Un ponte da cani parte 2

Mi spiace raccontare come è nata quest’altra mezza giornata ma a volte è inevitabile pensare che le persone hanno perso quel minimo di educazione che costa poco ma che fa la differenza, se poi sono proprio quelle persone da cui ti aspetti una naturale propensione ai rapporti umani, la sensazione è ancora più spiacevole. Ho cambiato il divano e visto che era ancora in buone condizioni, con un materasso praticamene nuovo, scrivo ad alcuni enti di beneficenza e assistenza alle persone di strada. Non uno di loro mi ha risposto. Mi viene così l’idea di scrivere a dei canili: tutti loro mi hanno risposto. Non possono usare materassi ma mi ringraziano. Ma certo, penso, i cani i materassi se li mordicchiano! Il mio cane, pur non avendo mai fatto grossi disastri, da piccolo aveva trattato l’angolo del divano nuovo alla stregua di una pallina da tennis. Ma è questo fatto qui della risposta versus il silenzio più totale che mi ha fatto scattare la molla, vincendo anche il timore di uscire immagonita da questi luoghi che esistono solo per la cattiveria umana, quella fine a se stessa, e quindi ben peggiore di qualunque altra. Un argomento che può prestare il fianco al “benaltrismo”, un neologismo orrendo che si è reso necessario coniare per dare un qualche nome al vezzo di rispondere a qualsiasi tema con: E allora questo? E allora quello? E di questo in quello a quell’altro alla fine non si ragiona più su niente, né sul fatto indiscutibile che interessarsi a una cosa non preclude attenzione per altre. Quindi io questo neologismo non lo uso, c’è quello vecchio che va benissimo: deficienza, intesa come deficere di capacità di pensiero. Se abbandoni un cane pensando che tanto sia una cosa ma non pensi che potrebbe provocare un incidente e magari uccidere qualcuno, allora sei un deficiente. Di esempi ce ne sarebbero a iosa ma mi fermo qui.
Insomma, forse in virtù del fatto che scambio più mail con Paolo che con altri e che il rifugio è raggiungibile anche senza auto, decido per questo Adica Onlus di Lodi. Me li vorrò portare a casa tutti e mi metterò a piangere, è il pensiero che mi accompagna per tutto il viaggio, associato al ricordo che quando ero piccola il canile era solo un tempo brevissimo di permanenza e poi il capolinea. Be’, dai, di strada ne abbiamo fatta da allora. Ne faccio un po’ anch’io in mezzo ai campi, a me piace andar per campi, mi mette allegria. Si smorza questa allegria davanti al muro alto di cemento armato sormontato da un filo spinato. Ma dai, mi autorimprovero, non ti sei appena chiesta, vedendo il posto un po’ isolato, come facessero a proteggerli di notte?
Passa presto questa sensazione sgradevole, la mia passione per i murales associata a quella per gli animali:

È la prima volta che entro in un canile, non so come approcciarmi. Ho avuto un solo cane, di cui non ho mai smesso di sentire la mancanza, ma la fortuna di avere una vita popolata da decine di cani altrui (anche gatti, e ci mancherebbe). Questo mi ha portato a comprenderli abbastanza bene, se hanno voglia o no di interagire con te e in quale misura, se hanno o no buone intenzioni verso i loro simili. Li guardo e mi sembra di capire quelli che sono ancora disposti ad accordare fiducia alla razza umana, quelli che sono disposti ma solo un passo alla volta e quelli che non ne vogliono più sapere, a meno che non sia chi li accudisce. Il canile ha dei bei box puliti, con la zona notte riscaldata e ci sono spazi dove i cani vengono lasciati liberi per alcune ore. Ci sono due maremmani, facevano la guardia in una fabbrica, dismessa l’attività, hanno dismesso anche loro, non li hanno portati al canile, li hanno lasciati lì e basta come si lasciano dei ferri rotti. Ci sono due cagnoline trovate in uno scantinato, stanno insieme da anni e ormai non si possono più separare. C’è una femmina di pitbull, probabilmente reduce dalla pratica dei combattimenti tra cani. C’è un bell’incrocio di lupo, Stan,

uno di quelli che ha ancora una gran voglia di avere a che fare con un umano. Cimbro,

