Genova 2 – Staglieno

Il Cimitero Monumentale di Staglieno a Genova è un po’ l’omologo del Cimitero Monumentale di Milano: un museo a cielo aperto. Converrebbe quindi andare preparati, oppure affidarsi direttamente a una visita guidata. O ancora, e perlomeno, studiarsi la piantina all’ingresso. Ma questo non è un blog di approfondimento culturale, lo chiamerei emozionale. Non c’è flusso di dati e date ma di pensieri. E di informazioni di servizio magari. Il cimitero si raggiunge con vari autobus, io ho preso il 34 da Brignole, che una volta lasciate le zone più note mi ha immerso in una Genova sconosciuta. Salendo, ma dolcemente, non come quando mi sono ritrovata avvinghiata al sedile di fronte perché a mia insaputa aveva attaccato ad arrampicarsi per strade impervie e strette su fino a Sant’Ilario, sferzando bouganville che altere resistevano però agli attacchi e affiancandosi con precisione da geometra a macchine in sosta e viaggianti. Non sempre la precisione è proprio al millimetro, e infatti frequentando Genova ho esercitato l’occhio del turista-non turista: 1) non ricordo di aver mai visto un carrozziere: rimettere a nuovo la vernice di un’auto qui sarebbe del tutto inutile. 2) Se gli autobus sono quelli piccoli, sicuro che vi portano in qualche stradina da far drizzare i capelli. Comunque, il 34 è uno di quelli piccoli ma i miei capelli restano al loro posto sotto il cappello. Staglieno è sulle alture interne, al centro della città un po’ verso Levante. Il mare non si vede, sostituito da montagne non tante alte che hanno ancora spazi liberi. Scendo dal lato opposto al cimitero, la strada fiancheggia un grande letto di fiume. Resto a guardarlo, chiedendomi se quell’innocuo e grazioso rivoletto è uno di quelli che ormai ogni anno si gonfia all’inverosimile e furiosamente si trascina dietro ogni cosa. È lui, il Bisagno. Come a dire: da qui, potrei scaraventarti direttamente in quello che c’è dietro alle tue spalle.

Staglieno è enorme, fatto di lunghi porticati da cui talvolta partono scale in discesa, distribuiti sui piani di altura. Al centro altre tombe, senza monumenti o con quelli meno preziosi. Non ho ancora capito se la scultura è una delle espressioni che amo di più, ho l’impressione che sia così. Ne sono affascinata come di fronte a un mistero, come se della pittura fosse più facile capire che è stato possibile farla, con un talento fuori dal comune, certo, ma è qualcosa che nasce su materiali lisci, piatti, cancellabili, dove nessun errore è irrimediabile. Ma da una pietra che non si spezza o si sbriciola proprio quando non deve, come fa una scalpellata a toglierne occhi, mani, corpi? Me lo stava spiegando una volta uno che se ne intendeva, ma volutamente non l’ho ascoltato più di tanto. Non voglio più riprovare quel dolore di perdita incolmabile che ho sentito quando ho scoperto che il Gesù Bambino dei doni non esisteva.

I soggetti dolenti, senza consolazione, le Maddalene, la bimba mi commuove,

il dolore di un gesto ancora di protezione per un corpo che non ne ha più bisogno,

la Madonna che regge il corpo di un soldato appare speranza per una morte senza senso,

i drappeggi in scultura potrebbero inchiodarmi per ore,

la signora che non ha nulla né di dolente né di senza vita, direi piuttosto alquanto conturbante, mi fa sorridere.

Il soggetto delle porte che ricorre, le porte del Paradiso?

Non solo immagini sacre, molti hanno quella di loro stessi a far da guardia su se stessi. Che siano stati loro a volerlo? Che sia stato chi è rimasto a volere che le sembianze restassero per sempre?

O la ragione della loro vita.

