Silenzio e musica. Caso di duplice omicidio in riva al lago

Vai al supermercato e fai la spesa, che altro potresti fare in questi luoghi? E “avverti” che c’è qualcosa, una presenza che quando è continua diventa assenza. È musica. Che musica? Non lo so, sto cercando il detersivo. Entri in quei negozi tipo H&M e la presenza è così forte che desideri l’assenza. Musica discutibile, sparata talmente alta che non sai neanche più cosa stavi cercando e nemmeno ti interessa più, tanto è il desiderio di uscire da quel baccano infernale. Vai a bere qualcosa e vorresti scambiare due chiacchiere ma devi urlare perché la musica sovrasta i tuoi pensieri. Se volevo star zitta e sentire musica andavo in discoteca. Per la musica dei luoghi commerciali sono certa ci sia dietro un gran studio di marketing, dove voglia andare a parare non lo so e neanche mi interessa. Sembra paradossale, ma nell’epoca in cui tutto è individuale, ecco che la cancellazione totale del silenzio e la contemporanea rovina della musica diventano un’imposizione calata dall’alto sulla massa inerme. Se voglio ascoltare musica ho le mie cuffie perché la musica non è di massa, quello che piace a me può non piacere a te e mai è esistito un genere musicale che possa piacere a tutti. E poi la musica non è un sottofondo, non un riempitivo. La musica è importante. Così come il silenzio. E però ’ste cose te le impongono, come sovrapprezzo a tutti i rumori molesti che ormai si è costretti ad accettare. Non è vero che ti adegui, qualcosa in te continua a voler urlare: Silenzio!

E poi un giorno scopri che c’è qualcuno che è andato oltre, oltrepassando l’assurdo, e ti verrebbe voglia di prenderlo per il bavero e urlargli in faccia: Perché lo fai? Aspetta aspetta, com’era? Perché lo fai, disperata ragazza mia? Ecco cosa vorresti fargli: chiuderlo in una cella per due giorni con Marco Masini in ciclo continuo, era lui quello del “perché lo fai?”. In fondo, sarebbe solo la legge del contrappasso.

Sono lì che guardo una fontana (zampilla su, zampilla giù, sfrissh, sfrossh, più o meno, onomatopeico, studiatelo tu uomo della copertura totale), dietro c’è il lago (sciabordio, sciacquio). In un raro momento di assenza di rombo di auto mi giunge una musica, penso sia qualcuno fermo in macchina con la radio. Mi volto, nessuno. Sfrissh sfrosssh. Musica. Mi volto, nessuno. Alzo lo sguardo e non ci posso credere. Sulla rotonda svettano altoparlanti. Ma poiché a ragione si dice che al peggio non c’è mai fine, scopriamo strada facendo che questo è un comune “radizzato”. Passi sotto un bel tratto ricoperto di rampicanti, ti aggiri per le strade e senti musica, la loro musica ovviamente. S-concerto.

E allora io alla Giunta comunale di Arona dedico alcuni brani tratti da La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio. Perché lo faccio? Perché se allora come adesso il silenzio se ne fosse andato, morto, kaput, un sacco di cose non sarebbero mai state pensate, meditate, scritte. Questa poesia non sarebbe mai stata scritta in uno stramaledetto comune “radizzato”. E se insieme vi arriva anche un Mas, pazienza, vi suoneremo un inno di fanfare.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale…

E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!

Rimediare ai propri errori

Ricevo seguenti mail:

11/9/2017 h. 14 24 Allereghiamo circolare della visita in oggetto

11/9/2017 h. 14.30 Alleghiamo circolare relativa alla visita in goggetto

Peccato che si siano fermati a soli due tentativi, con un po’ più di perseveranza sono sicura che ce l’avrebbero fatta.

Ps: il goggetto è il paggetto delle sorelle Goggi?