Foto dal sito Adica

un quasi labrador nero, si lascia accarezzare, me lo porterei a casa, sì, come farei col suo vicino, un grosso cane nero dall’aria placida e il muso incanutito, lo porterei a casa anche solo per questo, perché un cane anziano si meriterebbe una famiglia. E sul finire Luppolo,

Foto dal sito Adica

un incrocio di boh, questa volta non si capisce, basso, lungo, dal pelo lungo bianco e nero. Platone è un altro boh,

Foto dal sito Adica

dall’aria furbina e simpatica, un veterano di questo posto, affettuoso con gli umani ma non con gli altri cani. La mia guida mi dice che di solito riescono a farli adottare abbastanza velocemente, ma non puoi andare lì, sceglierne uno e portartelo via. Vogliono essere ben sicuri che tu non sia uno di quelli che pensa che un cane sia un giocattolo da regalare per poi disfartene quando sei stufo, e che è un impegno, che se decidi di averlo ha diritto al tuo tempo e al tuo rispetto. Non esco con quel magone che avevo immaginato, che è poi quello che mi ha sempre tenuto lontano dai canili. A parte qualcuno che pare ormai intrappolato in una profonda nostalgia, i cani qui sembrano aver trovato un loro equilibrio, accuditi dai volontari che li amano e al sicuro.
La guida-Ugo è tanto gentile da accompagnarmi in macchina verso il centro. Faccio una passeggiata.

Ma nel tempo del treno, quello morto, in quello sì che mi immalinconisco, penso a Cimbro, al simpatico anzianotto, a Luppolo, perché gli animali ti si fissano in mente, lasciano impronte che non sono quelle delle loro soffici zampe, regalandoti un di più che non potresti avere in nessun altro modo, e loro nemmeno lo sanno.

Ringrazio tutti i volontari del rifugio che mi hanno dedicato il loro tempo.

A.DI.CA. Onlus – Associazione per la difesa del cane
Via Cavalieri di Vittorio Veneto, 20
Lodi (LO)
http://www.adica.org/
mail: [email protected]

Un ponte da cani parte 1

Tempo incerto, folla da ponti, opto per brevi gite in giornata. Piacenza. Parto munita della efficiente cartina del centro storico scaricata dal sito del comune.

Ancora prima di uscire dalla stazione una sorpresa: un’edicola-libreria con dei bei libri, soprattutto di arte. Vengo attratta da un titolo che pare corrispondere solo in parte al famosissimo disegno di Antoine de Saint-Exupéry: Al Principein. Mi avvicino per capire in quale lingua sia stato tradotto: “Il grande capolavoro per ragazzi rinasce in dialetto piacentino nella traduzione di Piergiorgio Barbieri”. Accanto, la traduzione in dialetto di un altro capolavoro, Pinocchio.

Quella che di solito è la zona critica di ogni città, la stazione dei treni, qui si presenta ordinata, pulita e colorata, fin dentro il parco Giardini Margherita.

Fotografo questa casa perché la trovo splendida, pensando che questi colori siano un caso isolato.

Il percorso che ho costruito arriva fino al Po, sperando di vederlo, dove peraltro sono segnate anche le Mura farnesiane, lasciando il Duomo sulla strada del ritorno in attesa della riapertura pomeridiana. A pochi minuti dall’inizio della mia camminata, è già bellezza: Palazzo Anguissola di Grazzano. L’esterno è notevole ma lo è ancor più il cortile interno.

Una lampadina che si accenderà un poco più in là.

