Milano sotto e sopra

O sottosopra, vari punti di vista. La metropolitana è l’unica che può salvare Milano, se essa Milano  riesce a mantenersi salva nei decenni che occorrono a fare la metro. Ad esempio, rivedere Sant’Ambrogio senza cantieri e ancora in piedi sarebbe bello. In via De Amicis l’autobus si infila tra un ostacolo e l’altro. A piedi mi infilo in un cunicolo che funge da passaggio pedonale, all’imbrunire che ormai arriva così presto non capisco bene se il viottolo girerà su un altro simile o se finirò i miei giorni inghiottita da un buco. Al di sopra si staglia un gancio immenso, molto molto al di sopra delle pareti che circondano il cantiere. Se sbaglia a girare potrei fare la fine della pignatta nel gioco della pignatta in qualche sagra del salame contadino. Il gancio giace immobile e il cunicolo si apre in un normale, terreno passaggio. Fine del brivido horror & the city. Oh, che bei disegni, murales… o legnales, visto che stanno su paratie provvisorie. O compensales, suggerisce lo spiritoso che non vuol essere da meno nelle gag.

Qualche giorno più in là si va a visitare l’Archivio storico e il Sepolcreto Ca’ Granda, qualche chilometro più in là. Prima di andare sotto, girello sopra, nei Giardini della Guastalla, proprio lì di fronte. Gli alberi riescono a isolare il rumore del traffico ma non le sirene che feriscono orecchie e cuore dirette al Policlinico. Un pastore tedesco gioca con le castagne, sia mai che non rompa le scatole a un cane pretendendo che voglia fare amicizia con me, tanto più se è un lupo. Ester, vieni… sì, vabbe’, a Milano c’è il vezzo di dare ai cani i nomi delle persone. Fatti salutare. La signora la conduce verso di me e la fa sedere per farsi accarezzare a colpi di croccantini, giusto un’esibizione di perfetto addomesticamento canino. Se l’avessi saputo avrei lasciato perdere, detesto queste cose, la povera Ester perderà la sua personalità e diventerà una robottina obesa.

Dopo una sosta presso la nicchia con Maddalena assistita dagli angeli,

si torna al 32 di via Francesco Sforza, all’entrata de Il percorso dei segreti. Che incomincia dal Sepolcreto, sotto la cripta della chiesa della Beata Vergine Annunciata, dell’Ospedale Policlinico voluto dal duca Francesco Sforza. Come spiega la (brava) guida, la prima istituzione caritatevole laica della città, all’epoca non un ospedale ma un ricovero/rifugio per poveri. Sotto questi pavimenti, sono stati sepolti circa 150 mila persone decedute all’ospedale più tanti caduti delle Cinque Giornate di Milano. Le pareti recano infatti molte, sbiadite lapidi con nomi e citazioni, come questa del Petrarca.

Sembrerebbe un luogo della memoria fermo nel tempo, senza possibilità alcuna di riguardarci, se non per quei canonici cinque minuti in cui ti rendi conto di quanta sofferenza ci è stata risparmiata, prima di tornare a lagnarci come al solito dell’epoca odierna.

Ma qualche filo tirato qua e là da Chantal, la guida, crea delle connessioni. Qui vengono a fare ricerca quelli del Labanof per capire come fossero i milanesi del ’600, grossi bidoni con sabbia rosso mattone e una specie di pentolone di rame al centro che sembra quello per fare la polenta è un’installazione artistica. Lo scopo dell’artista, che prima o poi verrà a riprenderseli, era quello di far specchiare le persone all’interno con il risultato di essere circondati dalla volta azzurra del soffitto affrescato, o almeno quel che ne rimane, poco, solo che le scolaresche, e anche qualche adulto, hanno buttato la sabbia sul fondo dove c’era lo specchio, così non si vede più niente. Chantal si interrompe per qualche secondo per vedere se la cosa ha suscitato un qualche interesse. Silenzio tombale. Poi si scusa per delle luci a forma di uovo, avrete notato che non c’entrano molto con il contesto ma c’è stato un evento e non le hanno ancora portate via. Insomma, pare che qui tutti vengano a installare ma non a disinstallare. È il risvolto della medaglia, se vuoi vedere luoghi finora inaccessibili, devi metterli in mano ai privati, che a quel punto dovranno far cassa aprendoli anche ad altre attività, tipo cene, aperitivi ecc. E del restauro e conservazione se ne sta occupando appunto ArSe Milano.

