Morti di Stato

Forse la ragione per cui i terroristi non colpiscono l’Italia è che ci pensa già lo Stato ad ammazzarci.
Le stragi sono democratiche: rispondono a tutte le cretinate uccidendo famiglie arcobaleno e monocolore, chi vuole la legge Mancino e chi no, chi la leva obbligatoria e chi no, bambini vaccinati e quelli no.
Il sindaco di Genova ha emanato la fondamentale norma di multare chi rovista nei cassonetti. Credo che i barboni non vadano in macchina.
Le cretinate fanno bene: dimentichi le morti prima che potrebbero servire ad evitare le morti dopo che non serviranno ad evitare le morti che verranno.

A Genova, così bella e così fragile

Strategie agostane di sopravvivenza

Rivedere Stand by Me – Ricordo di un’estate. Il film non vale quanto il libro ma vale la pena rivederlo. Insieme ad It, la cosa più bella che abbia scritto Stephen King. Ci sarà qualcuno che riesce meglio di lui (o almeno come lui) a descrivere l’incanto dell’amicizia adolescenziale. Ma io non lo conosco.
Ma Kiefer Sutherland ha avuto una carrierona come suo padre? (ventilatore da uno a due) Boh. Me lo ricordo in Linea mortale ma non l’ho più voluto rivedere quel film. (Gesù, che caldo) No, no, ha fatto anche altro.

Questo ha inizio prima dell’estate, quando ancora non ti metti a canticchiare malinconico tra l’oleandro e il baobab. Bella canzone, eh?, ma della mestizia però. Non la canti né al mare né in montagna né d’inverno.

Ma stai scherzando, spero…

Joel Sartore 3
Poi l’estate arriva, testa bassa e vai di note… non c’è il leone, chissà dov’è?

Oh, cavoli, son cinquant’anni che la cantiamo, vuoi vedere che abbiamo fatto l’incantesimo?

Joel Sartore 2Ma quante ore ci metterà, ma ti ricordi quanto ti ci voleva a fotografare il cane? Hai voglia. E il gatto? E quello era anche peggio. Pensa un lemure. Ma quanto sarà bravo? Ma quanto invidio chi fa questo lavoro? Intanto potevi iniziare a non fare un controluce, non è che bisogna essere dei geni.

Joel Sartore 1

Tutte le creature, grandi e piccole, sono preziose, magnifiche, e hanno il fondamentale diritto di esistere.

Appunto.

Photo Ark, mostra all’aperto del fotografo di National Geographic Joel Sartore, Milano, CityLife Shopping Distric, dal 22 giugno al 16 settembre 2018.

Pascal, il filosofo dei correttori di bozze

Pascal-Dario Rivarossa

Ci sono cose, che magari gli altri nemmeno vedono, che tormentano il correttore di bozze come un chihuahua alla caviglia. Una di queste è la ripetizione. Ti tormenta l’idea che ti sfugga, ti tormenta perché non sai cosa metterci, ti tormenta se ci metti qualcosa che poi non va veramente bene ma ti tormenta anche se non lo metti.

Ora il buon Blaise Pascal ci giustifica tutti, invidia a parte che non si capisce bene dove collocarla, ma si vede che anche lui aveva i suoi tormenti.

«Quando in un discorso si trovano parole ripetute, e, tentando di correggerle, si trova che sono così appropriate che a sostituirle lo si guasterebbe, bisogna lasciarle, quello ne è il segno, anche se questo alimenta l’invidia, che è cieca, e non sa che in quei casi la ripetizione non è un errore; perché non vi sono regole generali.»

Ancora una volta, grazie a Dario Rivarossa per i suoi lavori ““su commissione”.

 