Avevo letto della possibilità di visitare il Pozzo di Sant’Antonino, nei pressi dell’omonima basilica, mi stavo già lanciando invero, ma la descrizione della scala ripida con necessario accompagno della guida uno per volta mi ha fatto desistere. Al cospetto del sopra, ora, la rinuncia al sotto non sembra un grande sacrificio.

Proseguo in direzione del Palazzo Gotico. Qualcosa non si spegne: i colori degli edifici non erano un caso isolato, permangono vividi e frequenti,

e la lampadina si accende. Piacenza non si deve solo guardare avanti per vedere dove vai, né solo in alto per l’architettura, bisogna guardarla anche di lato, dentro i portoni aperti.

In piazza Cavalli, dove sorge il Palazzo Gotico, la fase fotografia risulta ostacolata dallo smontaggio del mercato. Tra cassette di frutta e camioncini cerco di fare del mio meglio.

Questa immagine volutamente sfocata, tagliata in segno di rispetto perché non venga catalogata come foto turistica, la dedico a chi ha detto che il 25 aprile è stato un derby, a chi può dire qualunque scempiaggine senza pensare che se la dice è perché ha la libertà di farlo senza finire su una targa, anche quando a qualcuno verrebbe voglia di toglierli questa libertà. Potete anche girare intorno e vedere le altre centinaia di nomi caduti in altre circostanze, ma sempre per dare a voi questa facoltà.

Prendo via Cavour

e mi dirigo verso Palazzo Farnese-Cittadella Viscontea.

Poi qualche stradina che mi porta in via Borghetto, per andare a parare dove volevo: Po e Mura farnesiane.

Per il Po forse dovrò tornare, deve essere dopo la statale e dopo la ferrovia e dopo un signore intenzionato a raccontarmi tutta la sua vita, o forse bisogna girare intorno alle mura, o forse c’è che è arrivato il momento di fermarmi un po’. Avevo adocchiato un bar che si chiamava Bar Casa mia con tanto di bandiera italiana sull’insegna. Non è che sono stata colta da spirito patriottico, è solo che questa zona non rientra più del tutto nel centro storico con relativa abbondanza di locali, ho archiviato ancor prima di partire pisarei e fasò e ho volutamente ignorato il cartello che proclamava il gnocco fritto (non è un errore, in queste zone si dice il gnocco, non lo gnocco), cose troppe impegnative per una breve gita. Il Bar Casa mia in realtà è una babele di lingue che si annuncia fin da fuori. Anche la proprietaria è straniera. È uno di quei posti che ormai si stanno sempre più diffondendo: capisci che hanno alle spalle una storia fatta solo di autoctoni, proprietari e avventori, dove probabilmente si parlava italiano solo se e quando entrava una faccia sconosciuta, il resto era unicamente dialetto. Poi le cose hanno preso un’altra strada, glocal, per sintetizzare. Quello che non cambia mai è la fame atavica dei botolini da bar avvezzi ad accompagnare i padroni in questo tempo di socializzazione. Così è Lilly a catalizzare stranieri, piacentini, milanesi, tutti a mangiare e lei non fa distinzione alcuna, tanto tutti gli allungano qualcosa.

È ora di volgere le scarpe verso il Duomo, con una deviazione in un vicoletto

alla chiesa di San Sisto.

In via Borghetto, in direzione via Roma, trovo questa bellissima chiesa che stanno ristrutturando. Non reca alcuna targa, non so quindi che chiesa sia ma spero che possa essere presto restituita alla città.

Il Duomo di Piacenza

M.A. Franceschini, Il sogno di Giuseppe, affresco staccato, 1688

Credo che la mia giornata in terra emiliana sia giunta al termine, e invece mi ritrovo in un’emozione proustiana. Non madeleine ma torta mille rose, qualcosa che non vedo da anni. In attesa del treno, nella tranquillità delle città di provincia, me ne sto su una panchina dei giardini strategicamente scelta vicino alla fontanella, riportata indietro negli anni in questa sofficità di burro.

