All’abbazia di Morimondo

Morimondo non è tanto lontano da Milano (A Sud-est di Milano, prendendo maldestramente in prestito A Ovest di Roma), eppure ha una “faccia” che non c’entra niente con la città. Non pare un prolungamento, ha una personalità a sé stante, che al primo sguardo è campagna e poi via via diventa sempre più personale, fino ad apparire come una specie di spaccatura temporale. Almeno dove sorge l’abbazia. Perché se poi esiste un paese Morimondo moderno non saprei, qui è come andare indietro di secoli.

Anche il freddo non c’entra con quello di Milano, è più intenso e sommato a quello interno degli ambienti del convento se ne esce rigidi come un corpo di secoli. Ma certo pieni del calore della storia.
L’intero complesso si può vedere solo con la visita guidata, e così eccoci ad attendere su questa piccola altura che appare strana, l’unica in chilometri di pianura, la cosa che mi colpisce di più insieme all’azzurro intenso del cielo che sbuca tra le finestre laterali della chiesa.

Il signore/guida darà presto una spiegazione. La chiesa è in gotico lombardo, la struttura più larga della reale facciata apparteneva a questo stile, le aperture sul cielo danno un senso di imponenza maggiore, anche a livello spirituale, e non hanno vetri così da poter spezzare la potenza dei venti. L’altura esisteva già, opera della sedimentazione del Ticino. Anche quello che avevo inteso solo come una decorazione ha un suo perché. I tondi incastonati nella facciata, i due gruppi laterali in basso posti a forma di croce, sono dei piatti in ceramica.

Non solo in senso figurato. Erano il segnale che lì i pellegrini e i poveri potevano trovare da mangiare. Al tramonto, l’ora più temuta da chi non ha casa e cibo, il sole batteva sulla ceramica che diffondeva così anche in lontananza bagliori di luce, un segnale appunto.
L’interno della chiesa ha la bellezza propria delle opere sobrie di questo periodo. I mattoni che compongono le colonne, realizzati anche con materiale caseario, sono ancora perfetti. Le colonne invece, anche se non si sarebbe notato senza la spiegazione della guida, hanno forme un po’ diverse, un altro segnale: ricordare all’uomo che solo Dio è perfetto.

Il coro ligneo è splendido. In questa bellezza così semplice l’altare stona come un corpo estraneo. Rifatto per volere di san Carlo nel 1573 e ulteriormente rimaneggiato nel Settecento, potrebbe fare una figura migliore in un altro contesto, lqui francamente risulta una brutta opera pesante e funerea nei suoi neri e argento.
Il convento è stato ristrutturato da non molto tempo secondo le regole conservative, ed è una specie di miracolo quanto sia rimasto se si pensa che fino agli anni ’80 è stato usato come abitazioni private. Gli ambienti sono tornati aperti come un tempo.

La guida non si risparmia nel descrivere il modello di vita dei frati che l’hanno abitato. Io non riesco a risparmiarmi su pensieri piuttosto mediocri del tipo: Dio, che vita d’inferno. Ora et labora senza soluzione di continuità. Uno dei tanti momenti di preghiera era previsto alle due di notte. Chi portava il lume lo passava a quello che palesemente si stava addormentando. Ho sempre avuto una particolare ammirazione per i frati, mi è capitato persino di invidiare loro la calma, il silenzio. Ora sono qui, ogni tanto devo battere i piedi e muovere le gambe perché il freddo è già arrivato all’ultimo livello: le ossa, e vedo me stessa svegliata alle due di notte e poi alle cinque… e poi chissà ancora quando, e rivedo un po’ le mie convinzioni.
Tutto è veramente interessante.

Riporto giusto quello che ha attraversato il tempo e rimane ancora tra noi. C’è una sala che si chiama capitolare, o capitolo, dove si riunivano i religiosi che avevano poteri decisionali, gli altri restavano fuori dalla sala, potevano solo ascoltare, da qui l’espressione Avere (o non avere) voce in capitolo.
Altre cose sembrano avere attraversato il tempo, questa volta più misteriosamente. Un paio di improbabili tv a schermo piatto.

Fuori è campagna e preparazione ai colori dell’imbrunire.

