Nella mente dell’uomo che creò Blade Runner

Blade Runner è un film che da molto tempo giace in file sul mio computer. Appartiene a quel mondo di cose che potresti rivivere se non fosse che hai paura che tirandole fuori dallo scatolone perdano la magia del ricordo. I capi classici vanno bene ad ogni stagione, le emozioni no.
Per me Blade Runner è sempre stato il film + il robot umano + Harrison Ford. Non amando la fantascienza, non mi sono neanche mai posta la domanda se fosse stato tratto da un libro. Quindi, ora so che è stato tratto da Il cacciatore di androidi (Do Androids Dream of Electric Sheep?) di Philip K. Dick. Ma questo libro, malgrado il titolo, non parla della genesi del romanzo e non è nemmeno una biografia in senso stretto, non contiene infatti date e bibliografia. Blade Runner 1971: il prequel sgorga dalla corrente ininterrotta dei ricordi di Tessa B. Dick, una delle tante mogli dello scrittore, ne deduco l’ultima ufficialmente riconosciuta come tale. Si ha la sensazione di una persona che abbia scritto ad occhi chiusi, concentrata a memorizzare non solo i fatti ma anche i particolari, come il colore di un divano. La forma è infatti discontinua, passando dalla seconda persona alla terza col nome Tessa e qui e là c’è qualche ripetizione dello stesso avvenimento. Uno stile talvolta un poco disorientante per il lettore, che ne resta però catturato come se stesse vivendo accanto a loro, o solo a lei, i momenti narrati. L’atmosfera creata dall’incipit «Accomodatevi sulla sedia di Philip K. Dick, o sul lato opposto del tavolo, e godetevi la conversazione» permane fino alla fine del racconto.
A livello emotivo, questo libro non è per nulla facile da vivere. Paranoia “congenita” o indotta da droghe e alcol crea uno stato di turbamento quasi continuo, ulteriormente amplificato dal comprensibile dramma di uno scrittore che potrebbe avere una vita più che agiata grazie al suo lavoro e che si ritrova invece in gravi difficoltà economiche. Unica consolazione, una schiera di buoni amici con cui condividere musica e conversazioni. Ma forse il tema più angosciante è il pensiero che anche le democrazie consolidate come quella americana possono aprire nella loro storia enormi squarci di soprusi alle libertà individuali. L’ossessione di Dick di essere spiato in casa e pedinato fuori da parte della Cia potrebbe essere inquadrata come una sua mera paranoia o passare sotto le spesso esagerate teorie del complotto, se non fosse che chi ha anche solo una minima conoscenza del maccartismo sa delle brutture che ha generato e che non è morto definitivamente alla fine degli anni ’50. Per altri motivi, sotto altri nomi e, si spera, in altre forme si è ripresentato, e magari anche nel più recente Patriot Act. Uno Stato sul piede di guerra contro i suoi cittadini… c’è da non dormirci la notte.

Il Prequel appartiene alla categoria di libri che sogni di leggere con attaccato a un orecchio quei cartellini che si mettono alle porte degli alberghi: Non disturbare. Dobbiamo quindi rallegrarci della conoscenza virtuale tra Tessa B. Dick e Dario Rivarossa che ha tradotto il libro, permettendoci così di entrare nella casa e nella mente di uno scrittore.

Blade Runner 1971: il prequel
di Tessa B. Dick
Traduzione di Dario Rivarossa
Il Terebinto Edizioni

12 rotte da Avellino

Storie di immigrazione, di futuri inquietanti e di passati leggendari, di scienza impazzita, triviali pensieri d’ufficio, serial killer fuori controllo e persino una storia d’amore. Dodici racconti diversi scritti in epoche e stili diversi.

Ad aprire, inframmezzare e chiudere le storie piccoli teatrini da Essi inscenati a beneficio del lettore, o per divertirlo o per spiegargli la genesi del racconto. Essi – maiuscolo – è come It, qualcosa di neutro e informe (o dalle mille forme). Il corpo Carlo Crescitelli ci presenta l’antiviaggiatore come un suo alter ego, un vestito che si mette solo per l’occasione, riconoscendogli una certa superiorità ma trattandolo come altro da lui.

Ma forse non ha ancora capito come stanno le cose. Perché queste storie sono diverse, a legarle tutte però è un unico tema: il viaggio. Reale o immaginario, angosciante o surreale, in un luogo fisico o un trip allucinato nella mente umana.