Il bambino-pesce

Il bambino boccheggia come un pesce lasciato all’asciutto. Non è vero, qualcuno dice. Il bambino è un bravo attore? No, è che magari è successo chissà quando. Però allora è successo. Però, ma… con le armi convenzionali non stai lì a boccheggiare e nessuno cerca di “guarirti” con una doccia. Ma credi che a Trump gliene freghi qualcosa del bambino-pesce? Ma certo che no, perché mai dovrebbe fregargliene qualcosa? La guerra si fa per interesse, pensa a tutti i bambini-pesce che vivono in posti dove non c’è petrolio né altri interessi, pensa a questi che fanno finta di scandalizzarsi ma sono amici di paesi ignobili. Il bambino-pesce lo si bombarda un po’ più in là del suo boccheggiare, là dove proviene la causa del suo “malessere”. Così i riflettori si spostano sui fuochi d’artificio di una situazione in cui nessuno riesce più a capirci niente, tranne gli addetti ai lavori, che seduti sulle poltrone s’accapigliano su chi deve fare cosa. Tranne che sul fatto che fare i fuochi d’artificio, è cosa ormai assodata, non solo non risolve il problema del bambino-pesce, ma si trascina dietro anche tutta una serie di pessime conseguenze. Poi ci sono quelli di animo buono che non smettono di dire: non possiamo più restare indifferenti, e cercano di insinuare il senso di colpa. Parole buone ma di nessuna concretezza. Di che cosa dovrei sentirmi in colpa io? L’unica arma che ho è quella di votare persone che si dichiarano contro la guerra. Ma pare ormai ovvio che quest’arma è spuntata. L’unica arma che potrei avere sarebbe quella di votare persone che hanno il coraggio di dire no a tutto, ma proprio a tutto a ciò che va contro tutto quanto è sbagliato, costi quel che costi. Ma pare ormai ovvio che quest’arma è inesistente. O di fare qualche misera beneficenza, che può sempre servire a comprare una mascherina antigas o una gamba finta. Così stiamo seduti al tavolino a parlare di chi ha fatto cosa, di ciò che può essere vero o falso, spesso noi stessi avviluppati in opinioni sedimentate a seconda del colore politico. Poi torni a parlare dei fatti tuoi, tanto sai che non puoi farci niente, neanche i soldi che spendi a mantenere chi dovrebbe pensare idee diverse servono a niente. Neanche chi va sul posto a documentare può farci niente, perché il bambino-pesce colpisce lui, me, te, ma non colpisce più in alto di così, e l’opinione pubblica vale quanto il bambino-pesce: niente. Il pensiero tremendo che ti viene quando capisci che non puoi farci niente è che così stanno le cose, la guerra c’è sempre stata e ci sarà sempre, finché riesci a schivarla tanto meglio, puoi sempre andare a pesca di trote. Se non le guardi mentre stanno morendo, ne viene fuori una cosa buona.

Avanti o popolino

Nel giorno della formazione della nuova legislatura. Cose vecchie ormai.

C’è un’immagine che mi porto dietro fin dalle elementari. Il prima e il dopo è confuso fino a perdersi. Una grande tavolata di bambini e c’è anche quello rompiscatole, che fa i dispetti, che disturba. Io mi chino e lo vedo annaspare sotto il tavolo alla ricerca degli occhiali caduti, già tenuti insieme da un compassionevole cerotto. Perdere gli occhiali è sentirsi inermi, spaventati. Giuseppe, credo di ricordare fosse questo il suo nome, tasta il pavimento piangendo, in mezzo a una marea di piedi scalcianti. Il rompiscatole, quello che ne aveva per tutti è solo e disperato lì sotto. A mia volta mi si riempiono gli occhi di lacrime. Trovo gli occhiali e glieli porgo. Non credo che questo mi salverà dalle sue alzate di ingegno, dalle matite spezzate o che altro. Poi uno nella vita diventa quel che diventa, ma può anche essere che certe cose concorrano a farti diventare quel che sei. Io sono così: raramente ho goduto della sconfitta degli eterni vincenti, o per meglio dire, non sento la necessità dell’irrisione e del ballare sopra i tavoli. Per l’arrogante eterno vincente già la sola sconfitta è una condizione molto più dolorosa di quanto sarebbe per una persona normale. Se ha già la faccia nel fango, non c’è bisogno di metterci sopra il tacco. Eravamo solo agli exit poll e già iniziavano a girare gli sfottò su Matteo Renzi. A me non è mai piaciuto, ho cercato di farmelo piacere, perché non ti piace? mi dicevo, è un giovane uomo pieno di energia. Niente. Eppure gli sfottò non mi hanno divertita più di tanto. Pensavo: ma quanta gente ha creduto in questo pischelletto tutto nervi, guai a parlagliene male, quelli linciavano te, ed ora eccolì lì, a sfogarsi a tirare la verdura marcia della nostra epoca: il dileggio virtuale. Giuseppe è tornato nella mia mente. Il popolo è crudele, pronto ad avere la stessa cecità nel bene e nel male. Ed è anche un po’ scemo. Il giorno dopo il risultato eclatante dei 5 Stelle, si sono formate le code nei comuni e ai Caf per chiedere il reddito di cittadinanza. Pensare che un partito che vince oggi possa darti domani – ove oggi e domani non sono in senso metaforico – ciò che ti ha promesso, significa ignorare i fondamenti del funzionamento di uno Stato. Pur capendo la disperazione e anche nell’ipotesi fantascientifica di avere un giorno dei partiti intelligenti, con una società siffatta c’è poco da sfogliar verze. E questo qui (1564-1616) come al solito aveva già capito tutto.

Intervista

Intervista di Edoardo Vigna a Gabriele Lavia, «Prima del voto avremmo dovuto rileggere Re Lear»