Guardo i campi intorno e mi prende un’altra botta di mediocrità. L’ora l’avrei scartato a priori, anche per evitare che fosse il priore a scartare me a priori, ma con il labora forse si sarebbe potuto fare. Io credo che a quasi tutti i cittadini gli piglia periodicamente il desiderio di voler affondare le mani nella terra, è un elemento estremamente più vicino all’essere umano di quanto lo sia il cemento. Ascolto la spiegazione delle marcite, l’acqua può essere utilizzata anche d’inverno perché essendo su un piano inclinato scorre via senza gelare sulle radici.

Le mie radici invece sono talmente ghiacciate che credo di non poter più distinguere bene le cose.

Ma è un gallo?, chiedo alla signora che chiude il gruppo con le chiavi in mano. Sì. Ma un gallo che vola così in alto? Non ho mai visto i galli su un albero. Certo che vola, non tanto, eh, ma fino a lì ci riesce. Mi guarda con quella bonarietà propria della gente di campagna, la stessa che si riserva a un somaro. Un po’ mi offendo perché io conosco la campagna. E poi mi sovviene: non ho mai visto un gallo nel pieno della sua esistenza perché mia zia detestava il loro canto, passasse alle sei del mattino ma alle tre di notte no, non era tollerabile, per tanto al primo accenno di esibizione il pollo aveva già il destino segnato.

Bagliori natalizi e qualche lampo di mestizia

Stillante di nebbia e stanchezza da rush finale lavorativo prima di un po’ di quiete di giorni festivi, mi lascio trasportare da un bus che tra frenate e accelerate si districa tra il caos isterico di chi pensa che il Natale imminente sia una sorta di terza guerra mondiale. Guardo fuori dal finestrino, un lavavetri vestito da Babbo Natale attende che la fila si fermi nuovamente. Mi chiedo se esiste Babbo Natale nel luogo da cui proviene, se ha imparato che in questi giorni ci si veste così nel corso di lunghi anni passati sotto i semafori o se invece l’ha appreso da poco, se qualcuno glielo ha detto, se si domanda chi sia Babbo Natale e se ha voglia di tornare nel suo paese senza pancioni vestiti di rosso. Con qualche altro sconquassamento il bus riesce ad attraversare l’incrocio, un’altra coda e un altro questuante, questa volta un giocoliere che impavido si esibisce davanti a una fila di macchine, schierate così mi paiono una spaventevole pole position. Non faccio in tempo a dimenticare questi strani connubi che la sera vedo qualcosa di ben più triste. Venditori di souvenir con cappello rosso davanti alla basilica di Betlemme.

È sconcertante ricevere degli auguri così brutti, se poi comprensivi di errore proprio in quello che ti augurano potresti anche metterti a piangere.

Se invece intendevi augurarmi di trovare un Goya in solaio, allora grazie grazie mille volte grazie.

Per fortuna la luce arriva, anche il cibo porta luce, che diamine, se poi ha il nome pseudoesotico di lifferia è ancora più intensa. Cito dal sito di Pizzikotto: Liffo dal dialetto reggiano è tutto ciò che è Goloso e Gustoso. Ok, benvenuti a Milano.

Ah Milano, la fortuna di trovarla vuota e di riconciliarsi con essa. E chi c’è in giro la sera della vigilia? Quelli senza famiglia, dice. Seee, Oliver Twist, rispondo. E giù a ridere, che in questa deliziosa assenza di rumore sembra quasi faccia eco. Ci piantiamo nel mezzo della via Marghera e ci prendiamo tutto il tempo per l’inquadratura di qua, la prova luce di là… e quando mai ti ricapita?

Euforia da vuoto e da foto ci trascina in centro. E la macchina dove la metti? Qui, e ci metto sopra il biglietto Guasta. Ma scherzi? No, non vorrai che ci perdiamo questo spettacolo? Certo che no. Via Dante,

via dei Mercanti,

piazza del Duomo, e quella coda è per la messa? Naturalmente, chi vuoi che stia in coda con sto freddo alle 11 di sera? E poi non sono giapponesi. Corso Vittorio Emanuele che deve sempre strafare, anche in pacchianeria talvolta.

San Babila, lì con lo smartphone puntato ad aspettare che l’albero ridiventi azzurro.