Si rassegni dunque Carlo Crescitelli, l’antiviaggiatore è improiettabile all’esterno, non è una sgangherata pellicola su vhs né l’ombra che lo accompagna o la figura nello specchio. Egli è dentro di lui da sempre, forse da ancor prima che Lui/Egli gli desse un nome. Sdoppiamento o possessione che sia, A spasso con l’antiviaggiatore assolve la funzione della narrativa, sussurrando all’orecchio del lettore: vieni via con me.

Segnalo per originalità Il circo delle profondità, per perizia di scrittura Traffico atlantico perturbato e Moon (ambientato in una Torino oscura e carica di pioggia, probabilmente sarebbe piaciuto anche a Fruttero e Lucentini). Potere all’immaginazione, in cui torna l’incubo che ci ha segnato tutti e ha segnato un solco tra prima e dopo 1984 di Orwell.

A spasso con l’antiviaggiatore
di Carlo Crescitelli
Il Terebinto Edizioni

Dalla “Terra degli uomini”…

Terra degli uomini di Antoine de Saint-Exupéry è come un aereo un po’ acciaccato. Rulla a strappi, ci mette un po’ troppo a posizionarsi in linea di decollo. Non ha la coinvolgente dolcezza fiabesca de Il piccolo principe né le sue pennellate di poesia. Sei come un passeggero che legge un poco annoiato in attesa della partenza. Certo i pensieri non mancano. Come chiedersi come sarebbe il mondo se non ci fossero stati i pionieri, quelli disposti a giocarsi la vita per un qualcosa che all’epoca poteva persino passare per un sogno folle. Non racconta dei suoi voli di guerra, qui, Saint-Exupéry, altrimenti con quelli non avresti dubbi, ben meglio sarebbe stato un mondo senza aerei da guerra, ma dei suoi voli commerciali. Così pensi a quei trabiccoli ciechi dentro, senza o quasi strumentazione di bordo, e ciechi fuori, senza o quasi comunicazioni con la terra. Leggi di come si orientava con le luci della costa o con quelle delle città, in un buio talmente fitto che persino le stelle potevano confonderlo apparendo luci umane. Le Ande erano un pericolo costante per velivoli che non potevano ancora volare a certe altezze. E poi c’erano i pionieri dei pionieri, quelli che partivano per segnare le rotte sconosciute che poi avrebbero percorso tutti ma a cui loro, ancora una volta in più, accedevano alla cieca. Poi, senza accorgertene, il libro ha girato il muso sulla pista, si mette a correre come un forsennato e raggiunge la quota massima in metà del tempo che impiegherebbe un aeroplano vero. Ha sbuffato fino a pagina 67 (edizioni San Paolo), ci saranno altri vuoti d’aria, altri pensieri profondi ma non tanto bene espressi, ma il cielo se l’è conquistato.

«Ma un altro miracolo dell’aereo è quello di tuffarsi dritto al cuore del mistero. Come un biologo, da dietro l’oblò, studiate il formicaio umano.»

L’autore fa uno scalo «nei pressi di Concordia, in Argentina», viene ospitato da una famiglia, affascinante nella sua bizzarria. La descrizione della casa e delle persone che la abitano creano pagine di grande bellezza.

«Qui ogni cosa era un po’ malandata, e in modo adorabile, come un vecchio albero coperto di muschio…»
«La vedete, voi, una squadra di muratori, di falegnami, di ebanisti, di stuccatori piantare in mezzo a un passato del genere il loro armamentario sacrilego e rifare in otto giorni una casa che vi sembrerà di non aver mai conosciuto e dove avrete l’impressione di essere un ospite? Una casa senza misteri, senza angoli nascosti, senza trabocchetti sotto i piedi, senza segreti – una specie di atrio del municipio?»
«(…) più chiavi di quante non fossero le serrature della casa, e nessuna delle quali ovviamente funzionava per nessuna serratura. Chiavi meravigliosamente inutili, che confondono la ragione, che fanno sognare sotterranei, cofanetti sepolti, monete d’oro.»
Le ragazze, intelligentemente stravaganti, erano «Giudici che sapevano distinguere le bestie furbe da quelle ingenue, in grado di capire dal passo della loro volpe se l’animale fosse o meno d’umore trattabile, e in possesso di una conoscenza altrettanto profonda dei moti interiori.»

