Tecniche del cinema à rebours

Dietro al cinema c’è il doppiaggio, prima del doppiaggio c’è la traduzione, e fra traduzione e doppiaggio cosa c’è? Come in un gioco di scatole cinesi troviamo un altro lavoro, altre persone, che in una stanza illuminata solo dalla luce fioca di uno schermo lavorano tra carta e pixel, ancora più nell’ombra dei doppiatori. Tagliano, allungano, cuciono, finché il nostro italiano non si adatta perfettamente ai ritmi dettati dalla lingua e dal genere del film. Si chiamano adattatori di copioni o dialoghisti, e uno di questi “uomini nell’ombra” si è fatto strada fino a qui. Marchitiello, il suo nome è Marco Marchitiello.

In cosa consiste il tuo lavoro?
«Nell’adattare il testo, il copione dei dialoghi di un film, telefilm, cartone animato precedentemente tradotti in italiano».

Perché è necessario l’adattamento?
«Perché ci sono delle differenze strutturali da lingua a lingua, quindi la sola traduzione del dialogo originale degli attori non è sufficiente. Ad esempio, l’inglese è spesso più conciso, con i suoi phrasal verbs crea molti problemi, così come, invece, ci sono lingue più prolisse della nostra nell’espressione di uno stesso concetto. C’è quindi la necessità di allungare o accorciare le frasi o le singole parole. Ma non è soltanto questo».

Come si interviene, in concreto, per risolvere questi problemi?
«Fondamentalmente bisogna trovare la piena coincidenza tra il copione originale, la traduzione e ciò che scorre sullo schermo: i tempi di entrata in campo di chi parla, le scene che iniziano fuori campo o di spalle, il movimento della bocca dell’attore. Ad esempio, una semplice congiunzione può talvolta far quadrare la lunghezza della frase. Poi c’è il complesso lavoro che riguarda le vocali e le sillabe: a seconda di come si pronunciano, aperte o chiuse, devono necessariamente corrispondere al movimento della bocca dell’attore in coincidenza di quel suono. C’è inoltre un discorso di ricerca che si basa sul tipo di linguaggio, se è, solo per fare alcuni esempi tra i tanti, gergale, teatrale, o attuale e su come rendere nel migliore dei modi frasi idiomatiche di altre lingue, sempre tenendo conto che si tratta di un prodotto cinematografico, per cui vengono usate espressioni che nella vita non useremmo mai (il classico: “ehi, amico” o “senti, dolcezza”, parlando con uno sconosciuto o con una donna e, perché no, con un amico che riteniamo “inferiore” o poco “maschio”). E, ulteriore lavoro, sempre nel rispetto dell’originale, per le scene di cui non è arrivato il dialogo e per cui, a volte, l’adattatore deve “inventare” senza stravolgere il senso originale».

Perché, può capitare che i dialoghi arrivino incompleti?
«Sì, alcuni copioni arrivano incompleti, spesso sono quelli di prodotti meno importanti, nel senso che l’immagine mostra l’attore che parla ma sul copione hanno omesso di scrivere la battuta, mancante anche nel copione originale. A volte sono semplici movimenti della bocca dell’attore che non sono liquidabili con un “verso” o “fiato”, perché muove proprio la bocca come se stesse dicendo qualcosa, tipo un “d’accordo”, un “infatti”. E lì, devi inventare, e i problemi arrivano quando queste “frasi sul muto” sono lunghe. Normalmente si ovvia con qualcosa di generico e che va bene per ogni occasione. Una sorta di vostro lorem ipsum».

Una volta svolto il lavoro di adattamento, qual è il passo successivo?
«I destinatari del mio lavoro sono i doppiatori, e dunque non ci si limita a lavorare sul testo ma si prende in considerazione ogni singola situazione che compare nel video: l’accavallamento di voci di più persone (o della stessa persona che ricorda qualcosa del passato e intanto commenta al presente) che parlano, tutto ciò che è espresso senza dialogo, le risate, il pianto, i sospiri. Così come indicazioni su quando inizia o termina la battuta, se fuori campo, di spalle, se c’è un “in campo” intervallato da un “fuori campo”, ciò che aiuta il doppiatore a considerare la possibilità di stare più tranquillo sul recitare la sua battuta. Per esempio, se sa che finisce fuori campo è libero di dire la battuta tenendo conto solo dell’aspetto emotivo della frase, perché per la lunghezza interviene il fonico che fa quadrare l’inizio della battuta, unica cosa importante in quanto la fine è, appunto, fuori campo. Questa serie di cose va indicata sul testo finale, destinato ai doppiatori, i quali, in sede di doppiaggio, hanno la possibilità di intervenire in maniera non radicale sul lavoro dell’adattatore; primo, perché a volte una frase “parlata” risulta meno fluida che scritta, secondo perché loro conoscono bene – meglio dell’adattatore, a volte anche per quello che il direttore di doppiaggio richiede – intenzioni e ruolo del personaggio e situazione in cui la battuta è detta, quindi sanno come meglio renderla».