Passeggia un cane e abbaia al vento un uomo.
Ora ti saluto, è quasi sera, si fa tardi
si va a vivere o a dormire da Las Vegas a Piacenza
(Emilia, Francesco Guccini)

All’abbazia di Morimondo

Morimondo non è tanto lontano da Milano (A Sud-est di Milano, prendendo maldestramente in prestito A Ovest di Roma), eppure ha una “faccia” che non c’entra niente con la città. Non pare un prolungamento, ha una personalità a sé stante, che al primo sguardo è campagna e poi via via diventa sempre più personale, fino ad apparire come una specie di spaccatura temporale. Almeno dove sorge l’abbazia. Perché se poi esiste un paese Morimondo moderno non saprei, qui è come andare indietro di secoli.

Anche il freddo non c’entra con quello di Milano, è più intenso e sommato a quello interno degli ambienti del convento se ne esce rigidi come un corpo di secoli. Ma certo pieni del calore della storia.
L’intero complesso si può vedere solo con la visita guidata, e così eccoci ad attendere su questa piccola altura che appare strana, l’unica in chilometri di pianura, la cosa che mi colpisce di più insieme all’azzurro intenso del cielo che sbuca tra le finestre laterali della chiesa.

Il signore/guida darà presto una spiegazione. La chiesa è in gotico lombardo, la struttura più larga della reale facciata apparteneva a questo stile, le aperture sul cielo danno un senso di imponenza maggiore, anche a livello spirituale, e non hanno vetri così da poter spezzare la potenza dei venti. L’altura esisteva già, opera della sedimentazione del Ticino. Anche quello che avevo inteso solo come una decorazione ha un suo perché. I tondi incastonati nella facciata, i due gruppi laterali in basso posti a forma di croce, sono dei piatti in ceramica.

Non solo in senso figurato. Erano il segnale che lì i pellegrini e i poveri potevano trovare da mangiare. Al tramonto, l’ora più temuta da chi non ha casa e cibo, il sole batteva sulla ceramica che diffondeva così anche in lontananza bagliori di luce, un segnale appunto.
L’interno della chiesa ha la bellezza propria delle opere sobrie di questo periodo. I mattoni che compongono le colonne, realizzati anche con materiale caseario, sono ancora perfetti. Le colonne invece, anche se non si sarebbe notato senza la spiegazione della guida, hanno forme un po’ diverse, un altro segnale: ricordare all’uomo che solo Dio è perfetto.

Il coro ligneo è splendido. In questa bellezza così semplice l’altare stona come un corpo estraneo. Rifatto per volere di san Carlo nel 1573 e ulteriormente rimaneggiato nel Settecento, potrebbe fare una figura migliore in un altro contesto, lqui francamente risulta una brutta opera pesante e funerea nei suoi neri e argento.
Il convento è stato ristrutturato da non molto tempo secondo le regole conservative, ed è una specie di miracolo quanto sia rimasto se si pensa che fino agli anni ’80 è stato usato come abitazioni private. Gli ambienti sono tornati aperti come un tempo.

La guida non si risparmia nel descrivere il modello di vita dei frati che l’hanno abitato. Io non riesco a risparmiarmi su pensieri piuttosto mediocri del tipo: Dio, che vita d’inferno. Ora et labora senza soluzione di continuità. Uno dei tanti momenti di preghiera era previsto alle due di notte. Chi portava il lume lo passava a quello che palesemente si stava addormentando. Ho sempre avuto una particolare ammirazione per i frati, mi è capitato persino di invidiare loro la calma, il silenzio. Ora sono qui, ogni tanto devo battere i piedi e muovere le gambe perché il freddo è già arrivato all’ultimo livello: le ossa, e vedo me stessa svegliata alle due di notte e poi alle cinque… e poi chissà ancora quando, e rivedo un po’ le mie convinzioni.
Tutto è veramente interessante.