La pagina migliore è quella che chiude il capitolo, perché credo che siano pochi gli uomini in grado di concepire un pensiero così bello: «Oggi sogno. Tutto è lontanissimo. Cosa sono diventate quelle due fate? Di certo si sono sposate. Ma sono cambiate? (…) Che cosa fanno in una casa nuova? Che cosa sono diventate le frequentazioni di erbe selvatiche e serpenti? C’era in esse qualcosa di universale. Ma viene il giorno in cui nella ragazza si risveglia la donna. Si sogna di assegnare alla fine un “dieci”. C’è un “dieci” che pesa in fondo al cuore. A quel punto si presenta un imbecille. Per la prima volta quegli occhi così acuti si ingannano e lo illuminano di colori seducenti. Se quell’imbecille declama dei versi, si crede che sia un poeta. Si crede che capisca di pavimenti rotti, si crede che ami le manguste. Si crede che quella confidenza lo lusinghi, quella di una vipera che si dondola sotto la tavola tra le sue gambe. Gli si dà il cuore, che è un giardino selvatico, a lui che ama solo parchi ben curati. E l’imbecille porta via la principessa riducendola in schiavitù.»

Raccontando di un abitante del Sahara: «Si ricorda di quel gusto di mare aperto che l’uomo, una volta che lo ha assaporato, non dimentica più.» Non posso che concordare, il mare, una volta che ti ha preso, non ti lascia più.
Una ventina di pagine più in là ancora mare, ma questa volta raccontando di sé. È tragica questa frase, come se contenesse una premonizione: «Ma sono in aeroplano. Grosso o no non posso atterrarci. E questo mi procura, ne ignoro il motivo, un assurdo senso di sicurezza. Il mare fa parte di un mondo che non è il mio. Il problema qui non mi riguarda, neppure mi minaccia: non sono attrezzato per il mare.» Antoine de Saint-Exupéry sparì in volo durante la seconda guerra mondiale e il suo aeroplano verrà ritrovato solo nel 2004 in mare, nel Sud della Francia.

Ho scritto in questo blog da qualche parte che a noi viaggiatori poco viaggianti sembra di iniziare a vivere solo quando le ruote dell’aereo si staccano da terra. Ovviamente a lui il concetto viene meglio: «Ho bisogno di vivere. Nella città non c’è più vita umana. Non si tratta affatto, qui, dell’aviazione. L’aereo non è un fine, è un mezzo. Non è per l’aereo che si rischia la vita. Non è neanche per l’aratro che il contadino fatica. Ma, grazie all’aereo, si lasciano le città e i loro contabili e si recupera una vita contadina.»

La passione dell’uomo, che può portare a grandi cose o alle peggiori nefandezze. In entrambi i casi, è cieca e sorda.
«Per questo forse il mondo di oggi inizia a scricchiolare attorno a noi. Ognuno si esalta per religioni che gli offrono questa pienezza. (…) Allora, non stupiamoci. Chi non aveva nessuna idea di quello sconosciuto che stava addormentato dentro di lui, ma che l’ha sentito svegliarsi in un covo di anarchici a Barcellona (…) non conoscerà altro che una verità: la verità degli anarchici. (…) Se aveste obbiettato a Mermoz, quando si inoltrava in direzione del versante cileno delle Ande, con la sua vittoria nel cuore, che si sbagliava, che forse la lettera di un mercante non vale il rischio della sua vita, Mermoz avrebbe riso di voi. La verità era l’uomo che nasceva in lui quando trasvolava le Ande.»

Beata l’epoca in cui leggendo un vecchio libro non troveremo niente che ci ricordi il presente.

«Ma le carrozze di terza classe ospitavano centinaia di operai polacchi, licenziati dalla Francia, che tornavano in Polonia. (…) E mi sembravano aver perso per metà la natura umana, sballottati da un capo all’altro dell’Europa dalle correnti economiche, strappati dalla loro casetta del Nord (…) non avevano messo insieme altro che gli utensili da cucina, le coperte e le tendine, in pacchi mal legati e gonfi fino a scoppiare. Ma a tutto quello che avevano accarezzato o sedotto, a tutto quello che erano riusciti ad addomesticare in quattro o cinque anni di soggiorno in Francia, il gatto, il cane e il geranio, avevano dovuto rinunciare (…) E pensai: il problema non è assolutamente in questa miseria, in questa sporcizia, in questa bruttezza. Ma questo uomo e questa donna un giorno si sono conosciuti e di certo l’uomo ha sorriso alla donna (…) E lui, che oggi non è altro che una macchina per zappare o martellare (…) Il mistero è come siano diventati questi fagotti di creta. (…) Un animale invecchiato conserva la sua grazia. Perché questa bella argilla umana si è sciupata? (…) e mi dissi: ecco il volto di un musicista, ecco Mozart bambino, ecco una bella promessa della vita. I piccoli principi* delle leggende non sono in nessun modo diversi da lui (…) Qui c’è piuttosto una specie di ferita, di offesa al genere umano. (…) Quello che mi tormenta non può essere sanato dalle mense per i poveri. A tormentarmi non sono né quelle cavità, né quelle gobbe, né quella bruttezza. Mi tormenta che c’è un po’, in ciascuno di quegli uomini, di Mozart assassinato.»
* Terra degli uomini è stato pubblicato quattro anni prima de Il piccolo principe.