Qual è la parte più difficile di questo mestiere?
«Trovare la parola “perfetta”. Spesso una parola mancante o ideale per quella frase e situazione non vuole venirti in mente, ti lambicchi il cervello… In questi casi è meglio lasciar perdere per un po’, andare avanti sul testo o addirittura uscire. Ma il lavoro a volte ti segue anche fuori casa, magari sei lì che cerchi di berti una birra in santa pace… la ricerca ti perseguita. C’è da dare di matto, perché a volte vivi la tua vita, una cena, un incontro, con una parte della testa fra le nuvole, appesa alla ricerca di quella parola! E poi arriva, all’improvviso, così corri a casa, anche di notte, con quella parola in mente, accendi il pc e le trovi il suo giusto posto, come in un puzzle dialettico, e te ne vai a letto contento».

Quali sono le qualità di un dialoghista?
«La buona conoscenza dell’italiano e un vasto bagaglio di termini sono fondamentali. Una cultura fatta di tanti libri e film può aiutare nell’uso appropriato di parole o intere frasi per ciascun tipo di genere cinematografico. E poi una vista acuta e reattività mentale».

E stando così, in mezzo agli attori, ti viene mai l’irrefrenabile impulso di recitare?
«Beh,  in realtà noi non vediamo nessun attore, non dal vivo almeno. Capita che quando dici che adatti i copioni di film ti rispondano “fico”, perché pensano che magari conosci la Bellucci o Robert De Niro. Poi quando gli spieghi di che si tratta, molti pensano che sei matto a fare una cosa come quella!  È un modo per rivalutare il proprio lavoro, qualunque esso sia (ride).
Detto questo, c’è, in quello che facciamo, una sorta di lavoro attoriale, perché devi imparare la frase da adattare, anche quando è già perfetta cosi com’è, e iniziare a recitarla nel momento in cui parte l’attore e seguirlo qualsiasi cosa accada, se scompare e riappare, se si intromette un altro a parlare… nel film, ma a volte capita anche nella stanza in cui stai lavorando. Ah, dimenticavo, tra le qualità di un dialoghista, c’è la memoria, cosa che aiuta nel risparmiare tempo e nella fedeltà alla lunghezza del testo, soprattutto quando la frase da recitare è di qualche riga. Questo ruolo, o pseudoruolo, di attore ti serve, per esempio, per evitare di mangiarti le parole e rischiare di trovare una frase corta e allungarla, senza renderti conto che sei tu che la stai accorciando declamandola a duemila».

Puoi dirci qualcuno dei copioni a cui hai lavorato?
«Il mio lavoro si è svolto in prevalenza su film o serie francesi e spagnole e ho avuto molte esperienze con manga e anime giapponesi».

Grazie, Marco, per averci portato dietro le quinte e averci svelato un altro pezzo del magico mondo del cinema.

Gatti e cinema: una lunga storia d’amore

Via Gluck

Entrata museo

Nello stesso giorno e sotto la stessa acqua battente in cui un numero impressionante di persone faceva la fila per visitare, in occasione delle Giornate Fai, la sede Rai di corso Sempione a Milano, noi affrontavamo per la seconda volta gli inquietanti tunnel della ferrovia per tornare al più defilato Fermo Immagine, il Museo del Manifesto Cinematografico. È giusto però annotare che i sottopassi sono stati stuccati, non piove più dentro, e pittati di un bel bianco che li rende più luminosi. Il richiamo era forte: animali e cinema.