Riporto giusto quello che ha attraversato il tempo e rimane ancora tra noi. C’è una sala che si chiama capitolare, o capitolo, dove si riunivano i religiosi che avevano poteri decisionali, gli altri restavano fuori dalla sala, potevano solo ascoltare, da qui l’espressione Avere (o non avere) voce in capitolo.
Altre cose sembrano avere attraversato il tempo, questa volta più misteriosamente. Un paio di improbabili tv a schermo piatto.

Fuori è campagna e preparazione ai colori dell’imbrunire.

Guardo i campi intorno e mi prende un’altra botta di mediocrità. L’ora l’avrei scartato a priori, anche per evitare che fosse il priore a scartare me a priori, ma con il labora forse si sarebbe potuto fare. Io credo che a quasi tutti i cittadini gli piglia periodicamente il desiderio di voler affondare le mani nella terra, è un elemento estremamente più vicino all’essere umano di quanto lo sia il cemento. Ascolto la spiegazione delle marcite, l’acqua può essere utilizzata anche d’inverno perché essendo su un piano inclinato scorre via senza gelare sulle radici.

Le mie radici invece sono talmente ghiacciate che credo di non poter più distinguere bene le cose.

Ma è un gallo?, chiedo alla signora che chiude il gruppo con le chiavi in mano. Sì. Ma un gallo che vola così in alto? Non ho mai visto i galli su un albero. Certo che vola, non tanto, eh, ma fino a lì ci riesce. Mi guarda con quella bonarietà propria della gente di campagna, la stessa che si riserva a un somaro. Un po’ mi offendo perché io conosco la campagna. E poi mi sovviene: non ho mai visto un gallo nel pieno della sua esistenza perché mia zia detestava il loro canto, passasse alle sei del mattino ma alle tre di notte no, non era tollerabile, per tanto al primo accenno di esibizione il pollo aveva già il destino segnato.

Bagliori natalizi e qualche lampo di mestizia

Stillante di nebbia e stanchezza da rush finale lavorativo prima di un po’ di quiete di giorni festivi, mi lascio trasportare da un bus che tra frenate e accelerate si districa tra il caos isterico di chi pensa che il Natale imminente sia una sorta di terza guerra mondiale. Guardo fuori dal finestrino, un lavavetri vestito da Babbo Natale attende che la fila si fermi nuovamente. Mi chiedo se esiste Babbo Natale nel luogo da cui proviene, se ha imparato che in questi giorni ci si veste così nel corso di lunghi anni passati sotto i semafori o se invece l’ha appreso da poco, se qualcuno glielo ha detto, se si domanda chi sia Babbo Natale e se ha voglia di tornare nel suo paese senza pancioni vestiti di rosso. Con qualche altro sconquassamento il bus riesce ad attraversare l’incrocio, un’altra coda e un altro questuante, questa volta un giocoliere che impavido si esibisce davanti a una fila di macchine, schierate così mi paiono una spaventevole pole position. Non faccio in tempo a dimenticare questi strani connubi che la sera vedo qualcosa di ben più triste. Venditori di souvenir con cappello rosso davanti alla basilica di Betlemme.

È sconcertante ricevere degli auguri così brutti, se poi comprensivi di errore proprio in quello che ti augurano potresti anche metterti a piangere.

Se invece intendevi augurarmi di trovare un Goya in solaio, allora grazie grazie mille volte grazie.

Per fortuna la luce arriva, anche il cibo porta luce, che diamine, se poi ha il nome pseudoesotico di lifferia è ancora più intensa. Cito dal sito di Pizzikotto: Liffo dal dialetto reggiano è tutto ciò che è Goloso e Gustoso. Ok, benvenuti a Milano.

Ah Milano, la fortuna di trovarla vuota e di riconciliarsi con essa. E chi c’è in giro la sera della vigilia? Quelli senza famiglia, dice. Seee, Oliver Twist, rispondo. E giù a ridere, che in questa deliziosa assenza di rumore sembra quasi faccia eco. Ci piantiamo nel mezzo della via Marghera e ci prendiamo tutto il tempo per l’inquadratura di qua, la prova luce di là… e quando mai ti ricapita?