…al terra-terra degli uomini

Al lavoro un giornalista mi allunga un libro di Selvaggia Lucarelli, scrive davvero bene, dice. Per quel poco che la conosco concordo. Falso in bilancia è già un bel titolo. Il libro scorre veloce, anche per via dell’impaginazione, per arrivare a pagina 50 ci metti lo stesso tempo che impiegheresti ad arrivare alla pagina 9 del Dottor Živago. Purtroppo anche lei si adegua alla moderna scrittura, piena di paragoni per descrivere una cosa reale o un’emozione. Per un po’ va bene, anche perché serve a fare esercizi di ironia, a metà del libro mi ha già stufata. È più facile descrivere una situazione comparandola a qualcosa che già esiste e che si è quasi certi che strapperà un sorriso che non trovare parole nuove. In breve, è il report della sua eterna battaglia con la bilancia, perché Selvaggia ama ingozzarsi di qualunque cosa, per poi pentirsi, dimagrire e ricominciare a mangiare di nuovo arrendendosi al cibo che comunque la rende felice. Non ha sbagliato la Lucarelli a scrivere un libro così, soprattutto perché lo riferisce ai tempi dei social network in cui basta un niente (5/6 chili di troppo, una ruga) per essere distrutti moralmente, anche se sei una persona famosa e bella come Vanessa Incontrada. Me la ricordo questa brutta faccenda, l’avevano presa di mira mentre era incinta, ma non gli scemi del villaggio virtuale bensì i giornali, che poi sono spesso l’innesco dei massacri da tastiera. Mi chiedevo quanto si può essere meschini e ignoranti a prendersela con una donna che aspetta un figlio. A volte mi guardo intorno, sui mezzi di trasporto, e vedo dei gran cessi di uomini con le dita nel naso che compulsivamente armeggiano con lo smartphone. Sono cessi fuori e dentro e mi chiedo quanti di loro facciano parte dei massacratori. Ah, va da sé che c’è il corrispettivo femminile. Io lo identifico con quelle che hanno una voce odiosa e ciononostante ti costringono a sopportarla, che hanno gli occhi strabuzzati da pazza, che sono perennemente permeate da un’aggressività difensiva pure quando nessuno se le fila. Quindi il libro della Lucarelli ha un suo senso e bene ha fatto a scriverlo, quello che non ha senso è che questi libri esistano, perché siamo noi a determinare che ci possa essere mercato per un certo tipo di libro. Siamo passati dal guardare in su per cercare un nostro cielo nei libri al restare piegati sopra a questi schermi per poi andare a comprare un libro che ci spieghi le storture degli schermi. I pellerossa avevano una vista acutissima perché esercitata a guardare sempre lontano. I cavalli da corsa hanno i paraocchi perché non si sa mai che gli venga di prendere la pista dalla parte opposta, o meglio ancora, mandare a ranare quel brutto mondo che gli gira intorno e saltare lo steccato.