Mi è semblato di vedele un gatto

Miao, si gira! è la mostra evento che ci ha riportato in via Gluck. Nel mio precedente post avevo puntato i riflettori sul gattone del Museo. E ovviamente non poteva certo mancare quest’occasione. Dato il contesto, però, per non farsi accusare di protagonismo ha optato per un più low profile, rimanendo in osservazione nella sala delle esposizioni permanenti. Tanto aveva provveduto a far presidiare addirittura l’ingresso da un suo amico in bianco e nero, identico a Silvestro.

Silvestro

I gatti sono animali belli e misteriosi, affettuosi ma mai troppo, scostanti e a volte perfino aggressivi. Occhi che vedono nella notte e un’espressione indecifrabile, va da sé che queste caratteristiche abbiano ispirato scrittori e pittori e quindi anche il cinema. Ci sono praticamente tutti: i gatti stregati dei film horror,

Locandine

il gatto («si chiama Gatto») di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany,

Audrey Hepburn

«Non lo so chi sono. Io e il mio gatto siamo due randagi senza nome, che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene: ecco qual è la verità.»

i gatti dei cartoni animati, quelli delle nuove produzioni computerizzate e il micione dello struggente La gabbianella e il gatto.

Gatto-Gabbianella

Bozzetti

Rosso Felix Gatto-cappello Gatto-Spazio Gatto-Stivali Randagio

«Grandissima protagonista del cinema italiano, donna straordinaria per talento e temperamento, Anna Magnani era famosissima nell’ambiente di Cinecittà anche per la sua incontenibile passione per i gatti, Li amava a tal punto da chiedere ai taxi di fermarsi sempre nei pressi di Largo di Torre Argentina per lasciare a terra qualche cartoccio ricolmo di carne fresca per la famosa colonia di gatti che da secoli occupa quel sito.» (Anna dei gatti, didascalia del Museo)

«Grandissima protagonista del cinema italiano, donna straordinaria per talento e temperamento, Anna Magnani era famosissima nell’ambiente di Cinecittà anche per la sua incontenibile passione per i gatti, Li amava a tal punto da chiedere ai taxi di fermarsi sempre nei pressi di Largo di Torre Argentina per lasciare a terra qualche cartoccio ricolmo di carne fresca per la famosa colonia di gatti che da secoli occupa quel sito.» (Anna dei gatti, didascalia del Museo)

Dive Cat

E poi il mitico ET di Carlo Rambaldi, che per disegnarlo si ispirò al suo gatto. Lo confesso: viste le dimensioni sarebbe stato difficile ma ho avuto la tentazione di portarmelo via, o almeno abbracciarlo.

Et

Et primo

La gioia per questo mostrino panciuto con gli occhi azzurri è cresciuta esponenzialmente qualche oggetto più in là. Mi sarei messa a saltellare davanti alla riproduzione di una scena di uno dei più bei film di Walt Disney, “Tutti quanti vogliono fare il jazz!” da Gli Aristogatti. Una sequenza inimitabile.

Aristogatti

Il bello di queste mostre-evento è che riservano sempre qualche novità. La sorpresa in questo caso è stata Jenny Parks un’illustratrice scientifica che ama dipingere gli animali. Non solo un’attività collaterale, visto che sul suo sito si legge che ha collaborato anche con la Marvel.

Jenny Parks

Io oodio i Puffi

Unica nota stonata: il ciclo di proiezioni non all’altezza del resto della mostra. No all’audio: senza alcuno sforzo per regolare quello dei vari spezzoni, ci si ritrova ora a farsi venire le orecchie come Topo Gigio, ora a ritrarsene per salvarsi i timpani. Sì all’intervista al figlio di Anna Magnani. No a certi passaggi un po’ buttati lì: che senso ha farmi vedere tutta la sigla di testa di un film e nemmeno un secondo di sequenza? Sì alla voce in originale di Sean Connery / James Bond. E poi no, fortissimamente no ai Puffi. Li detestavo anche su carta, figuriamoci a dargli vita. Però, al di là dei gusti personali, è la proiezione più lunga in assoluto ma veramente poco interessante per il tema dell’evento.

Comunque l’impressione è sempre quella: in questo museo sembra di essere tornati a quei tempi in cui entravi in un cinema poco frequentato, ti sedevi dove ne avevi voglia e restavi lì anche tutto il pomeriggio immerso in quella specie di irrealtà che solo i grandi film sapevano dare.

