Una serata tutta da ridere

Franco Longobardi torna in scena con uno spettacolo che si preannuncia esilarante già dal titolo. Conoscendolo e, soprattutto, avendo già visto all’opera la Compagnia teatrale Sipariando con lo spettacolo Musicario, sono certa che sarà un’altra serata di pura allegria.

L’appuntamento è per venerdì 12 maggio, alle 20.30, al Teatro Pime di via Mosè Bianchi 94

Locandina Gerrill 2

 

Perché ci vuole orecchio

Per chi pensa che gli asini volano nel ciel… Du du du du du.
Per chi non ha mai smesso di ridere, neanche novant’anni dopo.
Per chi si saluta ancora con un arrivedorci.
Ma soprattutto per chi ha gridato allo scempio degli ultimi orribili ridoppiaggi, l’occasione è quella giusta. Per scoprire tutta la storia del doppiaggio della lunga carriera di Stanlio e Ollio vediomoci alla Manifattura Tabacchi, viale Fulvio Testi 121, Milano, Venerdì 17 febbraio alle 17.00.

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Comencini amore e fantasia. E nemmeno manca il pane(ttone)

Ancora un altro evento per chi cerca l’invisibile dietro le immagini.

Alla Cineteca italiana
Cinemontaggio dell’Associazione culturale cinematografica First National – Doppio Cinema
In collaborazione con Il mondo dei doppiatori di Antonio Genna

 

Comencini volantino Web

Teatro mon amour

locandina MUSICARIOFranco Longobardi nel corso della sua carriera nel mondo dello spettacolo di cose ne ha fatte. Ha istituito corsi di storia del cinema e realizzato dei docufilm antologici in omaggio ai nostri migliori doppiatori, registi e attori presso il Cinema Apollo e il Circolo della Stampa di Milano, perché lui è un esperto di cinema e doppiaggio. Ma come si dice, il primo amore non si scorda mai. E così ha ripreso in mano il filo mai veramente spezzato e ha confezionato una commedia musicale, che vede in scena più di ottanta artisti. Un excursus nella musica del ’900 tra ironia e divertimento.

Musicario, in prima assoluta sabato 7 maggio 2016, ore 21, presso il Teatro Pime, via Mosè Bianchi 94, Milano, ingresso euro 10.

Di mondi binari, di colori e di Palma il Vecchio

Palma il Vecchio

Capace che nella vita fai le stesse cose un milione di volte, poi un giorno, per un motivo che ti è sconosciuto, arriva la milionesima e una volta, e qualcosa si accende in testa.
Lascio Milano alla volta di Bergamo, i binari attraversano la città in una traiettoria che non mi è tanto conosciuta. Palazzi cubici, allungati verso l’alto, distesi in orizzontale, irregolari o in perfetta linea, qualcuno solitario, altri in mazzo di esemplari identici, quello vecchio, quello di mezza età e quello più nuovo, qui e là qualche particolare noto che riporta ad orientarsi. Milano vista dalla ferrovia è brutta. Che tu esca da una parte o dall’altra ti si insinua quella tristezza data dall’assenza di armonia. Dentro un casottino della ferrovia un mucchio di coperte dice che forse lì qualcuno abita. Un orto ricavato in un pezzettino di terra a ridosso dei binari parla di verdura piena di piombo o che altro e di persone non tanto sane di mente che mangiano quella roba lì. E spazzatura a mucchi, che non capisci come hanno fatto ad arrivare a portarla fin lì. Poi iniziano i palazzi bellocci, così bellocci da essere completamente anonimi. Sembra di vederle, le estenuanti riunioni condominiali per decidere il colore delle tende, tutte uguali, che se uno osa rovina l’estetica dell’anonimato. Poi se la prendono con i ragazzi che disegnano sui muri. Hai passato gli ultimi 60 anni a piegare la geometria alla bruttezza, ben ti sta che facciano i loro bei disegni morbidi e colorati sui finestrini della metro. L’idea si forma prima delle costruzioni sorte negli ultimi anni: carine, a tinte vivaci, coi giardini ben tenuti e assolutamente in mezzo al nulla, e prima dell’illusione dell’autonoma privacy delle villette a schiera. L’idea è che nessun altro mezzo di trasporto ti porta nel mondo misterioso e non visto che confina con la ferrovia. Perché quando cammini ti guardi intorno con una prospettiva limitata e le cose sembrano più belle, quando vai in macchina ancora più limitata, se in aereo vedi solo tetti e solo quando parti o arrivi, e poi c’è sempre una componente di ansia in questi mezzi. Ma quando vai in treno la visione è d’insieme, allargata e si sporge verso il non visto: retri di case, ringhiere interne, confini di campi, scarpate non percorribili, fossi e canali, piccoli pollai. È un mondo di frontiere fluide, la città che entra nella campagna, la campagna che resiste agitando come un ultimo vessillo di vittoria una capretta solitaria, un asino e un cavallino che si fanno compagnia in un metro quadro di erba. Un mondo nascosto alla luce del sole e segnali di altre esistenze notturne. Cronometro: passano 40 minuti dalla partenza prima di vedere un campo, un autentico e solitario appezzamento di terreno. Non cibo a chilometri zero, ma zero cibo per chilometri. Cosa di pochi secondi, e poi ricomincia l’accozzaglia che passa sotto il nome tecnico di cubatura. Da lontano la montagna seghettata sembra un omone che salta con le braccia per farsi vedere tra un ostacolo visivo e l’altro: op, op, ci sono anch’io.  E poi all’improvviso un mancamento di respiro, che a noi viaggiatori poco viaggianti ci sembra di iniziare a vivere solo quando le ruote dell’aereo si staccano dalla pista, una volta ogni due o tre anni, e il resto è solo esistenza, ma passare sopra un ponte è un’ansia brutta. E poi a noi cubici il vuoto ci fa paura, quello di un fiume dentro il letto che si è scelto lui e di una montagnetta popolata solo di alberi. Il treno sembra metterci una vita ad attraversare tutto quel vuoto, alto, vuoto. Ma Bergamo arriva.