Millennium, finalmente una gran rivista

Uno attraversa in diagonale e fuori dalle strisce una strada larga, un altro guida e messaggia sullo smartphone, quell’altro ancora passa in bici in mezzo a due autobus. Io li guardo e penso: stiamo diventando come quegli animali che a un certo punto vanno e si suicidano in mare. Per la verità, dicono gli esperti, non è un vero e proprio suicidio, è un comportamento che ha un suo perché, la morte è un effetto collaterale. Non ricordo questo perché, mi resta solo l’immagine del suicidio di massa. E non ricordo neanche subito il nome di questi animali. Mi viene lemuri ma so che non sono loro. I lemuri parrebbero creature placide, dedite solo a mangiare, salire sugli alberi e provare ad ipnotizzare la gente con i loro occhi enormi. Dopo un po’ mi viene: sono i lemming. Ecco, stiamo diventando come i lemming.
Poi succede che tutto d’un tratto i giornalisti sembrano essersi accorti delle fake news e scendono sul campo di battaglia. Dovrei stare con loro, in realtà mi trovo ad inveire contro la tv che passa la notizia di questa alzata di scudi, di questa veemente autodifesa della categoria, che in aggiunta sa di sospetto perché il pericolo che tutto sia bollato come fake news è concreto. Ma se siete stati voi i primi ad avere inventato le notizie false per questo o per quell’interesse. Che poi nemmeno serve inventarle le cose, basta tacerle, il danno all’informazione è il medesimo. Sì, è vero, internet ha portato via una bella fetta di mercato all’editoria ma pensare che sia solo questa la colpa è riduttivo. Chiunque abbia un minimo di finezza di pensiero lo vede quanto è raffazzonato il linguaggio del web e appiattito sulle esigenze degli algoritmi, sono i motori di ricerca a dettare le regole della scrittura sacrificando così la personalità di linguaggio di chi scrive che vale quanto i contenuti. Belli i tempi in cui senza leggere la firma si riconosceva il giornalista dallo stile. Per non parlare di quegli annunci che occhieggiano e rimbalzano da tutte le parti che ti sembra di stare al luna park. E i quotidiani sono tutti uguali o quasi, di carta o virtuali che siano, notizie identiche, spesso di poca importanza. Poi scopro (in colpevole ritardo) Millennium, il mensile de Il fatto quotidiano. Approfondimento, contenuti originali che pescano nel non solito, nel non conosciuto. Bellissima anche la grafica, minimale: niente accozzaglia di colori, o moltitudine di dida, didine, didette e strilloni a destra e a manca. Niente foto o fondini sotto il testo, solo un carattere chiaro nero su bianco. Quando so l’argomento del numero di questo mese mi precipito a comprarlo: Cari colleghi giornalisti ci stiamo suicidando. Peter Gomez conferma i miei pensieri, e anche i lemming.

La valle dell’Eden (East of Eden). Ma che Est, questo libro è proprio una bussola

Copertina Valle Eden

Se vuoi parlare de La valle dell’Eden (East of Eden) lo devi chiamare romanzo. Ma usare questa parola è come chiedere a un elefante di fare il bagno in una piscina di plastica. L’ho comprato con l’idea che desse solo (e sarebbe già stato tanto) bellezza. Quasi un manuale di storia america, è soprattutto un generatore di pensiero. Alcuni scrittori sono dei dottor Frankenstein: le loro idee sono come scosse elettriche che rianimano.

1/ La genesi, o del “peso” della letteratura
Vado in libreria solo per ritirare un libro ma non guardarsi intorno è impossibile. Il volto bello e inquieto di James Dean è un magnete. Mi riesce sempre difficile non pensare alla carriera che avrebbe potuto avere. Titolo: La valle dell’Eden. Quello che ho visto meno volte, ricordo solo un pianto dirotto per un padre ottuso e non riesco a collocarlo, e per forza, lo voglio cacciare dentro ne Il gigante. Autore: John Steinbeck, mi viene in mente Furore, un film incredibilmente bello con un Henry Fonda incredibilmente somigliante a suo figlia. Prendo in mano il libro, calibro male la forza e quasi mi cade per terra: 762 pagine. Lo rimetto al suo posto ché un posto sui miei scaffali non riuscirei più a trovarglielo. I giorni passano ma l’Eden rode dentro. Periodicamente arriva uno di quei giorni in cui ti prende la malinconia… di qualcuno che abbia qualcosa da dire in questa trippa di ovvietà. Come disse Crozza riferendosi a un intellettuale di punta: belin, ma fin lì ci arrivavo anch’io. Lo scaffale mi guarda arcigno: non ci provare, sai, a infilare qualcos’altro qua dentro, ti sei comprata il Kindle apposta. Sì, va beh, ma non riesco ad abituarmi. Breve trattativa e poi parto. Feltrinelli di stazione Garibaldi, entro, tiro dritto senza voltarmi e lui è ancora lì, ad aspettarmi. Lo prendo tra le braccia e me lo porto a casa.

2/Saper scrivere
Quattordici pagine quattordici di descrizione del paesaggio. E chi se lo può permettere senza annoiare il lettore già alla riga 1 della pagina 2?