Storia di Livio, un altro uno-nessuno-centomila

Livio Giunchino Boccadasse

Nell’immutabilità che mi piace di questo luogo, l’unica novità che noto passando in fianco alla chiesa per scendere al mare sono alcuni disegni di gabbiani appoggiati al muretto. Sono graziosi ma non mi soffermo più di tanto. Al ritorno vedo un uomo con l’abbronzatura di uno che trascorre tanto tempo all’aria aperta seduto sull’altro muretto. I giorni passano e anch’io passo avanti e indietro, lanciando sguardi furtivi ai gabbiani e pensando perché solo gabbiani?, anzi, un gabbiano solo per quadro. Poi una sera il tempo cambia, non piove ma le nuvole si spargono nel cielo soleggiato diverse per forma e densità e questa differenza si ripercuote nella luce che a sua volta si ripercuote nel mare, così che il colore cambia ad ogni metro quadro di mare e di cielo. Il mare si è mosso e lo spettacolo di onde bianche che si alzano contro gli scogli fendendo di bianco tutti quegli azzurri e quei verdi è qualcosa che non ha pari in nessuna cosa umana. Scattano gli scatti, chi con un superzoom chi con un semplice telefonino ma nessuno vuole perdersi l’esibizione. Bisogna portarsele a casa queste cose, come gli scoiattoli fanno scorta di noci. Me ne sto in terrazza, in prima fila.

Boccadasse

E lui si avvicina con un quadro di girasoli. Dammi quello che vuoi, te lo regalo anche. Si scambia qualche parola, ha un lieve accento del Sud però dice di aver perso il lavoro a Sassuolo, o un altro di quei paesi dove fanno le ceramiche, ora non ricordo, e però dirà anche che è di Milano, racconterà di avere tre figli ma anche di voler andare in Francia. Cerca lavoro, ma non trova nemmeno il lavapiatti nei ristoranti. Lui non si sente bene a dipingere in strada, lui è un pittore da studio. Non credo molto a niente ma va bene lo stesso. No, davvero, grazie, sono molto belli ma con tutto questo mare non voglio girasoli. Poi mi viene in mente quello che avevo pensato pochi giorni prima, che dovevo prendere una delle decine di foto che ho fatto a questo luogo, magari darle un filtro impressionista e poi farne un quadretto. Così mi dico: ma perché dovrei se ho un pittore a portata di mano? Fammi un quadro di Boccadasse e te lo compro. Nel frattempo è arrivato il tramonto e ai blu si sono aggiunti i gialli e gli aranci. Lui dice: quanto è bello, che colori, davvero lo vuoi? Certo che lo voglio. Ti faccio tutte le case con tutte le finestre precise. No, lo voglio impressionista, rispondo. Ah, non fotografico? No, impressionista. Nei giorni successivi il gabbiano diventa meno frequente e lo spazio si riempie invece di vedute del borgo. Lo vedo che è lì che ci lavora e io passo dietro senza farmi vedere. Mi sembra di avergli dato uno scopo e anche un’idea di “business”. Mi viene da ridere, vorrei dirgli: ma non potevi pensarci prima che un quadro di Boccadasse può avere più presa sui turisti che vogliono portarsi a casa un ricordo? Mi pare di entrare con un’idea di solida economia in un mondo di fluida arte. Il penultimo giorno concludiamo l’affare. Prima tira fuori da una grossa cartella dei disegni: volevo farteli vedere. Sono quelli che gli studenti fanno alle statue in accademia, che fanno a Brera, penso, ché le mie conoscenze di scuole d’arte non vanno oltre Brera, e lui dice Brera quasi in contemporanea. Mi trovi in internet, Livio Giunchino. Ok, dico; sì sì, penso col mio quadretto sotto il braccio, come no! E invece lo trovo sul serio. Solo in aprile aveva esposto a Imperia al Festival internazionale d’arte cinematografica digitale Red Carpet 2017 e Brera l’ha fatta veramente. Resto perplessa. Ma come mai allora sei lì, a passare il giorno seduto su un muretto sperando di vendere gabbiani? Al fondo c’è qualche calcolo sbagliato: continuare a credersi l’artista che non si è o far credere a qualcuno di essere un artista per poi dimenticarsene chiusi i battenti di una mostra. Io non posso saperlo, io non so quali sono i meccanismi della vita che si inceppano, però auguro a Livio di trovare la sua strada.