Sembra un crescendo,

ed ecco che lo faccio, prima le sfioro e basta e poi le tocco, quasi le abbraccio, tanto non è un museo e nessuno mi abbaierà di tenere giù le mani. Fare le foto è difficilissimo: il sole filtra tra le colonne creando lampi di luce e ombre fitte.
Avevo visto un piccolo cartello indicatore: Tomba di Mazzini. Torno a cercarlo ma il cartello non è seguito da altri. Provo a chiedere alle poche persone che ci sono, qualcuno mi dice “su dove ci sono i protestanti”. Da che cosa li distinguo i protestanti, di grazia? vorrei domandare. In sostanza, pare che della tomba di Mazzini ai locali non importi molto. Ma mi sento in colpa, questo non è un museo, loro vengono per i loro cari, perché dovrebbero sapere dov’è Mazzini?
Nella ricerca del Mazzini, non posso evitare di fare ciò da cui mi ero trattenuta fino a quel momento: “rubare” una foto della foto. Io amo le vecchie foto, mi piace guardare i vestiti, le pettinature. Fare una foto era un avvenimento raro e da onorare con tutti i crismi. Sempre ben pettinati e coi vestiti della festa. E nemmeno ridevano. Oddio, c’è da dire che se avessero sorriso per tutto il tempo che ci voleva a fare una foto all’epoca gli sarebbe venuto un crampo. Però la fotografia doveva dare di te un’immagine di eleganza e compostezza perché era una delle tre o quattro che facevi in tutta la tua vita.

Ora ne abbiamo tre o quattro per ogni cinque minuti della nostra vita. Probabilmente delle migliaia fatte ne resteranno qualche decina, tanto si cancellano, si perdono nei meandri dei dispositivi. La compostezza se ne è andata a grandi passi, va alla grande quella con la lingua fuori, un esercito di foto tutte uguali di disgustose lingue. Mi fanno schifo le lingue e detesto l’omologazione delle immagini. In qualunque città vadano, quella resta sul fondo, davanti ci sono sempre e solo loro, in un gesto di vittoria o di sbracamento, anche se dietro hanno dei capolavori. Ma non sto giudicando, perché il digitale ha dato la stura alla mia compulsività fotografica. Eccomi lì, a meditare sulla rarità di queste foto con la macchina fotografica che mi penzola dal polso e il cellulare in mano. E non solo perché negli ultimi viaggi mi ha abbandonato ora una ora l’altro gettandomi nell’horror vacui. Ho bisogno di immagini, ho bisogno che i colori siano proprio quelli lì e scelgo il dispositivo che di volta in volta li cattura meglio, ho bisogno che le cose più belle siano salvate in due luoghi separati. Ho paura di non ricordarmi e con le foto a costo zero, il cervello può permettersi di andare in vacanza.
Genova esige sempre un tributo di fatica, glielo pago ancora una volta inerpicandomi su un sentiero che si fa via via più stretto fino a inoltrarsi tra le rocce. Sopra le rocce, lapidi. La bislacca che c’è in me non può fare a meno di farsi sentire: ma mica avranno tolto le rocce, sepolto e poi rimesse al loro posto? Ma saranno solo lapidi commemorative, no? Né la bislacca né l’altra giungono a risposte certe e questo signore sembra unirsi alla meditazione.

Finalmente, annunciata e circondata da targhe,

arriva la tomba di Giuseppe Mazzini, inaccessibile all’interno.

Tutto intorno altre targhe.

Sempre ridondante, eh? avevo prima apostrofato D’Annunzio. In realtà le ridondanze commemorative, questo linguaggio “da targa” mi sono sempre piaciuti. Ovvio, usarlo ora sarebbe fuori luogo, ma questo continuo scarnificare il linguaggio per renderlo più immediato non ci ha portato poi molto.
Ridiscendo. Il cimitero prosegue alla mia sinistra

ma un gruppo di persone mi dice che lì non si tratta più di pietre ma di un dolore qui e ora che pietrifica. Così vado dalla parte opposta.
Gli evangelisti c’erano tutte e quattro ma gli altri tre erano imprendibili.