3/Testa di traduttore, e la Genesi, quella vera
Ma cosa aveva in testa il traduttore, e ancor più l’editore che gliel’ha passata, quando ha tradotto il titolo originale East of Eden in La valle dell’Eden? La valle c’è, quella del Salinas, che sia fondamentale per lo sviluppo della narrazione è ovvio, tanto più che è il luogo in cui è nato l’autore che con la sua famiglia compare in parte del romanzo, ma “a est dell’Eden” è l’impianto stesso del libro. «Caino si allontanò dalla presenza del Signore e si stabilì nel paese di Nod, a oriente di Eden.» «(…) e sta tutta nella realtà psicologica del non sentirsi amato dal padre. Perché la figura del padre ha, in questo romanzo, un continuo riferimento in colui – l’Eterno – che, nel Libro della Genesi (IV, 4-5), rifiuta il dono di Caino e che, nell’Esodo (XXXIII, 23), non permette che lo si veda altro che di spalle; e perché l’angoscia causata dal rifiuto è avvertita da un figlio come una condanna senza remissione, che a sua volta genera disperazione e violenza.» (Introduzione di Luigi Sampietro).
Ed è poi sull’eterna contrapposizione tra Caino e Abele che si incardinano le vicende dei protagonisti, che addirittura hanno l’iniziale del nome che corrisponde alla parte del campo in cui giocano la loro vita. Una scelta che non pare consapevole, anzi, sembra piuttosto che con il bene o il male ci siano nati o che restino irrimediabilmente segnati dal giudizio altrui. La distinzione non è così netta, come a voler dire che anche ciò che sembra buono ha il suo lato oscuro, fosse anche solo l’ignavia, quel non agire che può ferire quanto l’agire male. O che i comportamenti cattivi non siano che una reazione a chi ha dato per scontata la bontà senza andare oltre le apparenze. Si hanno così Adam e Charles e Aron e Caleb, tanto per citarne un paio. Questo splendido passo rende bene l’idea sia della contrapposizione sia dell’importanza della traduzione (per non parlare dell’ecumenismo, ma questo è un altro discorso):

« “Si ricorda quando ci lesse i sedici versetti del quarto capitolo di Genesi e ne discutemmo?”
(…) “Be’, quella storia mi aveva colpito profondamente e la ripresi, parola per parola. (…) Poi misi a confronto le traduzioni esistenti, che erano abbastanza vicine. C’era un solo punto che non mi convinceva. La versione di King James dice così… Sapete, quando Jaweh chiede a Caino perché è arrabbiato? Jaweh dice: ‘Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta, verso di te è il suo istinto, ma tu lo dominerai’. È stato l’uso del futuro a colpirmi, perché era la promessa che Caino avrebbe vinto il peccato.” (…) “Poi ho preso una copia dell’American Standard Bible. Era appena uscita, allora. E quel brano era diverso. Dice ‘E tu dominalo”. E questo è molto diverso. Non è una promessa, è un ordine. Così cominciai a tormentarmi. Mi chiedevo quale fosse la parola originale, quella dell’autore, che aveva permesso traduzioni così diverse.” (…) “Lee” disse “non dirmi che hai studiato l’ebraico!” “(…) andai a San Francisco alla sede dell’associazione della nostra famiglia (…) perché nella nostra famiglia abbiamo molti vecchi saggi che sono anche grandi studiosi. Per meglio dire sono pensatori. Un uomo può passare anni a ponderare un’affermazione di quel saggio che voi chiamate Confucio. Così ho pensato che avrei potuto trovare esperti analisti del significato, in grado di aiutarmi. (…) Pensate un po’: quattro vecchi signori, il più giovane dei quali ha ormai più di novant’anni, che cominciano a studiare l’ebraico! Chiamarono un famoso rabbino. E si misero a studiare con foga, come bambini. (…) Dovreste vedere l’ebraico scritto con l’inchiostro cinese e col pennello! Il fatto del destra-sinistra a loro non dava fastidio, abituati come sono a scrivere dall’alto in basso. (…) Le domande, l’indagine, oh, la bellezza del pensiero… la straordinaria bellezza del pensiero. (…) ‘Tu lo dominerai’ o ‘tu dominalo’. E questo è l’oro che abbiamo estratto dalla nostra ricerca: ‘Tu puoi’. ‘Tu puoi dominare il peccato.’ I vecchi saggi sorrisero e annuirono e ritennero ben spesi quegli anni. E poi, la cosa li aveva tirati fuori dal loro guscio cinese. Adesso stanno studiando il greco. (…) La traduzione dell’American Standard ordina agli uomini di trionfare sul peccato e il peccato lo si può chiamare ignoranza. Quella di King James fa una promessa, con il suo ‘lo dominerai’, nel senso che l’uomo sicuramente trionferà sul peccato. Ma la parola ebraica timshel – ‘Tu puoi’ – quella dà una possibilità. È forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta la cosa sull’uomo. Perché, se ‘tu puoi…’ è vero anche che ‘tu puoi non…’”»

