Bersabea Cirillo

Emilia Bersabea Cirillo

L’altra insegnante, la bravissima Anna Catapano, viene invece – oltre che dal Piemonte che è già una cosa singolare e speciale qui da queste parti – da una pluriennale esperienza di comunicazione e pubbliche relazioni maturata in ambiti istituzionali. E di tale suo vissuto personale ci ha trasferito la estrema cura per il dettaglio e la strumentazione logica e  lessicale indispensabile in un bagaglio espressivo che voglia essere quantomeno dignitoso: analisi dei personaggi, costruzione delle trame, sviluppo narrativo in prima, seconda e terza persona singolari e plurali, differenti punti di vista del narratore, tipologie di incipit, dosaggi di climax, fasi di revisione del testo, variazioni e sfumature di tono, stile e genere eccetera.

Anna Catapano, Matilde Iaccarino, Emilia Bersabea Cirillo

Anna Catapano, Matilde Iaccarino, Emilia Bersabea Cirillo

Insomma tutto quello che trasforma un mediocre testo partorito di getto – sempre diffidare di chi pubblica quello che scrive di getto, non è quasi mai presentabile – in un prodotto rispettoso del lettore e degli obiettivi che l’autore si è proposto.

Ebbene sì, lo ammetto, come mio solito ho dato un po’ di fastidio. Ma cosa vuoi, ero là come premiato del concorso scaturito dal laboratorio dello scorso anno, ed è stata evidentemente sottovalutata la mia inadeguatezza al contesto. Non quella autoriale, no, parlo di quella personale, tu mi conosci… e così la docenza e la classe si è dovuta sorbire la mia cronica  deficienza di quaderni – scusa, Emilia! – ed il mio conseguente scribacchiare su spiegazzati pizzini tirati fuori di tasca al momento, manco fossi un picciotto di cosa nostra, il rumoroso tamburellare della mia penna sul tavolo – vero, Lidia? – le mie bifolche citazioni di fantasy e horror, le mie stupide battute a sproposito e la mia molesta presenza in genere. Ce l’hanno fatta, però, a sopportarmi, e soltanto per questo un bel premio lo darei io a tutti loro.

Anna e Carlo

Anna e Carlo

Intanto però, nonostante la mia ciucciaggine e monelleria da terza età, qualcosina alla fine l’ho assimilata e messa a frutto anch’io; per esempio come e perché non si usano i punti esclamativi e i puntini sospensivi che prima mi piacevano tanto, o come star zitto e lasciare il foglio in bianco se hai poco o nulla da dire, anche se questo io continuo a trovarlo difficile. Un’altra cosa bella, anzi bellissima, è stato lo scambio quasi quotidiano con gli altri corsisti dei nostri testi scritti per esercizio.

InsiemeAprire la posta elettronica in queste settimane non è mai stato tanto bello ed entusiasmante, pochi attimi ed entravi subito nei mille loro mondi interiori: l’elegante, stiloso Sud America bohémien di Giovanni, i compassati e al tempo stesso arguti salotti di Marta, i simpatici, scanzonati e generosi antieroi di Antonio, le riflessive e sagge bimbe di Mafalda, le determinate donne in carriera di Maria Paola, le melanconiche eppur imprevedibili figure di Antonella, le sagge e navigate alter ego di Lidia (stupefacente seconda piemontese in aula), le deliziose damine d’antan di Mariella e Rossella (che si vede anche quando scrivono che sono sorelle), e a questo punto non vorrei proprio aver dimenticato nessuno o nessuna, ma credimi, la sbornia di storie e di vite era incredibile, tanto che non mi sembrava vero di poterle vivere tutte assieme contemporaneamente!

Insieme 2Spero a loro siano ugualmente piaciuti i miei topi da ufficio ed i miei mostri alieni, così lontani da tutto il resto, proprio come le loro creature letterarie dalle mie… ecco, ho di nuovo usato punto esclamativo e puntini di sospensione, e lo vedi allora che mi devo impegnare di più?

