Di mondi binari, di colori e di Palma il Vecchio

Palma il Vecchio

Capace che nella vita fai le stesse cose un milione di volte, poi un giorno, per un motivo che ti è sconosciuto, arriva la milionesima e una volta, e qualcosa si accende in testa.
Lascio Milano alla volta di Bergamo, i binari attraversano la città in una traiettoria che non mi è tanto conosciuta. Palazzi cubici, allungati verso l’alto, distesi in orizzontale, irregolari o in perfetta linea, qualcuno solitario, altri in mazzo di esemplari identici, quello vecchio, quello di mezza età e quello più nuovo, qui e là qualche particolare noto che riporta ad orientarsi. Milano vista dalla ferrovia è brutta. Che tu esca da una parte o dall’altra ti si insinua quella tristezza data dall’assenza di armonia. Dentro un casottino della ferrovia un mucchio di coperte dice che forse lì qualcuno abita. Un orto ricavato in un pezzettino di terra a ridosso dei binari parla di verdura piena di piombo o che altro e di persone non tanto sane di mente che mangiano quella roba lì. E spazzatura a mucchi, che non capisci come hanno fatto ad arrivare a portarla fin lì. Poi iniziano i palazzi bellocci, così bellocci da essere completamente anonimi. Sembra di vederle, le estenuanti riunioni condominiali per decidere il colore delle tende, tutte uguali, che se uno osa rovina l’estetica dell’anonimato. Poi se la prendono con i ragazzi che disegnano sui muri. Hai passato gli ultimi 60 anni a piegare la geometria alla bruttezza, ben ti sta che facciano i loro bei disegni morbidi e colorati sui finestrini della metro. L’idea si forma prima delle costruzioni sorte negli ultimi anni: carine, a tinte vivaci, coi giardini ben tenuti e assolutamente in mezzo al nulla, e prima dell’illusione dell’autonoma privacy delle villette a schiera. L’idea è che nessun altro mezzo di trasporto ti porta nel mondo misterioso e non visto che confina con la ferrovia. Perché quando cammini ti guardi intorno con una prospettiva limitata e le cose sembrano più belle, quando vai in macchina ancora più limitata, se in aereo vedi solo tetti e solo quando parti o arrivi, e poi c’è sempre una componente di ansia in questi mezzi. Ma quando vai in treno la visione è d’insieme, allargata e si sporge verso il non visto: retri di case, ringhiere interne, confini di campi, scarpate non percorribili, fossi e canali, piccoli pollai. È un mondo di frontiere fluide, la città che entra nella campagna, la campagna che resiste agitando come un ultimo vessillo di vittoria una capretta solitaria, un asino e un cavallino che si fanno compagnia in un metro quadro di erba. Un mondo nascosto alla luce del sole e segnali di altre esistenze notturne. Cronometro: passano 40 minuti dalla partenza prima di vedere un campo, un autentico e solitario appezzamento di terreno. Non cibo a chilometri zero, ma zero cibo per chilometri. Cosa di pochi secondi, e poi ricomincia l’accozzaglia che passa sotto il nome tecnico di cubatura. Da lontano la montagna seghettata sembra un omone che salta con le braccia per farsi vedere tra un ostacolo visivo e l’altro: op, op, ci sono anch’io.  E poi all’improvviso un mancamento di respiro, che a noi viaggiatori poco viaggianti ci sembra di iniziare a vivere solo quando le ruote dell’aereo si staccano dalla pista, una volta ogni due o tre anni, e il resto è solo esistenza, ma passare sopra un ponte è un’ansia brutta. E poi a noi cubici il vuoto ci fa paura, quello di un fiume dentro il letto che si è scelto lui e di una montagnetta popolata solo di alberi. Il treno sembra metterci una vita ad attraversare tutto quel vuoto, alto, vuoto. Ma Bergamo arriva.

I bergamaschi e le “pietre d’inciampo”
Di solito a Milano funziona così: cantiere, cattivi pensieri, si sente l’idioma, «Sì, ma sono bergamaschi». Quello che viene prima del “Sì” è sottinteso, quello che viene dopo è l’incrollabile certezza che sarà un ottimo lavoro.
Un piazzale che non ricordavo mi spiazza appena uscita dalla stazione. «È stato rifatto, poi disfatto e poi rifatto» mi informa un gentile signore che ha voglia di esprimere tutto il suo disappunto per questo eterno faa e desfaa l’è sempre laurà. I lastroni sono perfettamente affiancati.
«La strada è sterrata» dice con un certo disprezzo, «ma in fianco è liscio, si può camminare»: un altro gentile signore che mi ha instradato e raccontato del suo condominio, di appartamenti invenduti e dell’ospedale inutilmente rifatto. La strada non è sterrata, e a ciottoli, quelli dei centri storici, ma le due belle strisce di cemento tirato a seta ci sono. Non è bello parlar per luoghi comuni, ma qui a Bergamo la pietra d’inciampo può avere solo un significato astratto. Marciapiedi gibbosi, asperità negli intonaci, muri fuori bolla di un millimetro sono cose intollerabili.

