Un ponte da cani parte 2

Mi spiace raccontare come è nata quest’altra mezza giornata ma a volte è inevitabile pensare che le persone hanno perso quel minimo di educazione che costa poco ma che fa la differenza, se poi sono proprio quelle persone da cui ti aspetti una naturale propensione ai rapporti umani, la sensazione è ancora più spiacevole. Ho cambiato il divano e visto che era ancora in buone condizioni, con un materasso praticamene nuovo, scrivo ad alcuni enti di beneficenza e assistenza alle persone di strada. Non uno di loro mi ha risposto. Mi viene così l’idea di scrivere a dei canili: tutti loro mi hanno risposto. Non possono usare materassi ma mi ringraziano. Ma certo, penso, i cani i materassi se li mordicchiano! Il mio cane, pur non avendo mai fatto grossi disastri, da piccolo aveva trattato l’angolo del divano nuovo alla stregua di una pallina da tennis. Ma è questo fatto qui della risposta versus il silenzio più totale che mi ha fatto scattare la molla, vincendo anche il timore di uscire immagonita da questi luoghi che esistono solo per la cattiveria umana, quella fine a se stessa, e quindi ben peggiore di qualunque altra. Un argomento che può prestare il fianco al “benaltrismo”, un neologismo orrendo che si è reso necessario coniare per dare un qualche nome al vezzo di rispondere a qualsiasi tema con: E allora questo? E allora quello? E di questo in quello a quell’altro alla fine non si ragiona più su niente, né sul fatto indiscutibile che interessarsi a una cosa non preclude attenzione per altre. Quindi io questo neologismo non lo uso, c’è quello vecchio che va benissimo: deficienza, intesa come deficere di capacità di pensiero. Se abbandoni un cane pensando che tanto sia una cosa ma non pensi che potrebbe provocare un incidente e magari uccidere qualcuno, allora sei un deficiente. Di esempi ce ne sarebbero a iosa ma mi fermo qui.
Insomma, forse in virtù del fatto che scambio più mail con Paolo che con altri e che il rifugio è raggiungibile anche senza auto, decido per questo Adica Onlus di Lodi. Me li vorrò portare a casa tutti e mi metterò a piangere, è il pensiero che mi accompagna per tutto il viaggio, associato al ricordo che quando ero piccola il canile era solo un tempo brevissimo di permanenza e poi il capolinea. Be’, dai, di strada ne abbiamo fatta da allora. Ne faccio un po’ anch’io in mezzo ai campi, a me piace andar per campi, mi mette allegria. Si smorza questa allegria davanti al muro alto di cemento armato sormontato da un filo spinato. Ma dai, mi autorimprovero, non ti sei appena chiesta, vedendo il posto un po’ isolato, come facessero a proteggerli di notte?
Passa presto questa sensazione sgradevole, la mia passione per i murales associata a quella per gli animali:

È la prima volta che entro in un canile, non so come approcciarmi. Ho avuto un solo cane, di cui non ho mai smesso di sentire la mancanza, ma la fortuna di avere una vita popolata da decine di cani altrui (anche gatti, e ci mancherebbe). Questo mi ha portato a comprenderli abbastanza bene, se hanno voglia o no di interagire con te e in quale misura, se hanno o no buone intenzioni verso i loro simili. Li guardo e mi sembra di capire quelli che sono ancora disposti ad accordare fiducia alla razza umana, quelli che sono disposti ma solo un passo alla volta e quelli che non ne vogliono più sapere, a meno che non sia chi li accudisce. Il canile ha dei bei box puliti, con la zona notte riscaldata e ci sono spazi dove i cani vengono lasciati liberi per alcune ore. Ci sono due maremmani, facevano la guardia in una fabbrica, dismessa l’attività, hanno dismesso anche loro, non li hanno portati al canile, li hanno lasciati lì e basta come si lasciano dei ferri rotti. Ci sono due cagnoline trovate in uno scantinato, stanno insieme da anni e ormai non si possono più separare. C’è una femmina di pitbull, probabilmente reduce dalla pratica dei combattimenti tra cani. C’è un bell’incrocio di lupo, Stan,

uno di quelli che ha ancora una gran voglia di avere a che fare con un umano. Cimbro,

Foto dal sito Adica

un quasi labrador nero, si lascia accarezzare, me lo porterei a casa, sì, come farei col suo vicino, un grosso cane nero dall’aria placida e il muso incanutito, lo porterei a casa anche solo per questo, perché un cane anziano si meriterebbe una famiglia. E sul finire Luppolo,

Foto dal sito Adica

un incrocio di boh, questa volta non si capisce, basso, lungo, dal pelo lungo bianco e nero. Platone è un altro boh,

Foto dal sito Adica

dall’aria furbina e simpatica, un veterano di questo posto, affettuoso con gli umani ma non con gli altri cani. La mia guida mi dice che di solito riescono a farli adottare abbastanza velocemente, ma non puoi andare lì, sceglierne uno e portartelo via. Vogliono essere ben sicuri che tu non sia uno di quelli che pensa che un cane sia un giocattolo da regalare per poi disfartene quando sei stufo, e che è un impegno, che se decidi di averlo ha diritto al tuo tempo e al tuo rispetto. Non esco con quel magone che avevo immaginato, che è poi quello che mi ha sempre tenuto lontano dai canili. A parte qualcuno che pare ormai intrappolato in una profonda nostalgia, i cani qui sembrano aver trovato un loro equilibrio, accuditi dai volontari che li amano e al sicuro.
La guida-Ugo è tanto gentile da accompagnarmi in macchina verso il centro. Faccio una passeggiata.