Mi avvio alla seconda meta, una chiesa con presepe. La strada mi serve per provare a capire questo pezzo di Genova. Dovrebbe essere periferia ma a Genova questa parola non ha lo stesso significato delle altre città. Allora anche Boccadasse è periferia, se intendiamo una zona lontana dal centro. No, le visioni qui vengono ribaltate. Parti dal centro storico, che è l’apoteosi dell’iper: iperfrequentato, iperattivo, ipermultietnico, iperturistico, sali verso piazza De Ferrari, imbocchi via XX Settembre (che i genovesi chiamano via Venti o addirittura «sono in Venti», punto), la via più “in” perché i vari e variopinti negozi del centro qui lasciano il posto a quelli di medio e alto lusso. E infatti è la via che mi è sempre interessata meno, marcata dal franchising pertanto uguale in tutte le città. Arrivi a Brignole, fai senza immergerti nella fauna della stazione, anche quella è uguale dappertutto, e prendi la via del Levante. I bei palazzi tipici precedono la sontuosità di quelli di Albaro, e poi corso Italia e Boccadasse e l’antifona l’hai già capita: la Genova ricca sta a Levante. Che ogni città sia divisa a zone è assodato ma qui la distinzione assume un aspetto più crudele. Perché a Genova c’è il mare. E il mare bello, trasparente e pulito è a Levante. Il mare oleoso di petrolio sta a Ponente, dove ci sono i cantieri, dove la Superba se n’è andata. Resiste fino a Sampierdarena e poi li molla, i meno abbienti, togliendogli anche il mare. Riprende la sua allure solo a Pegli, il mare pulito no, solo l’allure, ormai lanciata verso il resto della Liguria.
E allora, che Genova è questa che non è né Levante né Ponente e nemmeno centro? Le case dal bel rosso ci sono, un po’ sbiadito, ma segnala che il quartiere è vecchio. Dopo poco non mi interessa più il giochino della collocazione in classi: mi piace anche questa Genova qua e comunque devo correre dietro al cartello della chiesa, che sparisce, le strade si biforcano, salgono, scendono ma il cartello resta in esemplare unico. Altro tributo di fatica in altura. Guardo in su le case più nuove. Hanno i balconi che danno nel vuoto, e non ci sarebbe niente di strano, è la struttura portante che non riesco a vedere dove poggia. Ho lasciato da pochi metri un segno di frana, sotto ho sentito gorgogliare acqua, e se quel gorgoglio si trasformasse improvvisamente in rombo, dove sta la struttura portante di questa casa? Capite adesso perché mi sono presa la briga di dividere Genova in classi sociali? Perché essere ricco a Genova potrebbe anche fare la differenza tra la vita e la morte, tra il mantenere la casa integra e vedersela spazzare via da un’ondata di fango. Alla sera ne parlerò con l’autoctona Giovanna, che aggiungerà un ulteriore elemento d’angoscia, perché quello non l’avevo considerato: «Io penso anche se dovesse venire un terremoto». Ce ne resteremo in silenzio qualche secondo.

Genova 1 -Natale al mare

Fuori tempo, lo so, ma è ancora gennaio. Ma può essere un’idea per l’anno prossimo, tanto Genova è sempre là, il mare anche, l’anno prossimo pure. Tornerò a breve su questi schermi senza presepi, ma ancora con pezzi della Superba.

Comitato di benvenuto. Grazie amici!

Ehm… non era per me?

Museo dei Cappuccini di Genova con mostra presepi

Fuori dai luoghi d’arte, dentro la città, amenità (e non)

Ma quello che esagera è sempre lui

Fuori Genova

Chiavari

Questa sedia che giace così, apparentemente senza padrone, più affascinante di tante contemporanee pseudosculture.

Pietra Ligure

Bogliasco

Gatto che fa l’indifferente… sotto di lui un pescatore stava mostrando delle gallinelle di mare.

Deve essere facile fare il presepe quando si vive in un paese che sembra già un presepe.

Di nuovo a Genova

Il tramonta accende le piante di Nervi (piccoli miracoli queste piante che vivono di nessuna terra, di acqua salata, quasi sempre sferzate da onde e vento) ancora bionde d’autunno.