Dal 16 febbraio fino al 7 aprile
Miao, Si Gira!
Fermo Immagine Museo del Manifesto Cinematografico
Atelier Gluck Arte Associazione culturale – Via Gluck, 45 Milano

Miao Si Gira

 

A Milano una serata dedicata a Ferruccio Amendola

amendolaForte del successo avuto in marzo con l’evento dedicato ad Alberto Sordi doppiatore, l’Associazione culturale cinematografica First National propone un nuovo viaggio nel mondo del doppiaggio. Con la produzione di Agis lombarda, Angelo Quagliotti, Lorenzo Bassi e Franco Longobardi presenteranno un altro dei loro interessantissimi film-documentari sulla figura di una delle più popolari voci del doppiaggio italiano. Centoventi citazioni cinematografiche e televisive per raccontare la carriera di Ferruccio Amendola, doppiatore, tra gli altri, di Robert De Niro, Sylvester Stallone e Dustin Hoffman. La sua voce ha inoltre contrassegnato il periodo dei “poliziotteschi” italiani, quasi un co-protagonista, anche se dietro le quinte, di Tomás Milián nelle interpretazioni di Nico Giraldi e Er Monnezza.  Non mancherà l’occasione di vederlo impegnato anche nel ruolo di attore.
L’evento/proiezione Ferruccio Amendola: il Padrino del cinema italiano si terrà lunedì 13 maggio 2013, alle ore 20.45, presso il cinema Plinius, viale Abruzzi 28, Milano. L’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti. Per informazioni e prenotazioni: www.doppiocinema.net, [email protected]

 

Alberto Sordi la voce del talento

Alberto Sordi 3

Alberto Sordi sarà sempre ricordato come uno dei più grandi attori del cinema italiano. Principe della commedia all’italiana, brillante, satirico, interprete di quella italianità sempre in bilico tra intelligenza e furbizia, inventiva e cialtroneria, ha saputo però magistralmente impersonare anche ruoli drammatici. Una lunga filmografia fatta di generi diversi, come solo un grande attore può permettersi di vantare. Ma non si è “limitato” a restare davanti alla macchina da presa: regista, doppiatore, protagonista anche in teatro, tv e radio, Alberto Sordi è stato un personaggio dai mille talenti. Ripercorrerli (ma anche scoprirli), è l’omaggio che la Milano del cinema vuole tributargli per il decennale della sua scomparsa.

Alberto Sordi la voce del talento è il titolo dell’evento organizzato dal portale Il mondo dei doppiatori” di Antonio Genna e dall’Associazione Culturale Cinematografica First National di Milano, in collaborazione con Agis Lombardia. La serata è in calendario per lunedì 11 marzo 2013, alle ore 20.45, presso il cinema Apollo di Milano (Galleria De Cristoforis 2, vicino alla fermata della MM Rossa San Babila).

Questo interessantissimo evento sarà l’occasione per assistere ad una prima assoluta: la proiezione del docu-film Come un pisello del baccello, pellicola-montaggio realizzata dagli storici del cinema Angelo Quagliotti, Lorenzo Bassi e Franco Longobardi. Questa frase, che suonerà senz’altro nota ai tanti amanti di Stanlio e Ollio, caratterizza uno degli indimenticabili ruoli di Alberto Sordi: la voce italiana di Ollio. Ma il filmato è un’antologia a tutto tondo delle più significative, curiose e meno esplorate performance dell’“Albertone nazionale”, un omaggio ai suoi mille talenti.

La presentazione sarà a cura di Franco Longobardi. L’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti, per prenotazione scrivere a: [email protected]

Teatro, cinema, scrittura: è cultura, non un hobby

Maurizio attore

Dovevo prendere uno di quei treni che io classifico come “diligenze”, un viaggio breve, per il quale non si impiegherebbe più di un’ora se non fosse che la tratta è da annoverarsi tra quelle “maledette”, percorsi strani in cui sembra che tutti gli intoppi del mondo si concentrino. Quindi quel distributore di libretti nella metropolitana di Cadorna mi era parso l’unica cosa bella che potesse capitarmi perché, ne ero certa, da lì a poco mi sarei trovata chiusa in un vagone fermo in mezzo alla campagna, per i soliti imperscrutabili motivi.
La gente si serviva di quegli opuscoli gratuiti con la stessa voracità con la quale abborda un buffet di matrimonio: quando si dice che i libri sono il cibo della mente…