E arriva anche Palma il Vecchio, lo sguardo della bellezza all’Accademia Carrara-GAMeC. Oltrepassato il portone, un bellissimo “paesaggio”: il terreno ha coperture artificiali coloratissime, morbide per proteggere i giochi dei bambini e per dare allegria a chi decidesse di sostare al bar.
I quadri non sono tra i migliori che ho visto ma hanno tutta la grazia rinascimentale e, particolare più importante, se uno volesse vederli dovrebbe girare mezzo mondo, poiché la loro “casa” è in molti musei soprattutto internazionali. Carnoso, polposo, sensuale sono i termini che più ricorrono nelle didascalie museali tratte da antichi libri d’arte per descrivere la bellezza femminile dei suoi ritratti. Sfortunatamente in alcuni è ben visibile il degradamento del colore, una sorta di sfocatura che anch’io sono riuscita a cogliere, giusto prima di entrare in una stanza che è invece un’apoteosi di colore. Qui, passo passo, vengono descritte le operazioni di restauro di Sant’Apollonia ma ciò che suscita una gioia infantile è la vetrina con le ciotole ricolme delle polveri utilizzate all’epoca per fare i colori. Non potendo prenderne nota, vado solo di memoria citando lapislazzuli, solfuro di arsenico, gesso di Bologna, cadmio. Non ricordo di aver mai visto colori così intensi, netti, profondi: blu, arancio, rosso sono solo parole che non rendono l’idea. Perfino il nero è straordinariamente brillante.

Verso la fine della mostra, c’è l’occasione per scambiare qualche parola con un volontario della sicurezza (eggià, perché i bergamaschi che ho incontrato io in questa mezza giornata non hanno proprio niente dei truci barbari sognanti di Pontida). Il giorno prima, lunedì di Pasqua, l’ha passato a discutere con l’orda lamentosa contro le misure di sicurezza: niente borse, niente foto, niente avvicinarsi troppo… se te ste mal e te me fee cascaa un quader… la comprensibile insofferenza del volontario vira verso il più efficace dialetto. Chei de Pietroburgo i ta copa, quasi quasi gli rispondo. Tradotto: se ti avvicini troppo, metti che ti senti male e mi fai cascare un quadro? E a me si para innanzi uno scenario da Terza guerra mondiale: rompiamo un quadro di Palma il Vecchio che stava in un museo russo o viennese o americano, che cosa potrebbero farci?

Ormai mi sono data alle calamite artistiche, la foto sopra non l’ho rubacchiata ma sta sul mio frigorifero, Ritratto di donna detta La Bella. Chiudo citando quelli che ho trovato particolarmente belli: Polittico della Presentazione della Vergine e Polittico di santa Barbara (Venezia, chiesa della Purificazione di Maria) con una splendida Pietà.

Fellini 20 + 2

Fellini locandina Circolo stampa 2015

L’11 novembre 2013 Milano aveva ricordato i vent’anni della scomparsa di Federico Fellini con un cinedocumento proiettato sugli schermi del cinema Apollo.

Era stata un’occasione per conoscere il volto più sconosciuto del grande regista. Occasione che si ripropone ora, con il Circolo della stampa che apre la sua sede per ospitare Fellineide – Il volto inedito del grande maestro, film di montaggio di Lorenzo Bassi e Franco Longobardi.
L’evento, presentato da Franco Longobardi, si terrà mercoledì 8 aprile 2015 alle 17.30, al Circolo della stampa, Palazzo Bocconi, Corso Venezia 48, Milano.

Entrata libera fino ad esaurimento posti, per informazioni Associazione culturale cinematografica First National.

Prima strega -Quando noi tre ci rivedremo ancora?
Con tuono, lampo o pioggia? Quando, allora? (Macbeth)
magia_perugia
La magia nel Medioevo e nel Rinascimento
Giovedì 27 novembre 2014, ore 18.30
Via dei Priori 77, Perugia
A cura di:
Associazione Alchimia
Libreria Bardamù
Libreria antiquaria Nuova Atlantide
Con Dario Rivarossa

Omaggio a Eduardo De Filippo

Immagine mostra. I libri in maschera - Luigi Pirandello e le bib

Il 31 ottobre 1984 una luce si è accesa sui palcoscenici di tutta Italia. Eduardo De Filippo non si è spento, finché le sue opere continueranno a vivere nei nostri teatri.
Il suo talento ha però lasciato il segno anche nel cinema. Ed è con quest’altra dimensione, un po’ meno conosciuta di quella teatrale, che Milano ricorda Eduardo. La sua storia di regista e attore del grande schermo, sequenze dei film con i fratelli Peppino e Titina, trasposizione dalle opere teatrali. CineEduardo. Ovvero quando l’arte di Eduardo De Filippo ha illuminato il cinema è il docufilm di Lorenzo Bassi e Franco Longobardi. E come è nello stile di DoppioCinema, non manca la sorpresa nella sorpresa: l’esordio sulle scene del giovane De Filippo in un rarissimo film del 1926.