E sotto la Galleria. Una famiglia c’è e il maschio si rifiuta di fare la foto alle vetrine di Prada. La spunta la madre Alfa, spalleggiata dal resto della famiglia. Usciamo in piazza della Scala e un orrore si erge davanti ai nostri occhi. Un paio di monoliti neri con delle luci rosse piantati davanti a Palazzo Marino. Madonna quanto è brutto diciamo all’unisono, pure la famiglia che si è accodata. Eh, ma è proprio vero che se cambi prospettiva cambi anche idea.

A Natale ti fermi, tranne le mandibole si intende. Niente stupidaggini, niente pensieri, niente meditazioni. Ogni energia dedicata al rifornimento e allo smaltimento. Ah, ma a Santo Stefano torni libero. E Bohemian Rhapsody fu. Il film parte come un’autobiografia un poco piatta. Inizi a notare la lotta dell’attore con i denti finti che devono riprodurre i quattro incisivi di Freddie Mercury. Dopo un po’ questo dissidio dà anche fastidio a dire la verità, ma mai quanto i miei vicini anzianotti ma stupidotti come degli adolescenti. I gatti sono gli animali preferiti dai gay e dalle donne single, hai mai visto una donna single col cane? dice lui. L’uomo single ha il cane, la donna no. Mi verrebbe voglia di girarmi e dirgli: non la puoi vedere perché il cane va portato fuori e se sei da solo e lavori non puoi avere un cane, testa di uovo che non sei altro, e adesso chiudi quella ciabatta e guarda il film. Macchè, bisogna anche fare l’urletto perché Freddie Mercury bacia un uomo (era gay, vedi tu, chiudi la ciabatta), il commento perché l’attore non è alto come Freddie Mercury (vedi in giro tanti uomini col fisico di Freddie Mercury? Chiudi la ciabatta). Ma poi il film esplode, o meglio, è la musica a farlo esplodere, fino alla fine, e con tutte le balordaggini che ho dovuto sentire mi merito di mettermi a cantare inside my heart is breaking, my make-up may be flaking, but my smile still stays on-ooohhh-on… e se do fastidio a qualcuno spostatevi più in là.

Il tram 16 è pieno di allegre famiglie che vanno allo stadio, bambini che non stanno più nella pelle. San Siro scoppia di urla, gli scatto un paio di foto, pur così avvolto nella nebbia, per mandarle a Sabi. Dida: Visto che non sei qua… E forza Napoli! Sono interista per tradizione, ma per rompere l’ormai decennale trio di vincitrici Inter-Milan-Juventus tifo per qualunque altra squadra, figurati per quella di un amico. Sabi ha la coperta, un bicchiere di vino e la torta di Silvana, io rido sotto la mia di coperta, sto cercando di togliermi dalle ossa il gelo dell’attesa che qualcosa passasse per San Siro e, milanese, tifo per il Napoli. Ma questi siamo noi, che non c’entriamo con la furia insensata che si è scatenata in questa partita. Avrebbero dovuto riempire le birrerie di Milano, ne hanno riempito gli ospedali.

Il Natale fa anche rimbalzare le persone come palline in un flipper. Perugia- Savigliano-Torino Milano-Torino, Game over in piazza San Carlo il 28 dicembre.

Questa è la quarta o quinta volta che vengo a Torino, stavolta però il castello finto lo voglio vedere. È lui che l’ha chiamato castello finto, perché c’è andato in gita alle elementari e quindi è rimasto a quell’idea lì. Si arriva camminando lungo il Po del Parco del Valentino, appena velato da un’affascinante nebbiolina,

e tra un guizzare veloce di scoiattoli grigi che si concedono solo a chi ha qualcosa da dar loro in cambio.

Che il castello sia finto lo si vede a colpo d’occhio, tranne un muro che sembrerebbe avere un suo passato.

Ad ogni modo non è un castello e basta, è un borgo, e non si chiama castello finto bensì Borgo medievale. E anche se non così antica, ha comunque una sua storia da vantare: https://www.guidatorino.com/borgo-medievale-torino/

Nessuno può battere i torinesi sul cioccolato. Che siano tavolette, cioccolatini e che altre forme solide o che sia cioccolata in forma liquida. Un livello di densità perfetto, perfetto il grado di zuccherosità, solo quel tanto che basta a mitigare l’amaro del cacao, e il gusto, il retrogusto, gli annessi e connessi. Ma-gi-strale.
Bella gente, begli scoiattoli, belle vie. Bella zio, città in cui tornare.