Presepi di Boccadasse

Post… referendum

Genova Petroliodi Elena Colombo e Carlo Crescitelli

Il referendum sulle trivellazioni è fallito. Come una triste coincidenza, la sera del 17 aprile il flop sembrava voler essere sottolineato da quella lunga striscia nera che dalle alture di Genova è scesa quasi a mare, invadendo il torrente Polcevera, facendo bruciare occhi e polmoni, invischiando animali e pesci. Petrolio sputato fuori dal tubo di una raffineria.
Il vero fallimento però siamo noi, sempre pronti a lagnarsi ma mai a prendersi una responsabilità. Una consultazione è poter dire la nostra, qualunque essa sia, soprattutto perché negli ultimi anni le occasioni per farlo paiono poche. Io quindi toglierei il quorum perché è la partecipazione che deve vincere. Se non hai voglia di pensare, di informarti, di decidere, ti arrangi: lo faccio io e tu ti prendi quello che voglio io, che sia Sì o No.
È passato più di un mese, il discorso potrebbe essere ormai archiviato, anche perché la memoria è corta e macina notizie velocemente. Così Carlo e io, che tanto ne abbiamo parlato prima, ci siamo chiesti se fosse il caso di farlo un post… post-referendum. E abbiamo deciso di sì, perché non si può dire altrettanto archiviata la prossima Genova, che succederà, da qualche altra parte ma succederà. E parlando parlando ci sono venute sotto gli occhi le immagini terribili della devastazione che colpì una terra che già allora era nei nostri pensieri e che anni dopo avremmo conosciuto e amato proprio per la sua natura incontaminata: le Shetland. Nel 1993 la petroliera Braer affondò a causa di una collisione riversando in mare e sulle coste migliaia di litri di petrolio. Fu un disastro ambientale da cui sembrarono non potersi più riprendere. Il nostro “inviato” dalle Shetland Robert Leask, interpellato, ci risponde che tutti hanno avuto un cospicuo risarcimento: i contadini per i campi, chi per le case distrutte, i pescatori per una mancata pesca di otto anni. Non sono andati in pari: hanno avuto più di quanto hanno perso! E nei giorni prima del referendum le notizie non si fermano: la Bp è condannata a un risarcimento di 20 miliardi di dollari per i danni causati nel 2010 nel Golfo del Messico. E noi italiani sembriamo tutti movimentati, no questo no quello, non da me, non vicino a me. Robbie conclude il suo report molto pragmaticamente, come conviene a uno scozzese: «Chiuderò la lettera con questa immagine: sì, ottenere petrolio dal mare, come nel Mare del Nord o nell’Atlantico, è un lavoro pericoloso, ma è ben più pericoloso attraversare o guidare in discesa su una strada trafficata. E per quanto le piattaforme in terra o in mare siano lontane, che le vediamo o meno, è necessario chiedersi: ho un’auto e voglio usarla? Voglio viaggiare molto lontano, come ci arrivo? Con l’autobus, in treno, in macchina, in aereo o in nave? Comunque ci vuole il petrolio. Forse è meglio che stia lontano, magari davanti alla porta di qualcun altro, ma comunque ce n’è bisogno.»
E su questo ha anche ragione, ma sai che c’è Carlo? gli sibilo al telefono, è che il loro Stato li ama e li protegge e loro lo sanno, come tutti quelli che stanno nei Paesi del Nord (a distanza di anni ho ancora sotto gli occhi la faccia stupita di un nordico visto in Tv: perché non dovrei fidarmi? Se il governo dice che è sicura lo sarà senz’altro), al nostro invece gli stiamo proprio sul gozzo e sarebbero ancora loro ad avanzarne da noi, ecco perché non ci fidiamo e ci viene l’orticaria quando parlano di grandi opere.                                                                                                             Elena

Io invece non so se alla fine mi piacerebbe un referendum senza quorum, non so se vorrei essere interpellato su questo e su quello correndo in continuazione il rischio di una risoluzione del problema falsata dalla temporanea forza di un movimento di opinione o di una lobby. Come non so se mi piacerebbe per davvero una democrazia che si scaricasse delle proprie responsabilità delegandole al popolo in forma decontestualizzata. Come nel caso dei prossimi appuntamenti referendari per l’approvazione delle riforme costituzionali, dici? Appunto.
Quello che so è che ormai il futuro non può che essere delle singole comunità, che devono trovare in se stesse la forza di tracciare le linee del proprio domani. Altrimenti gli succederà quello che è successo a Genova. Dove la comunità non c’è più perché il territorio non c’è più perché la cultura locale non c’era più e nessuno aveva voglia di ripristinarla, presi come erano e sono dalle fallaci lusinghe dello sviluppo globale. E questo purtroppo è il risultato, lì come in gran parte del vostro Nord. Dove ancora non riesco a capire perché non costruiate una volta buona gli argini ai fiumi, o forse lo capisco, non c’è più lo spazio, il tempo e il modo per farlo. Una volta uno di voi mi ha detto: “Fate bene, a difenderlo, il vostro territorio, almeno voi che ce l’avete ancora, perché noi l’abbiamo svenduto da un pezzo”. E aveva proprio ragione: noi al Sud un territorio che abbia un suo senso, per quanto disastrato e negletto possa essere, ce l’abbiamo ancora, ed è per questo che non ci vogliamo le trivelle. Perché le trivelle, come prima le discariche e come adesso le pale eoliche, sono il magro compenso della svendita che ci chiedono, quella della nostra identità alle vaghezze del controverso e incerto sviluppo economico, secondo strategie delle quali un domani presto o tardi ci saremo dimenticati. Come quando volevano industrializzarci dappertutto così di botto da un anno all’altro, e ne paghiamo ancora le conseguenze oggi, di quel disastroso progetto. Allora, a noi tutti sembrava una ottima idea: oggi, ci chiedete come abbiamo mai potuto permetterlo. Permetterlo? Ma noi ne eravamo addirittura entusiasti… ed è un ipocrita chi finge di averlo dimenticato. E sai che ti dico, Elena, a questo punto? Che, guardando con gli occhi di oggi e ragionando con la mente di oggi, abbiamo sbagliato pure con il referendum sul nucleare. Ma anche quella sembrò una buona idea. Se mi fido di Stato e governo, dici? Ma certo che no, mi sento come in una riserva indiana, come in un altipiano tibetano dove sei rimasto per decenni a sbrigartela da solo nel bene e nel male, epperò poi un bel giorno arriva qualcuno a dirti che loro ti portano lo sviluppo e tu hai una idea abbastanza chiara che sono venuti poco più che a romperti le scatole e basta, ma intanto che fare? Il nativo sei tu, e di startene per i fatti tuoi qui non se parla più, ormai la frittata è fatta. Come in 1984 di George Orwell, è la loro neolingua che ti insidia, quando ti dicono: ma se non qui allora dove? Sei il solito not in my back yard, lo vedi? Ma invece sei tu che devi farmelo, un piano e un progetto dentro e fuori il mio backyard, eh ma mica la solita fregatura a chi tocca tocca, un piano vero, voglio dire, come nei paesi del Nord Europa dove la gente si fida dei loro governi, perché sono quelli che gli danno ragione di fidarsi.
                                                                                                                                   Carlo