A Imperia in mostra i manifesti di Castelli e Giunchino

Lorella Castelli e Livio Giunchino per il Video Festival di Imperia

 

Scotland, «with the words “I love you” rolling off my tongue»

E così eccomi ancora qui, in questa Edinburgh che mi sorride per la terza volta, come in un abbraccio di bentornata tra chi non ha mai smesso di pensarsi. Il tempo di lasciare i bagagli, cambiare i vestiti del caldo opprimente di Milano e le corro incontro, riconoscendola in alcune cose e scoprendola in altre.

Edinburgh 1Edinburgh 2Edinburgh 3Edinburgh 4Grida di gabbiani e suoni di cornamuse, quelli registrati che escono dai negozi di tartan e quelli dei suonatori in carne e ossa. Attraverso il Waverley Bridge e poi su, in salita verso il Royal Mile in un’euforia di lane a scacchi e whisky. Il tempo è bello e verso il tramonto ritrovo i colori del cielo scozzese che sfumano in mille tonalità. La bellezza della città e l’amichevole pacatezza della moltitudine di persone diffondono un gran senso di sicurezza.

Edinburgh 5Edinburgh 6Edinburgh 7Edinburgh 11Qui gli unici a lasciarsi andare ad atteggiamenti scomposti sono i gabbiani in cerca di cibo.

Edinburgh 12Edinburgh 13Mi ritrovo in mezzo ai tour serali sulle orme di streghe e fantasmi. Avevo messo in previsione per divertimento uno di questi giri o quello nei sotterranei ma adesso che vedo gli animatori in azione cambio idea. Un po’ troppo turistici, un po’ troppo finti per i miei gusti. Magari i sotterranei, penso, ma non ci riuscirò perché la smania di panorami aperti mi dominerà per tutta la vacanza, sempre troppo breve per questi luoghi di cui non ne ho mai abbastanza.

Edinburgh 8Edinburgh 9Edinburgh 10Il giorno seguente è Inchcolm Island, un’isola riserva naturale nel Firth of Forth, circa quaranta minuti fuori da Edinburgh. Il battello parte da South Queensferry, dove ci si arriva col bus, l’unica mia situazione di inquietudine in terra scozzese. I meccanismi linguistico-matematici del mio cervello si producono in un disperato lavoro per tutta la strada che mi porta a St Andrew Square. Perché qui i ticket si possono comprare solo a bordo, quindi devo dire all’autista dove vado, lui m’arrota una cifra, io devo contemporaneamente tradurla e, la parte peggiore, trovare le monete giuste, perché il resto non viene dato. Di solito faccio passare tutti avanti ma poi arriva sempre qualcuno dietro di me e così, settata sull’isteria milanese, mi aspetto improperi, che in realtà non arrivano mai. L’unica occasione di sudare in Scozia è questa.

In attesa del battello, passeggio su e giù da Queensferry,

South Queensferry 1Black Castle South Queensferry

South Queensferry 2South Queensferry 3South Queensferry 4South Queensferry 6ritrovo sorridendo l’aroma che io chiamo odore di Inghilterra. L’ho nominato così perché la prima volta che ho messo a fuoco che era un che di ricorrente stavo camminando in una stradina di Dover. Aleggia in ogni città, non ho mai capito cosa sia ma sembra completare l’insieme interpellando anche l’olfatto oltre che la vista e l’udito. Bevo un cappuccino che è persino meglio di quelli italiani (e ci tengo a dirglielo). Il paesaggio non è tra i migliori ma i tre ponti hanno un loro fascino. Osservo il treno che ci passa sopra e con un senso di vertigine spero di non ritrovarmici mai nei miei prossimi spostamenti.

South Queensferry 7Dalla guida del battello apprenderò che purtroppo un incidente ferroviario c’è stato, si sono perse molte vite che sono andate ad aggiungersi agli operai morti nella costruzione del ponte. È triste pensare che ad ogni grande opera corrisponde sempre un altrettanto grande sacrificio.
E poi via, ad affrontare il freddo della navigazione all’aria aperta. Perché lo faccio? Perché attraverso l’Europa e affronto pioggia e vento freddo? Anche per loro, the seals and the puffins, foche e pulcinelle di mare. Non posso non pensare alle Shetland, dove arrivai quando ormai i puffins se ne erano andati. Anche su questa bella isola le pulcinelle si negheranno alla mia vista ma in mezzo al mare, sdraiate su una piattaforma, una con una pinna alzata come in un saluto, vedrò le foche e ancora una volta sarò invasa da una gioia fanciullesca.