I mini-libri erano le opere dei vincitori del concorso Subway-Letteratura. Fu così che ebbi modo di leggere Craniata terribile, di Maurizio Patella. Un racconto bellissimo, per lo stile e il contenuto, da cui emerge il senso profondo del legame tra uomo e cane. Sono passati alcuni anni da allora, era il 2009, ma non ho dimenticato quel breve romanzo, probabilmente perché appartiene a quel genere di storie che vengono elaborate a livello personale. Cento persone possono dire che un libro è bello, ma per qualcuno sarà più di questo. Ho deciso di rintracciare via web Maurizio Patella, scoprendo così che le sue esperienze nel campo della cultura vanno ben oltre Craniata terribile. È attore di teatro, si è diplomato presso la Civica scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano, ha recitato in numerose rappresentazioni, ha interpretato il ruolo di protagonista in Orgia di Pier Paolo Pasolini (votato come Miglior attore ai referendum per i Premi Ubu). È attore di cinema: Come se fosse amore di Roberto Burchielli (2001), Alice e la tempesta di Silvio Soldini (2003), attore protagonista in All’amore assente di Andrea Adriatico (2007). Sul web, per conto dell’editore Perdisa di Bologna, cura la rubrica di teatroOcchio di bue”, il nome in gergo del grande fascio di luce che illumina gli attori sul palcoscenico. La frase che apre il blog «Tutto quello che vi siete persi rinunciando al vostro sogno nel cassetto.» mi dà lo spunto per la prima domanda.

Hai avuto ruoli e riconoscimenti importanti a teatro, sei arrivato anche al cinema, eppure da questa tua frase e da altre affermazioni in rubrica sembra che pensare di vivere di teatro o, più in generale, di cultura, vuol dire troppo spesso chiudere i propri sogni in un cassetto. È così?
«Esiste sempre una forte discrepanza tra desideri e realtà. È inevitabile. A una certa età, non puoi che immaginare il mondo che ti aspetta. Dopo, eccolo, che ti ruggisce in faccia. Purtoppo in Italia c’è l’idea che fare cultura, in ogni sua forma, sia un hobby piuttosto che un lavoro. Invece, è un lavoro. E come tale andrebbe non solo percepito, ma sostenuto. Chiudere i propri sogni nel cassetto significa oggi accettare la realtà: finanziamenti zero. Lavoro, pochissimo. Paghe minime. Tempi di pagamento eterni. Fare cultura diventa un hobby nel momento in cui chi la fa non viene pagato».

In Tv danno il promo di una fiction su RaiUno, gli attori recitano talmente male che mi sento quasi in imbarazzo per loro. Vado a teatro, siamo così pochi che potremmo fare merenda insieme, eppure gli attori sono veramente bravi. E ancora, c’è gente “nascosta” nel web che scrive molto meglio di nomi editorialmente forti. Si può dire sbrigativamente che il grande pubblico predilige la scarsa qualità o c’è qualche altro meccanismo che non permette ai talenti di emergere?
«La cultura, a mio avviso, ha seguito le orme del consumismo. È diventata cultura di massa. Si è voluto lucrare trasformandola in una fabbrica di prodotti come spazzolini, cellulari, barattoli. L’editoria predilige nomi forti, qualitativamente mediocri, perché il grande pubblico – com’è oggi – apprezza prodotti di consumo che ricalchino ciò che già conosce, ovvero stereotipi televisivi, finzione più finta, trame scontate. Il grande pubblico è un pubblico passivo, rimbecillito dagli schermi e ingoia tutto; l’importante è restare comodi sul proprio divano. Comodi e tranquilli. Ma per leggere un libro davvero bello, o per vedere uno spettacolo, un film che abbiano arte in sé non si può rimanere comodi e tranquilli. La cultura, quella vera, vuole smuoverti le viscere. Vuole farti battere il cuore, vuole farti pensare, immaginare. Per questo la cultura, quella vera, non vende: non vende perché non viene promossa. E non viene promossa perché esiste una strategia educativa di rincoglionimento globale idonea a svuotarci il portafogli. Consumismo, si chiama».