Libri cash & carry

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Vi è questo tendone di libri, in corso Italia a Genova. Il proprietario è un signore barbuto, dall’aria estremamente tranquilla, di uno che non si sbatte più di tanto, si potrebbe dire un poco burinamente. Arrivano, lui e il suo cane, nel tardo pomeriggio. Quanto tardo non saprei: ci sono momenti in cui l’orologio non esiste. Lui apre il tendone, il cane passeggia, come se dovesse espletare i bisogni primari prima di attaccare il turno. E poi stanno lì, a tirare notte. L’umano a leggere e a dar retta a qualcuno, il cane a far compagnia: al padrone, ai visitatori, a tutti i passanti che si fanno prendere dall’impulso di omaggiarlo. Anche il cane è estremamente pacifico, a dispetto della stazza. E anche lui si prende le sue pause.

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Io la prima sera l’ho ignorato, questo spazio pieno di libri. Io so. Se si tratta di libri scatta lo shopping compulsivo. Ma poi vedo il carrello del supermercato, e un’offerta da supermercato: 4 libri + maglietta 5 euro.

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Libri gialli. Libri datati, il prezzo di copertina riporta L. 1.500. Caccio dentro una mano, non tanto convinta a dir la verità. Certo che però una t-shirt di cotone fa sempre comodo. Vero cotone 100%. Le dimensioni ridotte dei libretti sono ideali per chi ha in programma di farsi un mese di treno avanti e indietro, il genere va bene per chi non ha troppa voglia di immergersi in letture complesse. E poi, se proprio faranno schifo li butterò nel bidone bianco, la maglietta invece la uso per andare a letto, ché questo luglio balzano non promette niente di buono. Ne scelgo 4 in base alla “ponderata” decisione del titolo che mi attrae di più. D’altra parte, non c’è un altro criterio di scelta: la casa editrice è sconosciuta, il Torchio Edizioni, gli autori sono sconosciuti e sapere dalla quarta di copertina che una sta a Como e l’altro a Milano non influisce sulla mia attività di discernimento. Apro il primo e dopo due pagine sto già imprecando con le case editrici di braccino corto: niente correttori di bozze e il testo sarebbe una battaglia navale di segni rossi. Sono di parte, ma solo in parte. Anche in quanto lettrice la battaglia navale mi infastidisce. La storia è un po’ tirata per le orecchie ma abbastanza intrigante e scivola via, supera il sasso aguzzo della pseudospiaggia piantato nel fianco e anche gli urlanti paranoici da cellulare (io esisto finché parlo al telefono, se cesso di rompere le scatole agli altri c’è il rischio che il vortice nero della quarta dimensione mi risucchi, e nessuno che senta la mia mancanza). Il sole ritorna e dalle 13 alle 16 è quel fenomeno funesto presagio di bolle e di altre varianti dermatologiche. Così si sta in terrazza riparati da un ombrellone della svedese Ikea ma “made in China” (be’, di ombrelloni se ne intendono più i cinesi degli svedesi) che ripara anche dall’imbarazzante vista della russa che prende il sole en plein peau (calcolo che almeno la dirimpettaia “Casa protetta Ave Maria” non sembra essere sulla traiettoria di visuale dell’ex iu-es-es-ar discinta) e attacco il secondo libretto. Se ne va via anche meglio del primo e decido che la mia prossima puntata al cash & carry avrà almeno tre titoli di questo autore: adesso ho un criterio di scelta. Torno al tendone e ricaccio la mano dentro il carrello, questa volta un po’ più in fondo perché l’offerta combinata sembra aver fatto presa. Tre li scelgo, il quarto lo estraggo a caso dal basso, come faceva una volta il bambino bendato del Lotto. Ma caso vuole che anche il quarto sia dello stesso autore.