Ma nel tempo del treno, quello morto, in quello sì che mi immalinconisco, penso a Cimbro, al simpatico anzianotto, a Luppolo, perché gli animali ti si fissano in mente, lasciano impronte che non sono quelle delle loro soffici zampe, regalandoti un di più che non potresti avere in nessun altro modo, e loro nemmeno lo sanno.

Ringrazio tutti i volontari del rifugio che mi hanno dedicato il loro tempo.

A.DI.CA. Onlus – Associazione per la difesa del cane
Via Cavalieri di Vittorio Veneto, 20
Lodi (LO)
http://www.adica.org/
mail: [email protected]

Prima gli italiani. Purché sani e senza auto

Cremona, nuovo messaggio intimidatorio contro il trasferimento in un nuovo stabile di due associazioni che si occupano di disabilità

Non so quale è stato il momento in cui abbiamo varcato il confine tra il generare pensieri malsani e tenerceli per noi, addomesticati dal senso di vergogna o forse solo da un comune buonsenso, e l’esternarli, non solamente come espressione ma come fosse un nostro imprescindibile diritto poter rivendicare e insultare. Diamo sfogo al peggio perché non sappiamo più distinguere il peggio; non vedendo più il fondo che segnava un limite, la melma irrompe in superficie.

Les fleurs du bien

A costruire una casa ci vuole almeno un anno, a distruggerla pochi minuti, una settimana, suppongo, se contiamo anche il tempo di posizionamento della dinamite. Anche per gli alberi è così. Persino un computer costruito alla velocità della luce da qualche asiatico si rompe con i pochi secondi di una martellata. Quindi distruggere è molto più facile che costruire. La cosa vale anche per i pensieri. Generare un pensiero propositivo, costruttivo richiede molta più capacità e tempo che abbattere le idee altrui. Anche la comicità spesso non si basa sulla costruzione di una battuta originale ma sul prendere di mira qualcuno. Pensare positivo costa, c’è anche il rischio di non riuscirci proprio, e quindi prevale la tendenza alla demolizione. La demolizione ha una connotazione negativa, restarne immersi contagia e incarognisce. Capita spesso anche a me di voler venire qui e attaccare a sproloquiare su qualcosa o qualcuno, la cosa il più delle volte mi diverte pure ma alla lunga non fa bene. E quindi oggi non lo faccio.
A me piacciono i fiori e così ogni tanto me li compro. Con le piante non sono molto brava, mi dimentico di dargli da bere, non capisco mai se vogliono il freddo o il caldo. Ho fatto morire anche l’erica, per quanto l’abbia amata e nutrita e messa all’ombra e dato una quantità industriale di acqua. Niente, ormai l’ho capito, quella sta bene solo nel Regno Unito, ha fatto la sua personale Brexit. Ma i fiori, li faccio durare anche un mese. Una volta sono tornata dove avevo comprato delle rose e con un sorriso gli dico: sa che hanno quasi un mese? Quello mi risponde: ma non venga a raccontarmele, figuriamoci se durano così tanto. Dimostrazione della teoria creazione/distruzione di cui sopra. Ci ho messo un mese per costruire quello che per me era un complimento e lui ci ha messo un secondo a disfarlo. Non parlo insieme ai fiori ma li guardo.

Di questi ho pensato: se ci vestissimo noi con questi colori sembreremmo dei pagliacci, guarda invece loro come stanno bene. E guarda il dentro, una perfezione assoluta.

Anche la natura a volte è incarognita forte e non è che è sempre colpa nostra, però quando ci si mette (secoli?) quanto è bella.