I bergamaschi e le “pietre d’inciampo”
Di solito a Milano funziona così: cantiere, cattivi pensieri, si sente l’idioma, «Sì, ma sono bergamaschi». Quello che viene prima del “Sì” è sottinteso, quello che viene dopo è l’incrollabile certezza che sarà un ottimo lavoro.
Un piazzale che non ricordavo mi spiazza appena uscita dalla stazione. «È stato rifatto, poi disfatto e poi rifatto» mi informa un gentile signore che ha voglia di esprimere tutto il suo disappunto per questo eterno faa e desfaa l’è sempre laurà. I lastroni sono perfettamente affiancati.
«La strada è sterrata» dice con un certo disprezzo, «ma in fianco è liscio, si può camminare»: un altro gentile signore che mi ha instradato e raccontato del suo condominio, di appartamenti invenduti e dell’ospedale inutilmente rifatto. La strada non è sterrata, e a ciottoli, quelli dei centri storici, ma le due belle strisce di cemento tirato a seta ci sono. Non è bello parlar per luoghi comuni, ma qui a Bergamo la pietra d’inciampo può avere solo un significato astratto. Marciapiedi gibbosi, asperità negli intonaci, muri fuori bolla di un millimetro sono cose intollerabili.

E arriva anche Palma il Vecchio, lo sguardo della bellezza all’Accademia Carrara-GAMeC. Oltrepassato il portone, un bellissimo “paesaggio”: il terreno ha coperture artificiali coloratissime, morbide per proteggere i giochi dei bambini e per dare allegria a chi decidesse di sostare al bar.
I quadri non sono tra i migliori che ho visto ma hanno tutta la grazia rinascimentale e, particolare più importante, se uno volesse vederli dovrebbe girare mezzo mondo, poiché la loro “casa” è in molti musei soprattutto internazionali. Carnoso, polposo, sensuale sono i termini che più ricorrono nelle didascalie museali tratte da antichi libri d’arte per descrivere la bellezza femminile dei suoi ritratti. Sfortunatamente in alcuni è ben visibile il degradamento del colore, una sorta di sfocatura che anch’io sono riuscita a cogliere, giusto prima di entrare in una stanza che è invece un’apoteosi di colore. Qui, passo passo, vengono descritte le operazioni di restauro di Sant’Apollonia ma ciò che suscita una gioia infantile è la vetrina con le ciotole ricolme delle polveri utilizzate all’epoca per fare i colori. Non potendo prenderne nota, vado solo di memoria citando lapislazzuli, solfuro di arsenico, gesso di Bologna, cadmio. Non ricordo di aver mai visto colori così intensi, netti, profondi: blu, arancio, rosso sono solo parole che non rendono l’idea. Perfino il nero è straordinariamente brillante.

Verso la fine della mostra, c’è l’occasione per scambiare qualche parola con un volontario della sicurezza (eggià, perché i bergamaschi che ho incontrato io in questa mezza giornata non hanno proprio niente dei truci barbari sognanti di Pontida). Il giorno prima, lunedì di Pasqua, l’ha passato a discutere con l’orda lamentosa contro le misure di sicurezza: niente borse, niente foto, niente avvicinarsi troppo… se te ste mal e te me fee cascaa un quader… la comprensibile insofferenza del volontario vira verso il più efficace dialetto. Chei de Pietroburgo i ta copa, quasi quasi gli rispondo. Tradotto: se ti avvicini troppo, metti che ti senti male e mi fai cascare un quadro? E a me si para innanzi uno scenario da Terza guerra mondiale: rompiamo un quadro di Palma il Vecchio che stava in un museo russo o viennese o americano, che cosa potrebbero farci?

Ormai mi sono data alle calamite artistiche, la foto sopra non l’ho rubacchiata ma sta sul mio frigorifero, Ritratto di donna detta La Bella. Chiudo citando quelli che ho trovato particolarmente belli: Polittico della Presentazione della Vergine e Polittico di santa Barbara (Venezia, chiesa della Purificazione di Maria) con una splendida Pietà.