Le pareti appaiono del tutto vuote, tranne che per quest’ombra rimasta di una serie di 97 danze macabre.

Si risale, di nuovo sotto sopra, e, attraversato un piccolo cortile,

si entra in un’enorme stanza che lascia senza fiato. Chi amerà le antiche carte avrà un’estasi profonda.

Carte, sì, perché di solito si amano i libri antichi e questi invece sono faldoni di documenti, ma l’emozione è identica. È la Sala del Capitolo dell’Archivio della Ca’ Granda. Anche questo luogo è accessibile a chi fa ricerche e si sta anche procedendo alla digitalizzazione. Chantal distribuisce caschetti di protezione come quelli che si usano nei cantieri, perché ogni tanto cadono pezzi di intonaco. Vorrei dispiacermene vivamente perché l’altissima volta è affrescata, ma riesco a farlo solo a metà perché troppo intenta a litigare col caschetto che non vuole star su, nemmeno dopo che ho trovato il modo di stringerlo. Inizio a pensare di essere microcefala, con quel che ciò comporta, perché al momento sembro l’unica ad avere seri problemi col sistema di protezione, però poi… è il momento delle foto e quasi tutti hanno “un assistente” che gli tiene il casco mentre scattano.

Il ritratto è di un farmacista.

Il Policlinico possiede una ricca pinacoteca di ritratti di benefattori, medici e così via realizzati dai più famosi pittori di varie epoche, purtroppo non visitabile per mancanza di fondi. Forse un giorno, in attesa di un moderno benefattore.

 

Il milanese prossimo venturo

futur-urribile-Dario Rivarossa

 

Chiudono, smantellano, riaprono, richiudono, rismantellano. E riaprono: quelli che ti tolgono i peli per sempre, quelli che ti fanno le unghie, quelli che fanno il sushi, perlopiù “falso” perché fatto in realtà da cinesi. Una quantità impressionante, anche a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. Per dovere di cronaca, l’ultimo trapanamento di muri ha portato al curioso nome di This is not a sushi bar. Forse per prendere le distanze. Non troveremo più un falegname, un fruttivendolo, un qualcuno dove comprare una giacchetta. Gli spostamenti mattutini non portano consiglio ma osservazioni, talvolta pensieri lugubri. Come questo milanese prossimo venturo: glabro, con unghie affilate e ingozzato di sushi. Una specie di alieno da Area 51. Chiedo a Dario se può dare forma a questa mia inquietudine. Non è la prima volta che lo fa, di assecondarmi, persino la capretta di Heidi, bontà sua. E gli riesce sempre tutto così bene.

Riders of the bridge

Bici

Ponti e weekend, la cosa migliore da fare a Milano e andarsene da Milano. Quando non è possibile, o metti il broncio e ti rivolti mestamente nei tuoi desideri irrealizzabili

Statue

o ti imbarchi in tecniche di autoconvincimento tipo, prendo la bicicletta e vado a rigenerarmi in un parco. Sbagliato. Perché centinaia di persone che non hanno potuto schiodare come te hanno messo in atto le stesse tecniche. Tanto che un giorno vedremo gli alberi alzare le radici e andarsene a rigenerarsi altrove. Allora dici, prendo la bici e vado a caccia di angoli segreti, ché per queste cose non c’è mezzo migliore della due ruote. Per fortuna gli angoli segreti se ne stanno nelle vie perse, perché ti illudi che tutti la pensino come te circa le due ruote festive, macché, toglili la macchina da sotto i piedi ai beoti, che poi magari sono gli stessi che pagano per andare in palestra a tenersi in forma. A questo proposito, apro una parentesi per immortalare questa fantastica risposta. Considerando che tanti cinema del centro hanno chiuso anche perché i beoti si lagnano di non poter parcheggiare la macchina, plaudo a chi usa il web a scopi sociali.