Verso Inchcolm IslandInchcolm Island 2Inchcolm Island 1Inchcolm Island 3Inchcolm Abbey 1Inchcolm Abbey 2Inchcolm Abbey 3Inchcolm Abbey 4Inchcolm Abbey 5South Queensferry 8Mercoledì, in calendario ci sarebbe lo Scottish Seabird Centre di North Berwick ma piove e il cielo non lascia presagire nessun cambiamento. Così decido di restare nei dintorni. Rosslyn Chapel nel paesino di Roslin, 45 minuti da Edinburgh.

RoslinQui la storia si respira forte come nel resto della Scozia, una storia affascinante per chi ha voglia di studiarsela. Ma credo che la chiesa sia più famosa per essere menzionata nel Codice da Vinci. I proprietari erano la famiglia Saint Clair e chi ha letto il libro avrà già capito tutto. Così puoi prendere il depliant e sulle orme di Robert Langdon andare a caccia delle figure da decifrare. Risultato? Testa giù allo spiegone, testa su alla ricerca di statue e incisioni, le persone si accalcano muovendosi a un ritmo lento e disordinato, non si è moltissimi ma abbastanza per riempire la cappella non tanto grande e fioca e renderla così piuttosto claustrofobica. Sento un unico caciarare, famigliare. Seduti sulle panche al centro un gruppo di “raga” (quando finirà questa moda di chiamarsi a gregge 100 volte al secondo con questo termine insopportabile?) italiani fanno un baccano infernale, come del tutto inconsapevoli di essere in luogo sacro. L’arte è arte ma mi è inevitabile plaudere a chi riesce a fare un mucchio di soldi con il decimo del nostro patrimonio artistico. Tante grazie a Dan Brown e saluti a Leonardo da Vinci, che poi le nove sterline d’entrata le ha portate lui.

Rosslyn Chapel 1Rosslyn Chapel 2Rosslyn Chapel 3Rosslyn Chapel 4

Rosslyn Chapel 5Rosslyn Chapel 6Rosslyn Chapel 7Rosslyn Chapel 8He’s a good boy, dice il muratore del suo cane che gli tiene compagnia sul furgoncino. L’espressione mi fa ridere, lo scozzese ride di rimando e il piccolo irsuto nonostante la timidezza sembra gradire il clima di festa.

Tempo per la seconda meta: Lauriston Castle. Senza nemmeno averlo programmato, l’autobus è lo stesso, il 37, ma fino all’altro capo della città, direzione Silverknowes. È difficile vedere edifici brutti a Edinburgo, ma qui pare che qualcuno abbia deciso di cimentarsi in un’eccezione. Un paio di palazzoni spezzano l’estetica, confinati ai limiti della città. L’autista sembra non conoscere Lauriston Castle e le strade non lo segnalano. Me la prendo un po’ con me stessa per la mia tendenza ad uscire dai circuiti più noti. Mi dirigo al primo edificio a portata di mano e appena arrivo a un punto un po’ più alto della strada, il panorama mi si apre davanti inaspettato.

1La vista mi ripaga dei pochi secondi di malumore. Un campo da golf verde smeraldo scende verso il mare. Il cielo è tornato azzurro. Anche il signore del golf club non conosce il castello e quindi per intuizione prendo la via verso il centro abitato

2e riesco ad arrivarci.

Lauriston Castle 1Lauriston Castle 2 Lauriston Castle 3Lauriston Castle 4Lauriston Castle 5Passeggiando nel parco,

Lauriston Castle 7Lauriston Castle 8Lauriston Castle 9Lauriston Castle 10Lauriston Castle 11Lauriston Castle 12capisco che sui sentieri pedonali ci si saluta e si sorride. Succederà ancora.
C’è un posto che desideravo tanto rivedere: Portobello Beach, e in questa mia giornata dedicata agli Edinburgh’s burghs mi sembra l’ideale per chiudere. Il sole è caldo e il maglione dà fastidio ma soprattutto è troppo luminoso e smorza i colori intensi che ricordavo. Di ritorno dalle Shetland mi ero seduta lì a guardarli, senza nessuna voglia di tornare a casa perché quei blu non li trovi vicino, forse altri, ma non quelli. Ma il tempo varia in continuazione in Scozia, basta aspettare e ognuno troverà i colori che preferisce.

