Commedia in bianco e nero in anticipo sui tempi

ClunyLa commedia è un genere che difficilmente comunica grandi messaggi, tutt’al più veicola sentimenti edificanti, spesso al limite del melenso. Alcune però entrano nella storia del cinema, per le battute esilaranti, per la bravura degli attori, perché ci piace perderci in vestiti spumosi e cappellini. Potrei citarne solo qualcuna: A qualcuno piace caldo, Vacanze romane, Colazione da Tiffany, Arsenico e vecchi merletti, Cappello a cilindro. E poi ci sono quelle che tra una battuta e un voile un messaggio lo buttano lì. Non si dimentica: «Comunque non avrebbe funzionato, cara. Tutti quanti avrebbero detto: “Che democratico quel Larrabee a sposare la figlia di un autista!” Ma avrebbero detto la stessa cosa di te? No. La democrazia può essere molto ingiusta, alle volte, Sabrina. E nessun povero è mai stato detto democratico per aver sposato un ricco». (Sabrina).

Così vedo questo film qui del 1946, Fra le tue braccia, di Ernst Lubitsch. All’inizio non sembra essere un granché, la mia fedeltà alla visione insiste forse più per la mia passione per i film datati che non per un reale interesse, Jennifer Jones non è la Greta Garbo di Ninotchka, troppa enfasi a volte un po’ irritante. A poco a poco però le battute iniziano a diventare irresistibili, la nobiltà inglese ne esce a pezzi, frantumata in un quadro di demenzialità. Abituata a vivere in un mondo suo, solo lì può mantenere dignità, se si confronta con altri cade nel baratro nel ridicolo. La servitù è ancor peggio. Vive di luce riflessa, si atteggia come i padroni manifestando un conservatorismo ancora più forte del loro. Sul fondo, quasi appena accennato eppure con un suo spazio preciso, il dramma di Hitler. Lubitsch non risparmia neanche la borghesia, ossequiosa con la nobiltà, altezzosa verso i ceti inferiori. Qui è rappresentata da un farmacista noiosissimo, avanti con gli anni ma alla mercé di una madre-padrona che si esprime solo a colpi di tosse. Quando la povera Cluny Brown sembra ormai destinata a sposare il tedioso farmacista, ecco il colpo di scena. Lo scarico del lavandino si ottura proprio nel bel mezzo della festicciola di compleanno della madre afasica, che per la giovane protagonista vale anche come approvazione definitiva per il suo ingresso in famiglia. Il rumoreggiare dello scarico è vissuto come una cosa disdicevole, ora sdegnosamente da ignorare, ora quasi oggetto di onta. Ma lo scandalo sarà lei che, nipote di un idraulico, sente irresistibile il richiamo del tubo gorgogliante. Come ritrovando se stessa, balza in piedi, si arrotola le maniche e si dirige decisa al bagno, seguita solo dal bambino che è l’unico della combriccola a poter essere definito umano. Tra colpi metallici e rumori imbarazzanti, si legge già sul volto di tutti che il verdetto non le sarà favorevole: un uomo di buona famiglia non potrà mai sposare una ragazza che ama fare l’idraulico. Per Cluny sembra che l’unica scelta possibile sia quella di andarsene, lasciare un posto dove il moralismo trasversale ad ogni ceto non le lascia scampo, sebbene lei sia solo un’anima candida. Ma le commedie non sarebbero tali se non ci fosse il lieto fine. E dunque arriva l’altro protagonista, il rifugiato polacco Adam Belinski (Charles Boyer), che per tutto il film si è fatto beffa di tutti ma tanto elegantemente da essere messo sul piedestallo. Quello che dice a Cluny suona più o meno così: che cosa te ne fai di un uomo che non ti lascia essere te stessa? Vuoi aggiustare tubi? Ti comprerò un’intera fabbrica di tubi. Il finale è ancor più lieto di questo, perché in realtà è proprio la personalità di lei, finalmente lasciata libera di agire, che sarà per lui fonte di ispirazione, ed è qui che mi scatta il pensiero. Siamo nel 1946 e questo è un messaggio che guarda avanti, molto avanti, un balzo enorme: lascia che una donna sia quello che vuole essere.

Tra satrapi hollywoodiani, maschili mine vaganti senza più bussola, ma anche piagnucolose Boldrini (io sono la presidenta, ahee, Kill Italian Vol. 1), supermammelysoformfacciotuttoio, patetiche oche tirate a lucido col silicone, mass media a cliché (la ministra ma il suo tailleur, la poliziotta ma le sue mani curate, è intelligente ma è bella, Kill News Vol. 2) quasi quasi è meglio tornare nel ’46.

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