Bella invidiosa, esibizione del 29 dicembre

Lecco, fra acqua e presepi

Murale di partenza. Foto scattata non il giorno di questa partenza ma la stazione è quella.

Murale di arrivo. Stazione di Lecco.

Foto di sghimbescio per motivi logistici, esso murale insistente tra due muri non interrotti di spazi, tutto a esseri umani a seconda dello sporgere e del rientrare del loro moto perpetuo. Non credo che Manzoni me ne vorrà, anche perché in questo luogo manzoniano l’hanno ulteriormente omaggiato dipingendo magistralmente alcuni passi dei Promessi Sposi sulle stecche della ringhiera del lungo lago, in un modo che puoi leggerli solo se ti metti in una certa prospettiva, disegni compresi. E perché non hai fatto la foto? E perché davanti al migliore c’erano due ragazzetti che sembravano Renzo e Lucia.

E lui è sempre lui, il Resegone, quello che ogni tanto mi viene una gran voglia di vedere, quello che vedi meglio da Milano nelle ormai sempre più rare giornate limpide che non lì, perché sei troppo sotto.

Lecco si mostra più vivace dell’ultima volta che ci sono stata e, cosa per me abbastanza insolita, mi piace fermarmi a guardare le vetrine. Non corro giù come al solito verso il lago, che tanto poi arriva, e ogni volta sembra essere uguale a sempre eppure con qualcosa di diverso che non riesco a mettere a fuoco.

Aspetto l’imbrunire per vedere le luci del Natale.

Prima di entrare al chiuso della Mostra dei presepi, mi fermo a guardare l’aperto che ha già cambiato colore.

La mostra è allestita all’interno del Palazzo delle Paure, in piazza XX Settembre, sede anche di altre esposizioni. Non sono molti questi presepi ma splendidi, soprattutto se si considera che ciascuno è fatto da una sola persona. A parte quelli all’entrata, gli altri sono chiusi in specie di teche non molto grandi, la bravura nel creare la prospettiva è quindi straordinaria se si pensa che lo spazio a disposizione non è molto. I presepi sono qualcosa che mi incanta da sempre e questi sono veramente incantevoli.

Ora l’imbrunire non è più imbrunire, è bruno e basta, e Lecco sfoggia le sue luci.

Fa un freddo tremendo. Prendo qualcosa di caldo in un bar di fronte alla stazione, è vuoto. Stava chiudendo? chiedo. No, chiudo verso le sei e mezza, tanto se ne stanno già andando tutti. Ma non è tardi, dico. A Lecco alle sette e trenta non c’è più in giro nessuno, non siamo una città nottambula. No, direi di no, penso, ma quel freddo lì però fa ritirare anche me in anticipo.

Scorci e impressioni

Nervi

Se al crepuscolo, almeno, ci fosse, dietro i vetri, il mare… Amore… Tremore in trasparenza… Se almeno questo fosse il rumore del mare… Non lo sopporto più il rumore della storia… Vento afono… Glissando… Sparire come il giorno che muore dietro i vetri… Il mare… Il mare in luogo della storia…Oh, amore.
(Albaro, Giorgio Caproni)

«per noi, sai, tutto l’infinito finisce qui», mi è venuto in mente. Mah, una canzone così, di Vasco Rossi. Poi ho capito. Guardare il mare mi fa venire in mente la montagna di cose di cui non me ne frega più niente, che però s’hanno da fare perché sembra che compongano un orizzonte da raggiungere. È che poi tanto l’orizzonte non si raggiunge mai. Potrei passare ore a guardarlo senza annoiarmi. E che canzone era? penso. La noia. Ah, ecco.

Boccadasse2Avrei voluto stare lì a parlare coi pescatori, che poi sono loro che han parlato con me. Uscite ancora di notte?! Così anziani, mica gliel’ho detto. Certo. E questi sì che ne avranno da raccontare, di onde e stelle. E me le avrebbero raccontate se solo non avessimo ingombrato lo spazio, sempre troppo stretto, come un caruggio, o una creuza. I giovani corrono avanti e indietro trascinando carrelli pesanti su per la salita.
M. racconta barzellette a raffica e fa l’ubriaco come nessuno. Mi piego in due dalle risate. M. ha perso un’amica sul ponte. Forse ridere con il forestiero che ha pianto con te da lontano è un modo per dimenticare per qualche minuto.
G. concorda con me: i gabbiani fanno una bella vita. Ma sono feroci. Sventrano i piccioni, dice, e anche altro se gli capita a tiro. Oh, mamma, questa non la sapevo.
E me ne vado, poi magari torno.