Portobello 1Portobello 2Portobello 3Portobello 4Portobello 5St. Abb’s Head è stata una meta entrata inaspettatamente alla fine del programma che mi ero fatta. Guardavo la cartina in modo random ed ecco che vengo attirata da questa località segnata su una punta. So che non è facile arrivarci e parto con la speranza di farlo ma preparata anche a non riuscirci. Perché tanto nulla è mai sprecato qui, ne vale la pena anche solo il paesaggio che si vede dal finestrino.

123Pullman fino a Coldingham e poi si vedrà. Perdo l’altro autobus per un soffio. Una signora per strada quasi spegne le mie speranze: la strada è lunga e il sentiero brutto. C’è un pub, un ristorante? No, uno forse, non c’è molto a Coldingham. La signora è gentile ma eccessivamente pessimista. Anche nelle località più sperdute, qualcosa c’è sempre. E comunque un ristorante ce l’ho dietro alle spalle. Questa imponente signora è più ottimista e mentre frigge scampi e chips riaccende le mie aspettative. Non è impossibile quindi? No, it’s not impossibile, you can. Yes, I can, penso e intanto mi guardo intorno.

Coldingham 1La testa di cervo non mi piace, ovviamente, ma il resto sì. Mi abbasso a prendere la borsa e vedo che il tavolo ha le gambe come le vecchie macchine da cucire Singer, con tanto di scritta, anche mia nonna ne aveva una così.

Coldingham 2Troverò poi un paese con questo nome lungo la Scotland Railway. Mi chiedo quindi se questa cosa che ho avuto sotto gli occhi tutta la vita, talmente comune da non chiedersi neanche da dove venisse, che tutti abbiamo sempre chiamato “Singier”, non venga poi da un angoletto scozzese e che di conseguenza si pronuncia “Singher”. Finiti gli scampi, prendo la direzione verso Senebs, ho quasi imparato a mangiare via tutte le lettere “superflue”, non prima però di avere dato un’occhiata alla Priory.

Coldingham 3È interessante notare che Coldingham …had trading links with England and into the continent as far as Florence.

Coldingham 4Mi immergo nel paesaggio, la strada è normale e sicura per il marciapiede.

Coldingham-St Abbs 1Coldingham 5Coldingham-St Abbs 3Coldingham-St Abbs 2Arrivo a questi cartelli e penso che sia quello il sentiero che diceva la signora pessimista. Mi addentro ma non me la sento di proseguire: isolato, scivoloso, gli alberi si chiudono sempre più e l’erba alta restringe ad ogni passo il cammino tracciato.

Coldingham-St Abbs 4Coldingham-St Abbs 5Coldingham-St Abbs 6Torno indietro e riprendo la strada, mezz’ora di cammino e St Abbs’ Head arriva, non è stato impossibile. Guardo la scogliera che si inerpica, in alcuni punti il sentiero si restringe. Si può scivolare in mare? No, al limite fai un ruzzolone e ti fermi. Ce la puoi fare? E sarà mica questo a fermare un highlander. Forse inizio a capire perché amo la Scozia, risveglia il delirio di onnipotenza in noi fisici mediocri.

St Abbs Head 2St Abbs Head 1St Abbs Head 3St Abbs 7St Abbs Head 6St Abbs Head 4Il ritorno lo faccio verso Berwick upon Tweed. Sull’autobus sale un ragazzo con un levriero, è abbastanza vecchio da essere indifferente a tutto. Mi fa venire in mente qualcosa, poi mi ricordo che dalla signora ottimista degli scampi c’era un cartello che diceva di adottare i greyhounds che non possono più fare le corse, altrimenti sono destinati a una brutta fine. Forse è uno di quelli. Il ragazzo sembra un po’ sballato ma magari è uno di quegli esseri umani che controbilancia le meschinerie degli altri simili.