Così, da un intreccio narrativo nato lì per lì con l’assegnazione di una vecchia foto cui ispirarsi, all’analisi della musicalità e dell’impatto emotivo di singole lettere e frasi, al calarsi di volta in volta in diversi generi letterari – se non addirittura in panni e penna di scrittori famosi, per tentare di riprodurre il caratteristico stile di ognuno – siamo arrivati quasi senza accorgercene all’ultima lezione e all’appuntamento con la pizza di fine stagione. Già con la mente al prossimo anno per il prosieguo di questo affascinante percorso, che, partito non a caso dal  nostro Angolo delle Storie preferito (thè, succhi di frutta e biscotti inclusi: uè saluti e grazie anche a te, Consiglia!) ci porterà… ci porterà… ci porterà! Arrivederci in autunno punto esclamativo, che frattanto di questi vizi interpunzionali avrò tutto il tempo di liberarmi durante l’estate.

Ciao e scrivete scrivete scrivete che non è mai tempo perso

Carlo Crescitelli

 

 

Fermati, scrittore, e parlami di te

fabrizio bolivar

Ho già scritto di Fabrizio Bolivar in un mio precedente post, parlando però soprattutto del suo libro Sei a zero. Ma appartenendo egli all’eroica schiera degli scrittori part-time, volevo sapere di più. E non è una cosa facile, perché se arrivi nei loro momenti creativi sei una fonte di disturbo (e se sono part-time, mica gli puoi portare via una part del time), quando ne escono poi non si ricordano più cosa gli avevi chiesto – davvero mi hai chiesto un’intervista? – ma sembrano contenti. Non devi aspettare molto però, perché poi spariscono di nuovo, presi dalle parole, persi in una nuova avventura.  E adesso è qui, a questo tavolo da bar virtuale. Una Coca, acqua o un bicchiere di Lambrusco mantovano… mah, tanto è tutto virtuale, appunto.

E dunque, Fabrizio, chi sei e come ti sei trovato a scrivere libri?
«Lavoro in un’azienda che eroga servizi sul territorio. A Mantova. Un lavoro da impiegato spesso impegnativo, ma troppo spesso noioso e poco stimolante. Il tempo che mi rimane lo dedico al tennis, ai libri e ai film. Ho iniziato a scrivere una quindicina d’anni fa. Quasi per gioco, forse per noia. Ero a casa dal lavoro per qualche giorno, confinato nel mio appartamento dall’influenza. I programmi tv erano inguardabili e i libri a mia disposizione non un granché. Così ho iniziato a scrivere un racconto. La settimana successiva l’ho inviato ad alcuni amici, i quali l’hanno trovato divertente. Quindi ne ho scritti altri, e poi altri ancora».

Da dove trai spunto per scrivere le tue storie?
«Le mie storie prendono spunto più che altro dalla realtà. Ricordi e aneddoti che spesso non hanno nulla a che fare con la mia esperienza personale, ma che mi sono stati riferiti da amici o conoscenti. Anche i giornali sono un’ottima fonte di notizie. Quando noto qualche articolo strano cerco di archiviarlo in memoria per poi magari utilizzarlo se ne capiterà l’occasione (dice di farlo anche Andrea Camilleri, ndr). Invece il carattere e l’aspetto fisico dei personaggi arriva dall’osservazione diretta delle persone che incontro nella vita di tutti i giorni. Dell’autore alla fine rimangono solo alcune riflessioni, generalmente veicolate dal protagonista del romanzo o del racconto».

Quali emozioni ti porta la scrittura?
«La scrittura mi diverte. Molto. Forse la cosa è facilitata dal fatto che in genere tendo a descrivere situazioni comiche. Anche se spesso hanno un retrogusto amaro. È il genere di umorismo che preferisco. Spesso mentre scrivo mi ritrovo a ridere da solo. E poi mi chiedo, ma quello che fa ridere me, farà ridere anche gli altri? Certo che farà ridere anche gli altri, mi rispondo senza troppa convinzione. Se poi la pagina che sto scrivendo mi viene davvero bene, esattamente come volevo io, beh in quel caso mi sento soddisfatto. Invece quando scrivo e cancello, riscrivo e ricancello, giro e rigiro la frase, e poi alla fine mi alzo dalla scrivania e vado a vedere la tv, ecco, in questo caso l’emozione che vivo potrebbe essere sintetizzata con il termine frustrazione. Anche se incazzatura rende meglio l’idea».