Euforia da vuoto e da foto ci trascina in centro. E la macchina dove la metti? Qui, e ci metto sopra il biglietto Guasta. Ma scherzi? No, non vorrai che ci perdiamo questo spettacolo? Certo che no. Via Dante,

via dei Mercanti,

piazza del Duomo, e quella coda è per la messa? Naturalmente, chi vuoi che stia in coda con sto freddo alle 11 di sera? E poi non sono giapponesi. Corso Vittorio Emanuele che deve sempre strafare, anche in pacchianeria talvolta.

San Babila, lì con lo smartphone puntato ad aspettare che l’albero ridiventi azzurro.

E sotto la Galleria. Una famiglia c’è e il maschio si rifiuta di fare la foto alle vetrine di Prada. La spunta la madre Alfa, spalleggiata dal resto della famiglia. Usciamo in piazza della Scala e un orrore si erge davanti ai nostri occhi. Un paio di monoliti neri con delle luci rosse piantati davanti a Palazzo Marino. Madonna quanto è brutto diciamo all’unisono, pure la famiglia che si è accodata. Eh, ma è proprio vero che se cambi prospettiva cambi anche idea.

A Natale ti fermi, tranne le mandibole si intende. Niente stupidaggini, niente pensieri, niente meditazioni. Ogni energia dedicata al rifornimento e allo smaltimento. Ah, ma a Santo Stefano torni libero. E Bohemian Rhapsody fu. Il film parte come un’autobiografia un poco piatta. Inizi a notare la lotta dell’attore con i denti finti che devono riprodurre i quattro incisivi di Freddie Mercury. Dopo un po’ questo dissidio dà anche fastidio a dire la verità, ma mai quanto i miei vicini anzianotti ma stupidotti come degli adolescenti. I gatti sono gli animali preferiti dai gay e dalle donne single, hai mai visto una donna single col cane? dice lui. L’uomo single ha il cane, la donna no. Mi verrebbe voglia di girarmi e dirgli: non la puoi vedere perché il cane va portato fuori e se sei da solo e lavori non puoi avere un cane, testa di uovo che non sei altro, e adesso chiudi quella ciabatta e guarda il film. Macchè, bisogna anche fare l’urletto perché Freddie Mercury bacia un uomo (era gay, vedi tu, chiudi la ciabatta), il commento perché l’attore non è alto come Freddie Mercury (vedi in giro tanti uomini col fisico di Freddie Mercury? Chiudi la ciabatta). Ma poi il film esplode, o meglio, è la musica a farlo esplodere, fino alla fine, e con tutte le balordaggini che ho dovuto sentire mi merito di mettermi a cantare inside my heart is breaking, my make-up may be flaking, but my smile still stays on-ooohhh-on… e se do fastidio a qualcuno spostatevi più in là.

Il tram 16 è pieno di allegre famiglie che vanno allo stadio, bambini che non stanno più nella pelle. San Siro scoppia di urla, gli scatto un paio di foto, pur così avvolto nella nebbia, per mandarle a Sabi. Dida: Visto che non sei qua… E forza Napoli! Sono interista per tradizione, ma per rompere l’ormai decennale trio di vincitrici Inter-Milan-Juventus tifo per qualunque altra squadra, figurati per quella di un amico. Sabi ha la coperta, un bicchiere di vino e la torta di Silvana, io rido sotto la mia di coperta, sto cercando di togliermi dalle ossa il gelo dell’attesa che qualcosa passasse per San Siro e, milanese, tifo per il Napoli. Ma questi siamo noi, che non c’entriamo con la furia insensata che si è scatenata in questa partita. Avrebbero dovuto riempire le birrerie di Milano, ne hanno riempito gli ospedali.

Il Natale fa anche rimbalzare le persone come palline in un flipper. Perugia- Savigliano-Torino Milano-Torino, Game over in piazza San Carlo il 28 dicembre.