1In un atto di abissale ignoranza, sono convinta che a Berwick upon Tweed ci sia solo il Tweed, che effettivamente trovo. Nemmeno il cartello spiagge mi induce a un dubbio, convinta siano le spiagge del fiume. Poco male, dietro i resti delle storiche mura pedonabili

Berwick upon Tweed 4Berwick upon Tweed 5Berwick upon Tweed 1Berwick upon Tweed 2Berwick upon Tweed 3la sorpresa è così ancora più grande.

Berwick upon Tweed 6Berwick upon Tweed 7Berwick upon Tweed 8Berwick upon Tweed 9Venerdì, per mescolare bello al bello lascio il mare per il lago. Prima tratta Edinburgh-Glasgow.

100_4908Sul binario a Edinburgo avevo visto un cartello in doppia lingua. Era solo il primo di quelli che su questa linea connotano tutte le stazioni da qui a Glasgow che riportano i nomi dei paesi anche in gaelico. Mi metto a fotografarli, come se portandomi a casa una lingua antica che è solo loro potessi appropriarmi ancora di più di questa terra.

12Qualche minuto per uscire dalla stazione e guardare in faccia Glasgow.

Glasogow 1E poi di nuovo treno alla volta di Balloch, Loch Lomond, nel Trossachs National Park. Sale un signore con canna da pesca e pantaloni impermeabili. Quanti ne può accecare con quell’arnese? Quanto può puzzare sul viaggio di ritorno se la pesca è stata proficua? Sull’ultima domanda mi giunge già la risposta. Arrivo affamata e mi sembra che il salmone affumicato faccia al caso mio. Assaggio la salsa che lo accompagna in una tazzina e me ne ritraggo inorridita. Non riesco a capire nemmeno un ingrediente ma neanche un ingrediente mi sembra commestibile. A bordo lago la Sweeney’s Cruises sta attendendo. Non l’avevo messa in programma a tutti i costi ma pure questa è una delle fortune di questo viaggio. E così ancora una volta mi trovo a sfidare il gelido vento della navigazione e ad ascoltare storie di castelli e pescatori e… che ha detto?

Loch Lomond 1Loch Lomond 2Sean Connery? Dove? Accidenti, mi sono distratta a fare le fotografie, ma comunque il senso è che lì, sull’isola, ci è venuto o ci viene ancora. Aguzzo lo sguardo come per le foche ma Sir Connery sembra più essere un puffin, non si vede.

Loch Lomond 3Loch Lomond 4Loch Lomond 5Loch Lomond 6Loch Lomond 7Loch Lomond 8Sbarcata, prendo il sentiero del bosco che costeggia il lago. C’è una pace bella e rara.

Loch Lomond 9Loch Lomond 10Loch Lomond 11Loch Lomond 12Gli alberi si diradano verso destra e in cima a una collina appare un castello. Dal verde scuro dei boschi resto quasi abbagliata dall’intensità di quello del prato.

Loch Lomond 13Loch Lomond  14Un giovane cocker sta correndo come un matto su è giù dall’altura e io credo di capire molto bene perché lo fa.

Loch Lomond 15Loch Lomond 16Loch Lomond 17Loch Lomond 18Giro intorno al castello e se non fosse per l’auto (su cui sventola la bandiera scozzese) potrei pensare di essere precipitata in un’apertura temporale. Un vero scottish tira fuori la cornamusa e si avvia verso il prato.

Loch Lomond 19Non riesco a resistere e gli chiedo se mi fa sentire suonare anche solo un secondo. Mi spiega che certo che suonerà, è venuto lì ad esercitarsi perché c’è un folk festival a Balloch. Quell’accidenti di pioggerella si tramuta in acquazzone. Mentre io stolidamente cerco di ripararmi con un ombrello che cede alle raffiche di vento, lui va a prendere un semplice basco di lana azzurro. Non sono ancora un’highlander a sufficienza e mi vedo costretta a dire addio al mio bagpipe player.

Loch Lomond 20Loch Lomond 21Non posso fare a meno di notare l’efficienza dei mezzi di trasporto. Balloch-Glasgow è quasi più una metro che una linea ferroviaria. Il signore della biglietteria mi ha procurato un convenientissimo Return ticket che ha solo una restrizione: non si può usare nelle ore di maggiore afflusso tra Glasgow e Edinburgh, 16-18. Poco male. Mi ricordo di non essere stata colpita favorevolmente da Glasgow quando nel mio primo viaggio ci passai in mezzo su un pullman diretto a Loch Ness e adesso, coi piedi per terra, la sensazione è la stessa. I palazzi sono belli ma i dintorni della stazione, contrariamente alla Waverley, sono mal popolati. Il traffico intenso non ha l’allegria di quello di Edinburgh.