Boccadasse

Il gatto velista

Gatto vela

E quello pigro…

Gatto Boccadasse

…che si mangia queste cose qui

Cibo di strada

 Le piante

Parchi di Nervi

Le pietre

Targa Quarto

La casa in vendita che non è più in vendita

Finestra

Le nuvole

Nuvole

Camogli

Camogli

Camogli 1Camogli targa

Camogli PiantaCamogli fiori

Di Perugia, dintorni e meditazioni italiche

Perugia sta tutta arroccata su e giù. Prendete una di pianura, che frequenta poco la montagna, mettetela in mano a due che anche se non originari di Perugia vi abitano da anni e avrete questa scena penosa di un essere strisciante che arranca dietro a due stambecchi. Questo è il mio approccio con il capoluogo umbro. Ma voi tutti i giorni vi fate questa strada per andare al lavoro? chiedo. Ma no, l’abbiamo allungata per farti fare il giro turistico. Ah be’… Superato il trauma del primo impatto, si capisce che si può fare, in realtà molto più agevolmente che nell’afa di Milano quando l’asfalto sembra una cosa viva che ti si avvinghia alle gambe.

Su cosa concentrarsi per parlare di Perugia? È una città d’arte, ma i due stambecchi lì ne sanno più di me, e poi per questo esistono le guide. È una città morbida, nel senso che non ci sono i picchi alpini ma le forme arrotondate e verdi degli Appennini. Ma la descrizione del panorama lasciamola ai poeti. Io parlerò da viaggiatore, quello che lascia entrare le immagini negli occhi e ascolta i pensieri che ne escono.
Sono le vie, i balconi con i fiori, i pigri gatti che si appropriano dei vicoletti, gli ameni cartelli degli autoctoni,

Perugia 1

Perugia 2

Perugia 3

su su in un crescendo fino alle strutture più audaci e antiche, e così perfette nella loro realizzazione da resistere per secoli agli assalti dell’uomo e della natura.

Maestà della Volte 1

Maestà della Volte 2

Acquedotto medievale

Può essere quella che credi un’allucinazione, che accetti di buon grado: un lupo nella terra di san Francesco; ci può stare, pensi, prima di notare un padrone normale, che come tutti i padroni parla col suo cane, e quello però non gli risponde se non con lo sguardo.

Lupo

Può essere che ti perdi nelle opere splendide della Galleria nazionale dell’Umbria,

Galleria Nazionale Umbria

nell’infinito numero di chiese,

Tempio di Sant Angelo 1

Tempio di Sant Angelo 2

Perugia chiesa

Ex chiesa San Francesco al Prato

Oratorio di San Bernardino

Cattedrale di San Lorenzoin cose che ti inducono un delirio da Voyager come il Pozzo etrusco

Pozzo etrusco 1

Pozzo etrusco 2

(saranno ancora lì a chiedersi quanto si può essere deficienti a non accorgersi di una telecamera di sicurezza proprio puntata verso la mia penosa imitazione di Giacobbo?). O il visibilio provato nei meandri sotterranei della Rocca Paolina, quanto resta di una fortificazione che doveva essere imponente. Storia viva, tanto che temi che a girare un angolo buio ci sia uno della famiglia Baglioni ad accoltellarti, e storia moderna, sembra il set di un film, che si mescolano insieme e quando esci ti senti un po’ stordito.

Rocca Paolina 1Rocca Paolina 2

E tutte queste immagini iniziano a comporsi in un pensiero che prenderà una forma definitiva solo alla fine del viaggio.

Fontana MaggiorePalazzo Gallenga

Nel tardo pomeriggio si alza un vento leggero che rinfranca di tutti i su è giù della giornata. L’azzurro si fa più intenso, i contorni ancora più morbidi, le chiese sembrano trovare il silenzio che spetta loro, qualche traccia di rosa e poi il blu prende il sopravvento.