Questa è la quarta o quinta volta che vengo a Torino, stavolta però il castello finto lo voglio vedere. È lui che l’ha chiamato castello finto, perché c’è andato in gita alle elementari e quindi è rimasto a quell’idea lì. Si arriva camminando lungo il Po del Parco del Valentino, appena velato da un’affascinante nebbiolina,

e tra un guizzare veloce di scoiattoli grigi che si concedono solo a chi ha qualcosa da dar loro in cambio.

Che il castello sia finto lo si vede a colpo d’occhio, tranne un muro che sembrerebbe avere un suo passato.

Ad ogni modo non è un castello e basta, è un borgo, e non si chiama castello finto bensì Borgo medievale. E anche se non così antica, ha comunque una sua storia da vantare: https://www.guidatorino.com/borgo-medievale-torino/

Nessuno può battere i torinesi sul cioccolato. Che siano tavolette, cioccolatini e che altre forme solide o che sia cioccolata in forma liquida. Un livello di densità perfetto, perfetto il grado di zuccherosità, solo quel tanto che basta a mitigare l’amaro del cacao, e il gusto, il retrogusto, gli annessi e connessi. Ma-gi-strale.
Bella gente, begli scoiattoli, belle vie. Bella zio, città in cui tornare.

Bella invidiosa, esibizione del 29 dicembre

Lecco, fra acqua e presepi

Murale di partenza. Foto scattata non il giorno di questa partenza ma la stazione è quella.

Murale di arrivo. Stazione di Lecco.

Foto di sghimbescio per motivi logistici, esso murale insistente tra due muri non interrotti di spazi, tutto a esseri umani a seconda dello sporgere e del rientrare del loro moto perpetuo. Non credo che Manzoni me ne vorrà, anche perché in questo luogo manzoniano l’hanno ulteriormente omaggiato dipingendo magistralmente alcuni passi dei Promessi Sposi sulle stecche della ringhiera del lungo lago, in un modo che puoi leggerli solo se ti metti in una certa prospettiva, disegni compresi. E perché non hai fatto la foto? E perché davanti al migliore c’erano due ragazzetti che sembravano Renzo e Lucia.

E lui è sempre lui, il Resegone, quello che ogni tanto mi viene una gran voglia di vedere, quello che vedi meglio da Milano nelle ormai sempre più rare giornate limpide che non lì, perché sei troppo sotto.

Lecco si mostra più vivace dell’ultima volta che ci sono stata e, cosa per me abbastanza insolita, mi piace fermarmi a guardare le vetrine. Non corro giù come al solito verso il lago, che tanto poi arriva, e ogni volta sembra essere uguale a sempre eppure con qualcosa di diverso che non riesco a mettere a fuoco.

Aspetto l’imbrunire per vedere le luci del Natale.

Prima di entrare al chiuso della Mostra dei presepi, mi fermo a guardare l’aperto che ha già cambiato colore.

La mostra è allestita all’interno del Palazzo delle Paure, in piazza XX Settembre, sede anche di altre esposizioni. Non sono molti questi presepi ma splendidi, soprattutto se si considera che ciascuno è fatto da una sola persona. A parte quelli all’entrata, gli altri sono chiusi in specie di teche non molto grandi, la bravura nel creare la prospettiva è quindi straordinaria se si pensa che lo spazio a disposizione non è molto. I presepi sono qualcosa che mi incanta da sempre e questi sono veramente incantevoli.

Ora l’imbrunire non è più imbrunire, è bruno e basta, e Lecco sfoggia le sue luci.

Fa un freddo tremendo. Prendo qualcosa di caldo in un bar di fronte alla stazione, è vuoto. Stava chiudendo? chiedo. No, chiudo verso le sei e mezza, tanto se ne stanno già andando tutti. Ma non è tardi, dico. A Lecco alle sette e trenta non c’è più in giro nessuno, non siamo una città nottambula. No, direi di no, penso, ma quel freddo lì però fa ritirare anche me in anticipo.