Mi viene in mente uno scambio di opinioni che ebbi qualche tempo fa con l’amico Sabato. Non abbiamo sempre le stesse idee in fatto di scrittura; dato il contesto, poteva essere un bagno di sangue e invece nemmeno una goccia passò tra i nostri computer. Estraggo dal carteggio parte di quanto gli scrissi:

La Letteratura (L) sta fuori da questi discorsi. Per leggere Letteratura ci sono 100 e un motivi: sognare, imparare, formarsi, provare emozioni, scoprire i pensieri per cui uno non trova le parole, e tutto il mondo che vuoi metterci dentro, insomma. Ma questa è la Letteratura.

Poi ci sono le persone come noi, che fanno esercizi di scrittura più o meno riusciti. Quindi bisogna trovare dei motivi per cui uno dovrebbe leggere queste cose. Fargli passare il tempo di un viaggio, accompagnarlo a dormire, farlo un po’ sorridere o un po’ piangere. Bisogna restituirgli qualcosa per i soldi che ha speso. La Letteratura non si misura a soldi, gli esercizi di scrittura sì (…) per far passare il tempo a queste persone, dovremmo dargli una storia.

È così. Insomma, a volte ti capitano questi libri sconosciuti. Non hanno preteso di passare sotto la voce Letteratura coloro che li hanno scritti né lo pretendi tu che te li ritrovi sulla strada ma è bello che ci siano.

L’autore che ho eletto a mio preferito è Fabrizio Canciani. Avrei voluto agganciarlo, portarlo in questo blog… non mi risponderà neanche… o forse sì. Purtroppo, mentre do gli ultimi colpi di tastiera a questo post scopro che Fabrizio Canciani non c’è più. Scriveva libri, canzoni, testi teatrali.
Potrebbe diventare retorico aggiungere altro, ma è motivo in più per quanto avevo già pensato: dedicare questo pezzo al work alcoholic che mi sono ritrovata a fianco in treno. Lampadato, manager, iperconnesso, parlante per sigle. Pensavo che la categoria si fosse un poco ridimensionata dopo la triste vista degli scatoloni Lehman Brothers ma mi sbagliavo. Ti ringrazio per il tono sommesso delle tue lunghe telefonate, un po’ meno per avermi fatto alzare tre volte per permetterti di andare avanti e indietro col coso appiccicato all’orecchio senza aver mai fatto uso delle sigle “scusi”, “grazie” (anche un “togliti dai…” sarebbe stato preferibile all’assoluta indifferenza per il mondo reale circostante). Conto i suoi aggeggi tecnologici: un cellulare, uno smartphone, un invidiabile Apple ultrasottile bianco. Finisce la telefonata e si immerge negli ultimi due che usa in contemporanea. Mi chiedo quanto tempo è passato dall’ultima volta che ha guardato fuori dal finestrino, letto un libro, mangiato uno di quei panini stile Montedison delle stazioni. Torno al mio aggeggio ipotecnologico: un libretto giallo di circa 80 pagine pescato in un carrello riadattato per l’uopo da un omone barbuto e dal suo cane che sembrava quello di Heidi e Peter. Viaggiamo affiancati sullo stesso treno ma su due binari diversi. Ma è giusto così, ognuno fa del proprio tempo ciò che preferisce e fa girare l’economia come può o vuole.