4/Il film
Come ho già detto, non me lo ricordo, ma certamente è una super riduzione. Curioso che il Cal del libro sia di colori scuri, anche quelli dell’anima, mentre James Dean, nonostante i ruoli tormentati, aveva sempre un che di luminoso. Il regista è Elia Kazan, uno che ti avrebbe inchiodato anche su un mini spot delle caramelle.

5/Born in the Usa
Non so se ci siano molti europei esperti di storia americana. Con il carico che abbiamo sulle spalle, forse li guardiamo con un po’ di sufficienza, una nazione che più che farsi una storia da sé è andata a rompere quella degli altri. Un paio di episodi mi risultavano del tutto sconosciuti. Comunque, chi non sa taccia, ma certo le riflessioni sono lecite. Così, più che sorprendersi per il fatto che hanno un presidente come Trump, c’è da sorprendersi che abbiano avuto presidenti diversi da Trump. Più che stupirsi che il diritto ad essere armati sia protetto dalla Costituzione, c’è da stupirsi che non si siano ancora autoestinti. Una storia violentissima, quella americana, senza regole, differente dalla nostra, pur violentissima, in una cosa fondamentale. Non ha quella “nobiltà”, appunto tra virgolette, del combattere per la libertà del proprio paese, cioè di un’intera collettività. Almeno fino al 1915, è quasi sempre un combattere all’interno della stessa terra con l’unico scopo di conquistare terra. La legge è quella del singolo più forte. Oppure della razza contro la razza. Steinbeck non si tira indietro su niente, illuminando i lati oscuri quanto quelli chiari. I bianchi restituiscono una terra ai pellerossa ma li giudicano troppo stupidi per poterla far fruttare. All’epoca della costruzione dell’immensa ferrovia, vengono importati migliaia di cinesi, unica “pietà” per loro non ammassarli troppo nelle navi per farne arrivare vivi e in forza il più possibile.
Più che essere (parte di) un continente, gli Stati Uniti sono un contenitore, un gigantesco box in cui puoi trovare le cose più infime come le più preziose.
Così ecco Samuel, uno dei personaggi più belli, un irlandese che forse ricorda poco dell’Irlanda ma che in fondo non smette mai di essere irlandese, a tratti a se stesso, sempre agli occhi degli altri. Splendido Lee, cinese colto, stretto da profonda amicizia all’americano Adam e a Sam l’irlandese, parla benissimo l’inglese ma insiste nel mettere le L al posto delle R perché è questo che si aspettano da lui i bianchi. Nascondere la sua perfetta integrazione è come portare una maschera protettiva. Terribile l’episodio del tedesco che viene scoperto essere tale solo dopo l’entrata nella prima guerra mondiale. Prima era un signore benvoluto da tutti con un buffo accento, compreso cosa sia in realtà il buffo accento, diventa vittima di feroci attacchi, così come i polacchi scambiati per tedeschi.
Brutalità e amicizia incondizionata, infinite possibilità di arricchirsi e altrettante di cadere per sempre. Le riflessioni sembrano più un trarre le conclusioni con mentalità europea, quasi a dirsi: ma allora se ne rendono conto… o forse no? La risposta è solo verso la fine, sì, se ne rendono conto, e ancora per bocca di Lee: «(…) Forse è vero che discendiamo tutti da gente irrequieta, nervosa, criminale, litigiosa e rissosa, ma anche da gente coraggiosa, indipendente, generosa. Se i nostri padri non fossero stati così, sarebbero rimasti a casa, nei loro campi del vecchio mondo a morire di fame su una terra troppo sfruttata. (…) Tutti gli americani, di ogni colore e sfumatura, hanno un po’ le stesse inclinazioni. È un’altra razza – selezionata dal caso. Per questo siamo ipercoraggiosi e ipercodardi. Siamo buoni e crudeli, come i bambini. (…) Non abbiamo gusto né senso della misura. Scateniamo la nostra energia dappertutto e la sprechiamo. Nel vecchio mondo dicono che siamo passati dalla barbarie alla decadenza senza la fase intermedia della cultura. È possibile che chi ci critica non abbia la chiave o il linguaggio per accedere alla nostra cultura?»