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Sei di Genova, hai studiato a Milano e per lavoro avrai certamente viaggiato molto. Quali sono le città che danno più spazio alle varie espressioni artistiche?
«Al momento non saprei cosa rispondere. Ho vissuto a Genova, Milano, Bologna e Roma. Forse Milano è la città che in Italia mi ha offerto di più. Immensamente meno di Londra, Berlino, Parigi».

Non ho mai avuto velleità recitative, eppure ho un “sogno”: spalancare con un calcio la porta, pistola alla mano, e urlare “Fbi”. Tu sei già riuscito a recitare tutti i ruoli che più ti affascinavano o hai anche tu un tuo “Fbi”?
«Ho anch’io un mio “Fbi”. S’intitola Notte poco prima della foresta di Bernard-Marie Koltès. È un monologo che ho amato molto. Notte, pioggia. Un magrebino francese, ubriaco, appena scampato a un raid punitivo xenofobo. Una tettoia sotto alla quale ripararsi. Un ragazzino sconosciuto, silenzioso, vicino a lui. Tutti e due al riparo dalla pioggia, e del tempo da passare. Inizia così. Consiglio».

Penso che Shakespeare sia uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi. Tennessee Williams dipinge un’America così disperante che riesce ad infrangere in poche ore il grande mito americano. E sono solo due esempi. Cosa si prova ad interpretare testi tanto potenti?
«Shakespeare è il sogno di ogni attore. Per niente facile da recitare. Prova a dire “Essere o non essere” senza sembrare un pirla! Ma che sfida, che emozione. E la sfida vera è capire fino in fondo quello che dice Shakespeare. Tennessee Williams è certamente un grande autore. Ma molto americano. Molto anni ’40 e ’50. Si riferisce a un mondo che mi emoziona meno».

Recitando si entra in un’altra dimensione. Quando scendi dal palco dopo tanta concentrazione, tensione e immedesimazione, mi sembra di immaginare che tu possa ritrovarti in una specie di zona-cuscinetto tra finzione e realtà. Come vivi questi momenti?
«Una volta era così. Un po’ di confusione, già. E devo ammettere che mi gongolavo di questa confusione. Mi sembrava un indizio di bravura. Più confuso, più bravo. Molto Stanislavskij, UAU! E invece è esattamente il contrario. Se hai fatto un buon lavoro, hai il pieno controllo di te, delle tue emozioni, delle reazioni del pubblico. Da ciò desumo che spesso ho recitato da schifo. Me la cantavo e me la suonavo da solo. Pensa, ho ammorbato tanti poveracci in cerca di svago. Infatti, mi pareva di udire alcune detonazioni di pistola. Mi dispiace, scusatemi, davvero, non l’ho fatto apposta. Oggi, confusione o no, scendo dal palcoscenico e zompetto felice in direzione del bar più vicino. Recitare, tutte quelle battute, mi secca la gola. Anzi, se venite a vedermi e vi ammorbo: aspettatemi a fine spettacolo. Offro io, giuro».

Molti dei racconti vincitori di Subway-Letteratura sono prefati da autori affermati e il tuo Craniata terribile è stato certamente letto da un gran numero di persone. Sono cose che ti hanno favorito nella carriera letteraria?
«Mi hanno contattato un paio di editor di case editrici abbastanza importanti, domandandomi se avevo un romanzo nel cassetto. Qualcosa tipo: Mia sorella è una foca monaca di Frascella. Ebbene, il romanzo non ce l’avevo, allora l’ho scritto e gliel’ho inviato. Una fatica tremenda. Ma il mio romanzo – il mio primo romanzo! – con “foca monaca” non aveva niente a che vedere. Fine della storia. “Il resto è silenzio”, dice Amleto. Poi muore. Vabbè, ci sono rimasto male, ma più che altro per i modi spicci. Poi del primo romanzo, che dire? Boh, magari era robetta, chissà. Comunque sia imparerò a scrivere meglio, tutto qui».

Cioè, fammi capire, sono stati gli editori a chiederti un certo tipo di contenuti e stile?
«Non direttamente. Ma avrebbero gradito, sì. Ci si trova quindi davanti a un bivio: o scrivere quello che si sente, o tentare di essere un clone. È anche vero che molti scrittori sono dei cloni senza saperlo».