Genova, una città che non ti basta mai

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Io amo Genova. Perché i luoghi del mondo non sono solo posti geografici, non sono solo qualcosa di esteriore. Arrivi in un posto e capisci già che c’è qualcosa che va oltre quello che vedi, ma quell’oltre lì potrebbe essere solo tuo, non è detto che gli altri lo percepiscano. E quindi non mi stupisco della gente che mi guarda “con quella faccia un po’ così” mentre racconto che Genova ha qualcosa di speciale. Genova non è il mare delle ore al sole sulla spiaggia, non è la Milano da shopping, non è la Firenze dell’arte, non è la passeggiata in collina. Genova se l’hai vista solo in foto è quell’accatastamento di case che invade lo spazio dall’alto in basso, è quel porto da dove partono i traghetti per altri luoghi o da dove salpano quei palazzoni orizzontali chiamate navi da crociera. O è il porto commerciale pieno di container China Shipping Line, che uno si chiede se contengano i pomodori che poi ti spacceranno per pachino (pachino, pechino, questione di una lettera) oppure quei giocattoli con le pile liquefatte in un’inquietante sostanza chimica, o magari entrambe le cose, con le pile che sgocciolano sopra i pomodorini a ciliegina. E altre navi e altri container, e ti viene in mente di aver letto di Stella Maris, l’associazione che assiste chi non può scendere dalle navi ma neanche se ne può andare. Perché c’è anche questo nei porti: fantasmi vivi che nessuno vede. E costruzioni, credo ex magazzini. Ho cacciato il naso dentro a una cancellata che chiudeva vecchi spazi pieni di legno vecchio, ferraglie, pezzi che una volta componevano cose. Mi è arrivata una zaffata da svenire, ma questo non lo racconto perché so che la faccia passerebbe da un po’ così a un po’ cosà, come se gli si formasse in testa la nuvoletta con scritto: e tu spendi anche soldi per partire da una città che puzza di smog per andare in un’altra che puzza di mare marcio? Se dici che è un puzzo che sa di storia e storie che non conosci non ti capiscono lo stesso. A Genova puoi trovarti sopra il battello, avere le navi davanti e un aereo che ti passa sulla testa a volo radente. Praticamente in un colpo solo le cose che amo di più: aerei e navi, mezzi che portano lontano. Ma uno non va al mare per vedere dal basso fiancate di navi e aerei che cercano la pista. Be’, però Genova è una città, ma continuano a guardarti un po’ così. Genova è una città piena d’arte, palazzi bellissimi, ville, musei, chiese. Perché tutti vanno in gita scolastica solo a Firenze e a Roma? Ti guardano come se stessi dicendo un’eresia. Allora fai la vocetta un po’ giuliva: i caruggi sono veramente troppo carini, pieni di negozi, stretti stretti, intricati… e ti interrompono: sei andata in via del Campo? Sì, ci sono arrivata per caso, ma non gli dici che certe canzoni di De André hanno delle argomentazioni che proprio non ti piacciono perché se no si innesca la polemica.

A Genova c’è un atmosfera così particolare, cerchi di spiegarlo con qualche pensiero banale ma tanto la faccia un po’ così non cambia espressione. Al massimo qualcuno si illumina per l’acquario. Ma a me l’acquario è l’unica cosa che ha fatto schifo: non è vero che gli animali lì ci stanno bene, perché mai un delfino dovrebbe stare bene dentro a una vasca? Perché una murena dovrebbe essere felice dentro a un cilindro di vetro? Ed è anche un posto claustrofobico. E io neanche ci volevo andare all’acquario.