6/Profezie
No, probabilmente non abbiamo la chiave di lettura per interpretare i loro picchi, o meglio, come facciano a convivere questi picchi, quelli di stupidità assoluta (sparatorie nelle scuole? Armiamo i professori!) e di altrettanta intelligenza, persino preveggenza. Ma certo ci facciamo sempre influenzare.

«Non so cosa accadrà nei prossimi anni. Nel mondo si susseguono cambiamenti mostruosi, forze che modellano un futuro di cui non conosciamo il volto. (…) Un gruppo può costruire automobili meglio e più in fretta di un solo operaio, e il pane uscito da un grosso stabilimento costa meno e la sua qualità è più costante. Quando tutti i nostri alimenti, abiti e alloggi saranno fabbricati in serie, la massificazione finirà inevitabilmente per entrare nelle nostre menti ed eliminare ogni altra forma di pensiero. Nella nostra epoca la produzione di massa o collettiva è già entrata nell’economia, nella politica e persino nella religione, tanto che alcune nazioni hanno sostituito l’idea collettivista all’idea di Dio. Questo è il pericolo del nostro tempo. (…) La nostra è l’unica specie dotata di creatività, e tale creatività ha un solo strumento: la mente e lo spirito individuale. Niente è mai stato creato da due uomini insieme. (…) Una volta avviato il miracolo della creazione, allora il gruppo può intervenire e potenziarlo; ma il gruppo non inventa niente. L’essenza più preziosa è la solitudine della mente di un uomo. (…) la mente libera ed errabonda viene perseguitata, imbrigliata, menomata, drogata. (…) E questo credo: che la mente del singolo individuo, libera di esplorare ovunque, è la cosa più preziosa del mondo. E per questo sono pronto a battermi: per la libertà dell’intelletto di imboccare qualsiasi direzione desideri, senza dettami. E contro questo devo battermi: qualsiasi idea, religione o governo che limiti o distrugga l’individuo. (…) Capisco bene perché un sistema costruito su uno schema ripetitivo tenti di annientare il libero pensiero: perché la mente indagatrice è la sola capace di distruggerlo. Lo capisco, certo, e lo odio. E intendo combatterlo per preservare l’unica cosa che ci distingue dalle bestie prive di creatività. Se si può uccidere questo stato di esaltazione, allora siamo perduti.»

Il libro è stato pubblicato nel 1952, quindi non si può parlare proprio di profezia perché l’America era già incanalata verso il consumo di massa, ma c’è dentro qualcosa che suona terribile ai nostri giorni, inondati dalla più americana delle invenzioni: i social network. Sembravano la creatività al potere, il singolo che finalmente può emergere e farsi sentire, leggere, ascoltare. I casi di successo ci sono, ma non molti se confrontati alla moltitudine. Per il resto si tratta di gruppi che fanno le stesse cose o la pensano in modo uguale. Non so se c’è un nemico peggiore per la creatività dell’uniformità. Alla fine questa iperconnessione non è che un’individualità di massa.

7/Frasi e basta
«Le amiche di Dessie erano buone e fedeli, ma erano esseri umani, e gli esseri umani vogliono stare bene e odiano stare male. Col tempo le signore Morrison trovarono ragioni ineccepibili per non andare alla casetta di fianco al forno. Non erano sleali. Non volevano essere tristi, esattamente come prima volevano essere allegre. È facile trovare una ragione logica e virtuosa per non fare quel che non si vuol fare.»

Animo umano
«E chi di noi, con il pensiero, non ha mai sondato le acque torbide?
Forse in tutti noi c’è uno stagno segreto in cui le cose più malvagie e orrende germinano e si irrobustiscono. Ma questo brodo di coltura è chiuso da uno sbarramento e quei pensieri oscuri cercano nuotando di superarlo solo per ricadere di nuovo indietro. Ma non è forse possibile che nelle nere pozze di alcuni il male diventi tanto forte da riuscire a scavalcare la diga e nuotare in acque libere? Una simile creatura potrebbe essere il nostro mostro, e noi non siamo forse suoi parenti, nelle nostre acque segrete? Sarebbe assurdo se non comprendessimo gli angeli come i demoni, visto che li abbiamo inventati noi.»

Paure e ri-paure climatiche
«L’inverno sembrava non voler mollare la presa. Freddo, pioggia e vento indugiarono anche fuori stagione. E la gente ripeteva: “Sono quei maledetti obici che sparano in Francia – stanno guastando il clima in tutto il mondo.”»