Perugia sera 1

Non piatto, sfumato, ma blu. Si accendono le luci nei vicoletti, che però mantengono il loro fascino di chiaroscuri.

Perugia sera 2Perugia sera 3Perugia sera 4

Come ogni buon giocatore, Perugia ha calato il suo asso sul finire della partita.

Perugia sera 5

 

La cascata delle Marmore

In viaggio

Io credo sia un nostro diritto, di italiani e di turisti, criticare. Non un inutile giudizio negativo tout court, ma un dire: guarda quanto potresti fare di più, guadagnare di più. Alla stazione dei treni di Terni, mettimi un bel cartellone con scritto Pullman per le cascate, e quando il pullman sembra esserci e sembra dover passare in quell’ora lì, fallo passare. Ti pago dieci euro per entrare, non puoi darmi una miseranda mappa dei sentieri? Non puoi evitare di dirmi che le navette ci sono solo il sabato e la domenica quando non è vero? Devi per forza far pagare 50 centesimi ogni ingrediente in più nel panino? Questa è una maledetta pecca italiana, non saper valorizzare quello che si ha, che non è mica poco.

Ma la natura, si sa, lenisce le sofferenze. Da lontano sembrano fumo, gli spruzzi vaporizzati della cascata. Arrivo che l’acqua si sta chiudendo e fino alla riapertura la cascata è comunque bella. I sentieri sono più agevoli di quanto immaginassi e mi immergo nella bellezza delle forme che di lì a qualche ora cambieranno.

Marmore 1

Marmore 2Marmore 3Marmore 4

Marmore 6

Ho comprato una specie di sacco della pattumiera che passa sotto il nome di impermeabile, o qualcosa del genere, da usare se si arriva a uno dei punti più alti della cascata. Poco prima delle 15 l’altoparlante annuncia l’imminente apertura dell’acqua, preceduta da tre sirene che sembrano quelle delle fabbriche. Il “fumo” ricomincia a farsi vedere, all’inizio giusto una fumatina,

Marmore 5

poi via via sembra che la montagna si faccia un gigantesco cannone (sarà per questo che al negozio turistico vendono anche articoli dei pellerossa?), finché inizi a sentire le gocce, sempre più numerose, e il caldo un po’ afoso viene spazzato via da un vento freddo. L’acqua inizia a ruggire e poi esplode con quella boria di potenza che solo la natura riesce a raggiungere. Ripercorro i sentieri che ora sono affiancati da un fiume che ribolle e le forme di prima hanno lasciato il posto ad altre. Il mio pseudoimpermeabile non regge al vento, anzi, non regge proprio a niente, e io me ne sto lì, mezza bagnata, mezza infreddolita in una delle mie estasi paniche, a ingozzarmi di ogni mulinello, gioco d’acqua, foglia, roccia, ramo nodoso.

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Assisi

Assisi 1

Forse bisogna avere una spiritualità diversa dalla mia per trovare san Francesco in questo luogo. Pullman e una quantità impressionante di riproduzioni del santo in vari materiali, con o senza chierica, barba più o meno lunga e nessuno dei suoi adorati animali di contorno. Fortunatamente non è così affollata come me l’aspettavo e le basiliche sono davvero splendide.

Assisi 2

Forse bisogna essere più francescani per non pensare che è veramente imbarazzante dire fai cheese al papà col bambino in braccio e l’affresco dietro. C’è da dire che per quante cose brutte debba aver visto, se si fossero aggiunti anche i moderni cretini magari sarebbe stato un po’ meno francescano anche lui.

Assisi 3

Ma via, dopo le basiliche affrontiamo l’ennesima erta, e nei punti più stretti e isolati si ritrova la bellezza, negli scorci e nei negozi che hanno detto niet alla paccottiglia ed esibiscono oggetti artigianali raffinati.

Assisi 4

Santuario della Spogliazione

Tempio di Minerva

Su fino a Santa Chiara, purtroppo chiusa.

Santa Chiara 1

Santa Chiara 2

Non resta che consolarci con il pranzo. Un’osteria scelta quasi per caso che però va benissimo. No No, davvero, va benissimo, gulp. “Qualunque cosa ti portino, tu non lamentarti”, dico a Dario segnandogli il bersaglio balestrato sopra le nostre teste.