E allora parli di mare, di quel giorno che a Nervi infuriava e sembrava di camminare sotto un vaporizzatore perché goccioline leggere ti arrivavano in faccia. Una moltitudine di persone riprendeva lo spettacolo, e c’ero anch’io: volevo portarmi a casa quelle onde che sbattevano contro gli scogli, minuti e minuti di riprese, angolazioni diverse, perché ogni onda faceva i suoi personali disegni di schiuma e ognuna aveva la sua altezza e la sua potenza. Bisognava fissarne il più possibile perché la natura non fa le cose in serie come noi. Sì, va be’, scogli e onde, e uno il bagno dove lo fa? Si riparte con la vocetta giuliva: Boccadasse è bellissima, deve essere lì dove Gino Paoli ha scritto La gatta. E basta, tanto chi ha visto Genova solo in foto non è che può entusiasmarsi al resto che hai in mente. Io andavo a sbattermi lì al pomeriggio, stremata dai chilometri macinati di mattina nell’ansia di ingurgitarmi tutto: pezzi di passato ma anche viste dell’alto, ma anche strane ascensori verticali che sono mezzi di trasporto. Però a Boccadasse non ci si sbatte giù a peso morto, si sceglie con cura un posto dove i sassi sembrano più piccoli. Non che metterci cura serva a molto, troverai sempre l’infida pietra appuntita che ti si pianta dove c’è meno carne. Ma i sassi caldi sulle dita artritiche di umidità padana ripagano dei bozzi ghiaiosi che ti restano tatuati ovunque. Il mare è un insieme di sassi piatti scivolosi intervallati da schegge di scogli appuntiti che intercettano immancabilmente ginocchia e stinchi e che si interrompono improvvisamente per farti cadere in una specie di baratro d’acqua. Ti chiedi se il tuo fisico da cittadino bolso ce la farà a superare l’emozione di sentirsi sfuggire la terra sotto i piedi o se farai la figura dei soliti scemi che passano dalla scrivania al restare abbarbicati a qualche roccia, di mare o montagna non ha importanza. Il colore blu non si può spiegare. Il mare forse sì, ma l’effetto che fa il suo blu no. È una cosa che quando torni ti rende insopportabile il grigio e il marrone, un’insofferenza che perfino il verde non riesce a mitigare. Io me ne stavo lì a guardare il blu finché il grosso della gente non se ne andava e arrivavano i gabbiani. Alla sera c’era il Porto Antico e la Festa democratica: band, balli, bancarelle. Come passare una serata low cost o addirittura gratis. Mentre scendo soddisfatta come Montalbano per il carico di vongole che Walter, nonostante abbia torto il naso al mio assoluto divieto di aglio, mi ha servito, vedo campeggiare in piazza l’enorme scritta “Cucina romagnola”. Sì, va be’, dovunque ci si trovi la cucina della festa dell’Unità, poi dei Ds, poi quel che è, è appannaggio degli emiliani-romagnoli. Che a Milano ci andrebbe di lusso, ché a noi ci tocca la cucina etnica, pure originale ma vuoi mettere un piatto di lasagne? Ma lì, mah… lì suona strano. Mi fermo davanti a un piccolo gazebo. Niente sedie, nessuno dei signori che mi propone di prendere una delle poche vacanti all’interno, se non altro visto che ero l’unica a manifestare l’intenzione di restare fino alla fine. Bianco e nero, voce narrante dei cinegiornali (Guido Notari, forse sì forse no), acciaio, colate incandescenti, uomini che lavorano, esaltazione di macchine, primi piani su pistoni e lastrone che arrivano dall’alto. La regia, la fotografia, tutto ha la cura di un film. Ma è un documentario girato nei cantieri Ansaldo. Sembra incredibile che un’azienda decida di realizzare un vero e proprio film. Non uno spot più o meno azzeccato, non una presentazione in PowerPoint, ma un film. Le mie gambe triturate di chilometri si fanno sentire ma quello è il genere di pellicola che mi inchioda. Mentre sono lì, so già che li cercherò su YouTube. Credo che siano dei documenti di importanza storica e cinematografica e mi piace quindi ora segnalarne almeno uno, prodotto dalla Ferroni Cortometraggi con la regia di Aldo de Sanctis e Giampiero Pucci: Ansaldo. I parte di De Sanctis – Pucci (1949).I filmati appartengono alla Fondazione Ansaldo e si trovano sul canale GenoaMunicipality.

Il mio chilo interiore al netto dei gusci inizia a lasciare degli spazi a metà serata. Lasagne no, ma i bomboloni romagnoli spandono nell’aria il loro richiamo di frittone dolce e crema gialla. Resto basita di delusione: l’apoteosi di grassa bontà è immangiabile. Non può esserci un’altra spiegazione: la maledizione di un indignato dio ligure si è abbattuta su quell’ostentazione di Romagna nel cuore del  Porto Antico.
Mentre torno penso a quello che ho fatto e a quello che voglio fare ma cammino anche piano perché voglio guardare il mare. Corri per vedere più cose possibili e ti fermi per guardare il più a lungo possibile. Genova è questo: l’affanno di riempirsi di tutte le cose che offre, un’ingordigia che ti piglia quasi volessi portargliele via, di fare come i criceti che si infilano di tutto nelle tasche delle guance e se ne vanno via con una faccia grossa da far paura.

E porti a casa oggetti da Genova: vestiti, funghi secchi, collane. Perché se gliele fai vedere la gente smette di guardarti un po’ così, mentre tu hai capito cos’era il timore che quel posto dove andiamo non c’inghiotte e non torniamo più.