La proiezione si terrà a Milano il 19 novembre 2014 alle 17.30, presso Circolo della Stampa, Palazzo Bocconi, corso Venezia 48, ingresso gratuito.
www.doppiocinema.net
Il portale: Il mondo dei doppiatori di Antonio Genna, www.antoniogenna.net/doppiaggio

Cine eduardo Circolo stampa Volantino 1 JPG

Sherlock e le notti in giallo di Avellino

Sherlock

«Nel mio blog c’è sempre una stanza per te», dissi a Carlo/l’antiviaggiatore alla vigilia della serata del 6 marzo. Ordinato il locale, mi misi alla finestra ad aspettare su una sedia a dondolo. Le e-mail si susseguivano: era per qualche giorno a Dublino con la sua consorte, andava di zappa e badile in campagna in Irpinia, provvedeva in un video surreale a mandare spiritosamente a quel paese l’intero suo pubblico su YouTube, si produceva in bislacche critiche televisive, faceva ospitate su altri blog. Io intanto dondolavo, la copertina sulle ginocchia passava da quella più pesante a quella un po’ più leggera a quella di cotone, e nemmeno avevo una pipa per ingannare l’attesa. Be’, in fondo anche Sir Arthur Conan Doyle deve averci messo il suo tempo a scrivere i romanzi. Cos’è…? Gasp… non riesco a rialzarmi… la sedia a dondolo ha fatto dei solchi… chi salverà la metropolisfolder dal tentato omicidio?

 “Siamo tutti Sherlock Holmes?”

È l’enigmatico quesito che, lo scorso 6 marzo, ci ha pubblicamente sollevato ad Avellino l’ACIB Associazione Culturale Italo Britannica. Di fronte al folto pubblico che affollava meditabondo la sala convegni del vecchio Carcere Borbonico cittadino, oggi sede del Museo Irpino, i vari partner dell’Associazione si sono ecletticamente e sardonicamente prodotti in una serie di inquietanti interrogativi, sollevando e sviscerando complessi enigmi di assai ardua risoluzione. Ne citiamo qui soltanto alcuni, a mero titolo di esempio, spaziando da “Funzionerà per davvero la toilette in porcellana Sheffield della ricostruzione della celeberrima casa del detective?” (se lo è chiesto, senza ahimè trovare risposta, Carlo Crescitelli nel suo divertente documentario “Sherlock Holmes e lo strano caso del museo a lui dedicato”, girato a Londra in Baker Street 221/b e proiettato in apertura) a “Chi insidia le riserve auree della City and Suburban Bank?” (è invece lo spinoso problema che ha dovuto risolvere Niny Longobardi, camaleonticamente calatosi nei panni di Holmes durante il suo brillante reading della famosa novella di Sir Arthur Conan Doyle La Lega dei Capelli Rossi) per finire a “Saranno mica italiane le origini di Sherlock Holmes?” (e qui è stato Enzo Mazzeo, intervenuto come imprevisto quanto graditissimo ospite d’onore in rappresentanza di “Uno Studio in Holmes”, vale a dire del maggiore e più qualificato club nazionale di appassionati e studiosi sherlockiani, ad assumersi il compito di aggiornare ed ipnotizzare i presenti in materia di ultimissimi esiti delle ricerche su di un reale personaggio storico possibile fonte di ispirazione per Conan Doyle). Ad alimentare ulteriormente la suspense in sala, il teso commento sonoro digitale proveniente dal computer di Antonio Siniscalchi; a mediare le oscure pulsioni dell’ignoto incanalandole in opportuno alveo razionale, la sapiente conduzione della presidente ACIB  prof.ssa Lina Nigro.  

Siamo tutti Sherlock Holmes, dunque? E perché no, a questo punto? A condividere i suoi dubbi ci siamo già abituati, e anche se il suo acume e il suo genio il più delle volte non sono alla nostra portata, di sicuro ci piacerebbe molto sperimentare, almeno ogni tanto, qualcuna delle sue mille certezze. Poi abbiamo appena scoperto che chissà, in ultima analisi, qualcuno di noi potrebbe anche inconsapevolmente essere un suo lontano discendente… e sicuramente comunque nel capriccioso mondo della fantasia siamo tutti già un po’ imparentati, non trovate?

In attesa di sbrogliare al più presto questo ennesimo misterioso inghippo, entrate con noi nell’evento attraverso una sua breve testimonianza video.

Carlo Crescitelli

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