Silenzio e musica. Caso di duplice omicidio in riva al lago

Vai al supermercato e fai la spesa, che altro potresti fare in questi luoghi? E “avverti” che c’è qualcosa, una presenza che quando è continua diventa assenza. È musica. Che musica? Non lo so, sto cercando il detersivo. Entri in quei negozi tipo H&M e la presenza è così forte che desideri l’assenza. Musica discutibile, sparata talmente alta che non sai neanche più cosa stavi cercando e nemmeno ti interessa più, tanto è il desiderio di uscire da quel baccano infernale. Vai a bere qualcosa e vorresti scambiare due chiacchiere ma devi urlare perché la musica sovrasta i tuoi pensieri. Se volevo star zitta e sentire musica andavo in discoteca. Per la musica dei luoghi commerciali sono certa ci sia dietro un gran studio di marketing, dove voglia andare a parare non lo so e neanche mi interessa. Sembra paradossale, ma nell’epoca in cui tutto è individuale, ecco che la cancellazione totale del silenzio e la contemporanea rovina della musica diventano un’imposizione calata dall’alto sulla massa inerme. Se voglio ascoltare musica ho le mie cuffie perché la musica non è di massa, quello che piace a me può non piacere a te e mai è esistito un genere musicale che possa piacere a tutti. E poi la musica non è un sottofondo, non un riempitivo. La musica è importante. Così come il silenzio. E però ’ste cose te le impongono, come sovrapprezzo a tutti i rumori molesti che ormai si è costretti ad accettare. Non è vero che ti adegui, qualcosa in te continua a voler urlare: Silenzio!

E poi un giorno scopri che c’è qualcuno che è andato oltre, oltrepassando l’assurdo, e ti verrebbe voglia di prenderlo per il bavero e urlargli in faccia: Perché lo fai? Aspetta aspetta, com’era? Perché lo fai, disperata ragazza mia? Ecco cosa vorresti fargli: chiuderlo in una cella per due giorni con Marco Masini in ciclo continuo, era lui quello del “perché lo fai?”. In fondo, sarebbe solo la legge del contrappasso.

Sono lì che guardo una fontana (zampilla su, zampilla giù, sfrissh, sfrossh, più o meno, onomatopeico, studiatelo tu uomo della copertura totale), dietro c’è il lago (sciabordio, sciacquio). In un raro momento di assenza di rombo di auto mi giunge una musica, penso sia qualcuno fermo in macchina con la radio. Mi volto, nessuno. Sfrissh sfrosssh. Musica. Mi volto, nessuno. Alzo lo sguardo e non ci posso credere. Sulla rotonda svettano altoparlanti. Ma poiché a ragione si dice che al peggio non c’è mai fine, scopriamo strada facendo che questo è un comune “radizzato”. Passi sotto un bel tratto ricoperto di rampicanti, ti aggiri per le strade e senti musica, la loro musica ovviamente. S-concerto.

E allora io alla Giunta comunale di Arona dedico alcuni brani tratti da La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio. Perché lo faccio? Perché se allora come adesso il silenzio se ne fosse andato, morto, kaput, un sacco di cose non sarebbero mai state pensate, meditate, scritte. Questa poesia non sarebbe mai stata scritta in uno stramaledetto comune “radizzato”. E se insieme vi arriva anche un Mas, pazienza, vi suoneremo un inno di fanfare.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale…

E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!

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