La difficile vita dell’ecologista

container.jpgIo non so perché uno che si rifiuta di andare a catafottere frigoriferi, pile e cellulari in una scarpata di montagna deve avere una vita così grama. Finalmente alcuni supermercati si sono dotati di contenitori per pile esauste ma per il resto devi riservare uno scaffale a phon, telefoni, ferri da stiro rotti sperando di potertene liberare entro una decina d’anni. Già, perché parlando di Milano le isole per i Raee ce ne sono solo quattro o cinque e piazzate a casa di dio. Altrimenti chiami l’Amsa, dicono, già, ma l’Amsa ti porta via una cosa per volta, anche se di minime dimensioni. Poi avevano messo i container mobili, che dovevi corrergli dietro con orari e luoghi, è solo che uno già deve correre dietro alla sua esistenza e deve segnarsi sull’agenda pure questo. E infatti li hanno tolti. E alla fine, dopo mezzo secolo di rifiuti Raee, l’alzata di ingegno: magari proviamo a rendere le cose più facili. Ecco, bravi, provateci. Mettiamo il container in un posto e ce lo lasciamo almeno un mese, poi lo spostiamo e ce lo lasciamo un altro mese, e poi… e poi sappiamo dove andare. Batto le mani all’iniziativa e infilo la testa in armadi, cassetti, sacchi e ne estraggo una quantità impressionante di roba. Solo il phon rotto non trovo. Mi batto in fronte e mi sovviene: l’armadio me l’aveva sputato fuori per l’ennesima volta e io presa da ira l’avevo buttato nella pattumiera generica, salvo poi pentirmene il giorno dopo. È una vita difficile, l’avevo detto, sotto gli schiaffoni a destra di amministrazioni ottuse e a manca della propria coscienza. Così faccio un sacchettone giallo di Raee, lo sollevo ma non ce la posso fare a trascinarmelo fino a Palestro. E ci andrò due volte, insomma. E ieri arrivo al container, che sta proprio dietro al Museo di scienze naturali, come a segnare l’evoluzione tra i dinosauri estinti da eventi naturali e l’uomo che va estinguendosi per munnezza. Si deve strisciare il codice fiscale, che adesso si chiama Carta regionale dei servizi e che serve a tutto (dicono), selezionare il genere di rifiuto, appoggiarlo sul piano e poi lo sportello si apre. Eseguo… restano 100 secondi… restano 90 secondi… restano 80 secondi. Non mi aspettavo un countdown e mi metto in agitazione, sembra quello minaccioso di 2001: Odissea nello spazio. Appoggio l’ombrello, metto giù il sacchettone con il resto dei rifiuti, la tessera, santi numi, che è nuova di pacca e se la perdo sarò condannata a mesi di uffici comunali, sta dentro la tasca dei jeans… pfui… e corro allo sportello con il disegno dei cellulari e tablet e lui bippa ma non si apre e nemmeno lampeggia la spia rossa e guardo gli altri ma niente e lui bippa, Hal 9000 prosegue inesorabile col conto all’indietro, lo guardo meglio: segna lo sportello numero 8, quello sul retro, dietro di lui, che non avevo visto. Giro di corsa intorno al container e finalmente lo individuo: con tanto di spia, era lui che bippava. Lo apro e ci butto dentro un po’ di cose ma le altre le avevo lasciate sulla bilancia. E io ti lascio aperto, perché adesso mi hai anche un po’ rotto, sai? Ma quello attacca a bippare disperato, perché Hal 9000 non smette di contare, corro di nuovo sul davanti a prendere il resto e quello ormai sembra una sirena. Gli uccelli si alzano in volo e per fortuna pioviggina, è un orario morto e così il parco è poco popolato e io a correre torno torno mi confondo con quelli che fanno jogging. Op Op! di corsa a buttare il resto e quello smette di lagnarsi ma non smette di contare. E dunque, ragioniamo, restano i piccoli elettrodomestici, nuovo giro nuovo regalo, sportello numero 7, ma stavolta non mi freghi, ho visto che lo segni e ho visto che sta sul retro. Sono riuscita a buttare tutto e Hal 9000 mi avrebbe concesso ancora qualche secondo. Attraverso il parco con una sensazione meravigliosa di leggerezza, ho guadagnato spazio e ho fatto la cosa giusta. La mia coscienza sembra appagata. Ferma al semaforo guardo il cane vicino a me che sbadiglia. È l’ora della pennicca, vero, tato? ma la tua padrona adesso vuole portarti al parco. Il cane mi guarda: non ho parlato io, lui men che meno ma ci siamo capiti, e di botto arriva, neanche il tempo che scatti il verde. Ma porca miseria, dove l’ho buttato il telefono portatile, che poi avrà funzionato per una settimana… l’ho messo nei cellulari ma non è un cellulare. Dovevo metterlo nei piccoli elettrodomestici o dove? Dove niente, quelle erano le voci (la parte nera della coscienza). Sì, ma Hall ma faceva delle sottodistinzioni e tu te ne sei accorta solo dopo, potevi guardare meglio (la parte bianca, anzi, green della coscienza). Evvabè, lo troveranno e lo metteranno dove deve andare e comunque sempre telefono è (nera). E se invece gli hai guastato i rifiuti, eh? quelli mica li mandano a far smaltire ai bambini del Terzo mondo, l’hanno messo apposta il container (green)… lasciale fare, quando attaccano non smetteranno tanto presto. Dur, dur, d’être écologiste.

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