Nel tuo libro Sei a zero citi John Fante e nell’intervista che ho trovato nel web nomini il suo A Ovest di Roma, un libro in cui sono incappata per caso e che anch’io ho amato moltissimo. Negli autori che ami di più, trovi una fonte di ispirazione?
«Grande John Fante, il mio scrittore preferito. Ti consiglio Full of life, grandissimo libro. Di John Fante ho letto tutto, anche le lettere. Di certo gli autori che amo sono una fonte di ispirazione. In qualche modo sono condizionato dal loro modo di scrivere, forse anche inconsciamente. Il risultato però devo ammettere che non è a livello dell’originale, altrimenti sarei un fenomeno…».

Secondo te gli e-book sono la grande possibilità per tutti di realizzare il sogno di vedersi pubblicato o proprio per questo è la fine di un’editoria di qualità?
«Tutti oggi possono autopubblicarsi e trasformare i propri testi in e-book. Oppure farsi pubblicare a pagamento. A mio avviso però la realizzazione di questo genere di sogni è di scarso valore, proprio per il fatto di essere alla portata di tutti. Fare un salto di qualità è difficile, ed è l’ambizione di molti, e ovviamente anche la mia. Mi piacerebbe ci fosse meritocrazia nel mondo dell’editoria. Mi piacerebbe che tutti partissero alla pari, che tutti i concorsi fossero imparziali e che non esistessero canali preferenziali per i soliti raccomandati. Insomma, un’utopia. Secondo me comunque la buona editoria non morirà, peccato che per alcuni talenti sarà inaccessibile. Perché tra le migliaia e migliaia di proposte qualche vero talento senz’altro c’è. Ma senza nessuno che arrivi a leggerlo e a valutarlo seriamente quel talento finirà per continuare a scrivere solo per se stesso e per pochi amici. L’unica possibilità per tutti coloro che se lo meriterebbero ma che non hanno modo di farsi notare, è la solita vecchia botta di culo. Almeno quella speriamo non abbia canali preferenziali!».

Venendo alla tua città, il terremoto del 2012 ha gravemente danneggiato i palazzi storici di Mantova e tutti abbiamo guardato inorriditi le crepe di Palazzo Tè con la sua straordinaria Sala dei giganti. Non si era però fermato uno dei suoi eventi di maggior successo, il Festivaletteratura, che esiste dal 1997, e quest’anno Mantova sarà Capitale della cultura. Come si sta preparando?
«Riguardo il terremoto, a parte qualche impalcatura ancora presente e la cupola di un campanile in via di sistemazione, la città si è ripresa. A Mantova gli eventi culturali non mancano. È una città ricca di storia e iniziative. Prima fra tutte, appunto, il Festivaletteratura. Quest’anno di certo la città sarà ancora più viva. Il Comune si sta preparando e credo proprio non deluderà le aspettative».

Non solo Mantova città, però. Il 31 gennaio si è chiusa la X edizione del NebbiaGialla Suzzara Noir Festival, un’altra manifestazione culturale dedicata alla lettura e alla scrittura.
«Suzzara in giallo è un’iniziativa dello scrittore Paolo Roversi. L’ho conosciuto anni fa, e ho letto anche un paio dei suoi libri. Ma il festival non lo conosco».

Per ringraziarti di esserti fermato qui, vorrei augurarti (si possono fare gli auguri a uno scrittore?) di ritrovarti presto con un’altra tua creatura di carta. C’è già qualcosa che bolle in pentola?
«Gli auguri ad uno scrittore sono assolutamente d’obbligo, soprattutto per coloro che come me non sono per niente superstiziosi. Quindi grazie molte. Sto scrivendo un nuovo romanzo. Sarà un romanzo un po’ strano. A mio giudizio però l’idea di base è molto interessante. Posso solo aggiungere che mi devo documentare parecchio. Quindi è un progetto che richiederà molto tempo, del resto me lo posso permettere, visto che non ho nessun editore alle calcagna… Magari ce l’avessi… il romanzo sarebbe finito, rivisto e corretto per mercoledì prossimo!».

Bibliografia di Fabrizio Bolivar
Maledetta Vita, raccolta di racconti, 2004, Fara Editore di Rimini
480 caratteri spazi inclusi, raccolta di racconti brevi, 2006, Compagnia dei Librai di Genova
Autopubblicati con ilmiolibro
Ti lascio le pentole, romanzo, 2011
Vaccaboia che idea, raccolta di racconti, 2012
Microstorie, raccolta di racconti brevi, 2012
Sei a zero, romanzo, 2015