Bersaglio

Si torna a scendere, verso Santa Maria degli Angeli. In quest’epoca ipertecnologica puoi fare tante cose alla velocità della luce, ah sì, tranne quelle più banali. E dunque si può celebrare anche i miracoli laici.

Posta

Il lago Trasimeno

E che ci volete fare, noi lombardi abbiamo negli occhi e nel cuore gli azzurri del lago di Garda e le vette di quello di Como. Così, amici umbri, non friggeteci nella vostra padella più grande del mondo se restiamo perplessi davanti al Trasimeno.

Padella Passignano

Il suo verdino smortino non è l’unica cosa che mi lascia un po’ dubbiosa.

Trasimeno

Monumento agli aviatoriTarga aviatori Passignano

C’è anche una mancanza di turisti, una folla un poco più corposa. Tengono alta la bandiera un gruppone di ragazzini tedeschi. Mangio un meraviglioso pesce misto lago-mare in un locale con lunghe tavolate… ci sono io in un angoletto del tavolone, le due signore del ristorante e il loro fin troppo placido cagnolino. Delusa da Passignano sul Trasimeno? Ma neanche per sogno. Mi addentro per le stradette su verso la Rocca.

Rocca Passignano

Un gatto rosso un po’ arruffato si nega al mio obiettivo ma sembra, voltandosi di quando in quando, volermi accompagnare fino alla meta.

Gatto Passignano

Alzata dell'orologio Passignano

E i pensieri ritornano, in questi strani posti che alcuni costruiscono apposta per far finta di averli e che noi abbiamo qui, già belli e fatti.

Rocca Passignano 2

Passignano 1Passignano 2Torre triangolare PassignanoPassignano 3

Torno in stazione e vedo una statua: e che ci fa Mao qui? Ma ci assomiglia proprio!

Il capostazione Passignano

Divertita, mi butto giù su una panca di legno, sperando che il treno arrivi prima che il sole si sposti del tutto mangiandosi la poca ombra. Siamo io e un ragazzo di colore. Alle mie spalle il bar con il barista che fa anche da bigliettaio. Del bagno neanche a parlarne. Che questi luoghi un po’ da Cristo si è fermato a xy abbiano un loro fascino è fuor di dubbio, però… però è questo disfacimento che ho davanti (così comune a tanti altri luoghi che potrebbe essere ovunque) che ricompone i frammenti dei miei pensieri, le immagini, i brani di conversazione.

Passignano 4

Questi meravigliosi borghi storici quanto vivranno ancora? Quanti saranno disposti a vivere in palazzi dove non puoi avere la macchina sotto casa, dove devi fare le scale e che altro. E se i ragazzi se ne vanno tutti e, abbandonati, questi edifici crollano?
Terni e il suo inquinamento, come in tanti altri luoghi d’Italia, dove le imprese si sono mangiate tutto e se ne sono andate lasciando solo veleni. Mi viene in mente un articolo letto di recente, una delle professioni più richieste sarà il data analyst o qualcosa del genere. Insomma, quell’entità grigia che passa tutto il giorno a spiare te che salti da un sito all’altro, fa il quadro dei tuoi interessi per poi affliggerti per mesi con la pubblicità degli stessi prodotti che hai appena cercato. Con tutto il rispetto per chi lo fa, ma si potrà mai arrivare ai 70 anni della pensione facendo un lavoro così? E le start-up che fanno app che il 90% di esse non ho ancora capito a cosa servono e che tutti cercano di farti credere che ti semplificano la vita. E se uno non vuole fare l’ingegnere, l’informatico, il ricercatore e neanche ha voglia di andarsene dalla sua città, ma sarà libero di farlo?
E allora, se fosse qui il nostro futuro, in queste “cose vecchie” che pochi altri possono vantare? E se le grandi opere a cui tutti i partiti inneggiano fossero tante piccole opere che proteggono la più grande di tutte? Se c’è bellezza, c’è lavoro. Tieniti la tua favolosa app per sapere quanta coda devo fare alla posta (e non ci devo andare lo stesso alla posta?) e ridammi Perugia, le stradine, i borghi e le montagne, che non sporcano, non inquinano e non rincretiniscono come gli smartphone.

Grazie a Paola e Dario che mi hanno ospitato, suggerito, spiegato, trascinato. Senza di loro probabilmente l’Umbria sarebbe rimasta nel cassetto.