Risposta

Quindi il primo ostacolo è raggiungere la via persa, il secondo è quanto ti senti inetto quando riesumi la bici per la prima volta dopo l’inverno. Allora va bene la via persa, però quella che si conosce già. La bici, ah, la bici è invece alluminio lucente, la bici è davvero saltare il fosso, la bici è sempre “The Spirit of Saint Louis”,”Barone Rosso”… ehm… era l’aereo, ok, ho abusato, ma giusto per dire che con la bici ti puoi fermare anche a fare una foto dove sei sempre passato via come un lampo.

Come le casine delle scuderie di San Siro

Scuderia San Siro

Come la pista di allenamento dei cavalli, che alla mattina corrono pieni di vigore, belli come si addice ai potenti destrieri, mentre io ho ancora la faccia di uno scendiletto.

Pista

Io e il mio piccolo destriero giallo sembriamo non aver risentito troppo dell’inattività invernale, così è arrivato il momento delle vie sconosciute. C’è sempre stupore quando a Milano scopri queste cose ancora vecchie, colorate come una casa di Portofino, che resistono con grazia alla fuffa intorno.

Trattoria Lampugnano

Cucina milanese, risotto, cotoletta, cassoeula… magari questa la rimandiamo ai tempi freddi.

Però un po’ il cuore ti batte quando scopri cose di alto valore storico.

Targa Petrarca

Ti cade anche un po’ la mandibola, ma cosa ci faceva qui Petrarca? mi chiedo con aria ebete.

Petrarca, su pressante invito di Giovanni Visconti, Signore ed Arcivescovo di Milano, lascia l’amata Provenza per giungere nella città di Ambrogio nel 1351.
Ed anche qui, nella caotica (anche ai tempi!) metropoli, cerca da subito un nuovo “Locus Amoenus”, con paesaggi agresti e tranquilli simili a quelli lasciati a Valchiusa e che gli possano permettere il ricongiungimento spirituale con l’amata Laura.

Dal sito di Cascina Linterno http://www.cascinalinterno.com/

Cascina Linterno 1Cascina Linterno 2

Se fossi il sindaco gli darei l’Ambrogino d’oro, se avessi i soldi gli farei da mecenate, se fossi l’assessore delle infrastrutture, edilizia e che altro li assumerei a tempo indeterminato.
Sconosciuti “bro”, siete rimasti gli ultimi a portare bellezza, persino su una cabina dell’elettricità.

Cane Cabina

Storielle dal mondo animale

1/Non ci sono più i truffatori di una volta

Attenzione! Abbiamo notato dell’attività insolita nella sua carta di credito
Il suo accesso al portale cane titolari e stato temporaneamente bloccato per la sua tutela.
Si prega di confermare la propria identità attraverso il nostro collegamento sicuro

Billy, piantala di usare la mia carta di credito per comprarti tutta la serie del Commissario Rex.

2/T’acchiappo quanto è vero che mi chiamo Billy

Cane-Piccione

Tu metti un cane da caccia a Milano. Pensi che diventerà un cane come tutti gli altri, tanto mica ci sono fagiani o lepri a Milano. Eh, ma l’istinto è cosa seria. Non ci saranno fagiani ma sempre frullare di ali si tratta. La posta, il fremito, l’acquattarsi, c’era proprio tutto l’armamentario del buon cacciatore. Mi celo e attacco, non ora, azzardo e mi ritraggo, fuori e dentro dalla porta del ristorante. Ristorante… ah non lo so se nel menu c’è il risotto coi piccioni.

3/Richiamo ai più distratti

Cancello

Che i ciclisti di Milano siano diventati degli arroganti non ci piove. Il loro animo pieno di nobili sentimenti ecologici e salutistici si è infranto in una nevrotica rivendicazione di ogni pezzetto di superficie percorribile. Ma quale sia il problema se uno lega la bici a un cancello, non lo capirò mai. Sorgere di targhe targhette targone condominiali: non si può, non si deve. Che succede, ti rovino la vernice? Ti mangio un millesimo della tua proprietà privata? Ma questo richiamo che quello lì è un cancello fa veramente ridere. O anche piangere. Dipende come ti gira quella giornata lì.