La gag dello schiaffo. Perché Lino Banfi può rappresentare l’Italia all’Unesco

Non sono un’esperta della filmografia di Lino Banfi ma è verosimile che anche lui abbia fatto la gag dello schiaffone. Quella in cui uno dice: guarda là! L’altro si gira e quello gli rifila una gran manata sul coppino. I nostri politici lo fanno in continuazione. C’è Salvini, quello “guarda i negher”, tiene banco coi negher, con le puntarelle con le acciughe, con la Nutella. E poi c’è l’altro, il Di Maio e le colonie francesi.
Il 40% sarà ancora lì a pensare perché se l’è presa con la boccetta targata Roger&Gallet che tiene in qualche parte del bagno (esagerazione da post? No, se qualcuno è arrivato a indignarsi perché hanno intitolato delle vie a Cesare Battisti, chiamiamoli con il loro nome: scemi). Il restante sarà ripartito su varie percentuali, due ai limiti opposti: 1) Finalmente qualcuno che fa ancora incazzare i francesi come Bartali. 2) C’è anche del vero, ma c’è modo e modo di dire le cose. Che facciamo, ritiriamo fuori gli obici? E comunque la Francia è un paese bellissimo e noi vorremmo continuare a farci avanti e indietro a nostro piacimento.
In ogni caso, la sostanza non cambia, intanto che tu ti giri a guardare le loro sparate, ti arrivano delle gran botte sulla noce del capocollo. E quindi Lino Banfi può rappresentare l’Italia all’Unesco.

A Sant’Ambroeus si fa il presepe

Non so quali siano i motivi, ma quest’anno decido che è arrivato il momento di fornire alla mia eterogenea famigliola un regolare tetto sulla testa. Sarebbe la sacra famiglia del presepe, ma è un termine un po’ ridondante per statuine spaiate, provenienti da questo o quel supermercato cinese, compreso il bue senza un corno e un san Giuseppe che ogni anno si presenta il dilemma se è veramente lui o un re magio poco regale.

Il primo pensiero è ovviamente quello di acquistare una capanna già fatta. Così via, alla volta del Gran Market, che rispetto al mio usuale cinese è più grande e più ordinato. Ecco, magari ordinato è un termine di nuovo un poco ridondante. Sembra piuttosto che abbiano mantenuto una logica nelle solite mercanzie per poi ricordarsi che è quasi Natale e bisogna provvedere di conseguenza. Le statuine latitano, si vede che gli altri sono più specializzati su quelle, ma abbondano di altro. Vedo una casupina, non il massimo della vita ma pur sempre passabile, ma è impossibile capire quale sia la scatola che corrisponde a quella in esposizione, se è quella già comprensiva di famiglia (e non posso mica fare una famiglia allargata), con o senza luci, quanto costa. Ma mentre cerco di capire, ecco che vengo irresistibilmente attratta dalle bustine con i ciocchetti di legno, le cortecce, i paletti… e il sogno fanciullesco di diventare falegnama si risveglia. Me la faccio io! Prendo una busta qua, una busta là, già tiro linee mentali, erigo edifici in un delirio di legno e paglia finta. La paglia sembra effettivamente finta, ma non la compro perché venduta in piccoli covoni: di siffatta maniera non serve al mio progetto. Ma il legno, lo rigiro tra le mani mentre mi avvio alla cassa, ma il legno sarà sintetico o proverrà come certo pellet trovato in commercio dalle foreste di Chernobyl? Ma sarà quel che sarà, non ci si può preoccupare per tutto. E così eccomi lì, al primo momento libero a mettere insieme i nuovi prodotti made in China con quelli recuperati nei meandri di casa.

La manualità ahimè non è mai stata il mio forte ma non ho mai demorso (le parole però sì, eh?). La casa denuncia subito dei grossi difetti di costruzione. Ma è la cubatura a rivelarsi una questione insormontabile.

Più che un tetto sulla testa la mia famiglia pare vittima di un abnorme abuso edilizio. Arriva un ricordo da lontano, il professore di educazione tecnica delle medie, tale Pennisi, guarda sconsolato il mio disegno di prospettiva e mi dice: Colombo, è tutto storto. E mi tiene lì in piedi alla cattedra, studiando ora il disegno ora me che non profferisco parola, senza un minimo di consolazione. Roba che se lo fai a un ragazzino di adesso i genitori convocano il consiglio di classe, lo psicologo, il giudice, tutte le Corti fino all’ultimo grado di giudizio perché gli hai turbato il figlio, che si porterà quell’immenso stato di umiliazione e sofferenza fino alla senilità, quando la demenza finalmente calerà un velo pietoso su tutto. Non mi resta che tornare al Gran Market e rifornirmi di altro legname. Ormai l’esaltazione creativa mi ha preso, rifinisco i legni di Chernobyl, taglio e pitturo stuzzicadenti, incollo, lego, scoccio.

E poi arriva anche la paglia. Si-può-fareee… perché accontentarmi dei finti covoncini cinesi quando ho un intero parco a disposizione?

È una giornata di sole, gli alberi sfoggiano ancora dei rossi e dei gialli.

L’erba è verde brillante ma… devono essere passati da poco a tagliarla e quindi io non posso tagliarla a mia volta. Non mi resta che cacciarmi sotto un pino e raccogliere gli aghi. Dovevo andar lì solo per un po’ di paglia, e poi invece i legnetti, le cortecce, i funghi,

il cielo, la terra, le foglie, i merli, e vedi se ci sono i coniglietti, e ancora gli alberi, un irrealizzabile progetto di megapresepe che mi si forma in testa con colli e acqua che scende… e niente, quando si va ad erba funziona così.