“Sei a zero”, vita o partita?

bolivarAlzi la mano chi non è stato tentato, da che esiste Internet, di cercare qualche vecchia gloria del passato. Non parlo di mettersi alla caccia di persone tramite FB, che poi mi sono sempre detta: se uno voleva restare in contatto lo faceva, se ci siamo reciprocamente volatilizzati negli anni si vede che non eravamo reciprocamente tanto interessati, quindi che senso ha darsi da fare dopo decenni? Parlo invece di luoghi che sono stati importanti, che ci hanno visto protagonisti aggregati.
Non alzo la mano, perché io l’ho fatto. In un paese da nulla esisteva una discoteca che portava il ridondante nome di Kiss Kolossal Music Center. E ridondante lo era davvero, perché quello era il periodo d’oro per le discoteche. Io ci ho passato gli anni più felici, di quella felicità oserei dire esagerata, che non torna manco a cercarla col lanternino. Non bevevo, non mi calavo, non sniffavo, semplicemente ballavo e con le amiche giravo torno torno per vedere che si diceva sul versante maschile. Così una volta mi son messa lì e ho cercato, come quelli che lanciano messaggi via radio agli alieni per vedere se dall’universo giunge qualcosa. E bang, Google risponde: “il tuo Kiss sta qua dentro, citato in un libro”. Non mi pare possibile ma così è. Qualcun altro è stato tanto ammaliato da “immortalarlo” in libro:  Maledetta vita – Cinquanta Fabrizio Bolivar, Carmelo Calabrò (Fara Editore). Non so se si chiama Bolivar perché è di origine sudamericana o spagnola, mi sono dimenticata di chiederglielo. Però è di Mantova, o della provincia di Mantova, anche questo mi sono dimenticata di chiedere. Non ha molta importanza, se uno ha tirato notte al Kiss Kolossal Music Center fa comunque parte del tuo mondo.
Qualche mail e molti mesi dopo mi informa di aver pubblicato un libro, e simpaticamente me ne fa omaggio. Il titolo mi piace perché è un enigma, potrebbe essere il risultato di una partita così come la frase di una persona gentile che ti fa capire che sei arrivato a toccare il fondo: Sei a zero.
Sorrido già alla prima riga: «Se c’è una cosa che non sopporto, è la prefazione. (…) È come se il prefatore, mamma mia che orribile termine, volesse a tutti i costi svelarti la trama del romanzo che stai per leggere. E come se non bastasse, usa pure un tono altezzoso.» Anch’io non mi sono mai particolarmente applicata a leggere le prefazioni, un po’ perché il prefatore talvolta è abbastanza stolto da rivelarti passaggi fondamentali del romanzo, un po’ perché è vero che spesso stillano spocchia. E credo di aver smesso definitivamente di leggerle quando un cretinetto ha bistrattato l’intera opera di Oscar Wilde e descritto lui personalmente con un moralismo rivoltante. Mi ero chiesta perché mai avesse accettato di fare la prefazione del libro, visto che lo odiava così tanto. Per soldi, e che altro? Vado avanti nella lettura e scopro che il genere non è tra i miei prediletti: vita quotidiana. Ma questa è una questione personale, perché io nei libri cerco proprio ciò che porta fuori dalla vita quotidiana, e poi è davvero difficile saperne parlare a meno che non ti chiami Thomas Mann o qualcosa del genere. Ma si sorride in questo libro, con i gruppi immaginari di auto-aiuto per questa o quella cosa, le squinternate amicizie di vecchia data, l’incontenibile madre e il disperato padre. Qua e là nelle pagine trovo parecchio di me, e forse è questo il segreto del parlar di vita quotidiana.
Il Müller-Thurgau, un’incredibile coincidenza per una quasi astemia, l’insofferenza per i multisala e i «Luoghi ad alta densità umana» come i centri commerciali, l’autore John Fante («Eccezionale».). Sghignazzo all’ammissione di non avere un profilo FB: «Poi le tre ragazze si lanciano un’occhiata tra loro, questione di un frazione di secondo (…) Ma dove vive? Come si fa a non essere iscritti a Facebook nel 2013? E da quella frazione di secondo inizio finalmente a sentirmi a mio agio.» Plaudo decisamente alla descrizione politicamente scorretta degli insopportabili bambini e dei loro imbarazzanti genitori (finalmente qualcuno ha il coraggio di dire certe cose!), e rido forte, e tra l’altro a scoppio ritardato, per il Bar Zelletta («Sono il proprietario e mi chiamo Gianni Zelletta, secondo voi come dovevo chiamare il locale?») e parimenti mi indigno per chi non conosce il film: «Frankenstein Junior, ricordi? Non l’ho mai visto, risponde. Com’è possibile?»
Ma c’è spazio anche, o soprattutto, per la riflessione: il percorso lungo, stentato ma inarrestabile che porta Andrea Camatti verso la presa di coscienza dell’unica cosa che può portare alla felicità. Tant’è che nel finale, un po’ brusco in verità, lo si invidia.
Non stupitevi se leggendo Sei a zero vi sembrerà di accarezzare qualcosa di morbido o di avere l’impressione di due occhi che vi guardano per poi chiudersi non appena alzate la testa: è Zeus, il gatto nero con gli occhi gialli, manifestamente indifferente e sdegnoso come quasi tutti i gatti eppure presenza importante nel libro e nella vita del protagonista.

Una recensione al libro di Fabrizio Bolivar è sul sito Altra Mantova libera informazione.

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