Glasgow 2Potrei andarmene anche subito ma ho fame. Trovo un mesto locale semideserto con altrettanto meste cameriere. Panino chicken & bacon. Grande o piccolo? Piccolo. Che pane vuoi? Guardo le figure con cinque o sei panini diversi. Hearty Italian, andiamo più o meno sul sicuro. Cosa ci vuoi dentro? Oh, che cavolo, vorrei dirle, sono stanca e bagnata, ti ho detto chicken & bacon come c’è scritto lì. Ma quella conduce il mio sguardo all’infinità di vaschette del bancone. Insisto col mio pollo e pancetta ma quella non demorde. Sauces? Che te possano accecà… mayonnaise, please. Finalmente ho il mio panino avvoltolato in modo sgraziato in carta oleata e mentre mi sbatto giù su una sedia da cui ho tolto una quantità di briciole che sembrano lì da Maria Stuarda, capisco perché insisteva sulle alternative. Un signore ha voluto un enorme sfilatino e si sta facendo mettere dentro di tutto. Inizio a mangiare augurandomi che il mio sistema immunitario non ceda. Ma ecco la magia: il panino è di una bontà squisita. Un giovane di colore entra urlando qualcosa, la cameriera gli porge dei tovaglioli di carta, quello si asciuga la faccia e resta il tempo necessario per proclamare: God bless America, God bless Trump. Nessuno sembra scomporsi più di tanto e anch’io, dopo il primo sconcerto, pragmaticamente mi chiedo perché Trump e non the Queen. Il panino è troppo small. May I have another, the same, please? Quella ricomincia la litania, la faccio contenta con una fetta di formaggio. God bless Scotland.

Sul treno di ritorno penso alla mia immersione nella Scozia interna. Loch, castelli, Sean Connery, il bagpipe player che stasera ci darà dentro, almeno finché riuscirà a distinguere tra l’ancia e la fiaschetta di whisky. E io con questa non ho nessuna speranza di essere accolta tra gli highlander.

100_4991È sabato e il rientro è già tristemente prossimo e dunque via, a riempirsi ancora gli occhi di mare, ultima occasione di vedere un puffin. North Berwick, neanche un’ora da Edinbraa. È una linea ferroviaria costiera e alcune ragazze vestono come se fossero alla volta di Rimini, io insisto col mio impermeabile che ormai è più una coperta di Linus.

North Berwick 1North Berwick 2North Berwick 3North Berwick 4North Berwick 5Meta Scottish Seabird Centre. Da qui si vede Bass Rock

North Berwick 6e Isle of May. Il negozio vende peluche, cartoline e che altro coi puffins. Potrei fare un’altra cruise ma decido per la terra ferma. Potrei entrare al Centre e vedere le telecamere installate sulle isole ma l’azzurro del mare che lambisce il rosa della sabbia implora aria aperta. Prendo la scaletta che gira intorno allo scoglio, alcuni impavidi scavalcano la ringhiera per camminare sulla roccia a picco sul mare. Non ci sono pulcinelle e in quel momento nemmeno gabbiani. Per la prima volta mi irrito, scendo e sulla strada del ritorno mi volto verso l’imponente manifesto con la foto di un puffin: ma andate al diavolo, per me ve le siete inventate voi!
La delusione ha bisogno di essere chetata con del cibo. Entro in un locale con tavoli esterni e una copertura limitata, a me tocca il tavolo senza tettoia. Ha piovuto per un po’ e potrebbe ricominciare, ci voleva tanto ad allungare la tettoia, credete di stare a Portofino? Il tavolo ha una vistosa macchia di salsa, la cameriera la vede, anche il cameriere, però quella resta. Vorrei chiedergli come mai hanno queste meravigliose insegne dei pub, le strade sono abbellite da vasi con fiori colorati e poi dimenticano di darti il cucchiaino per il caffè, un tovagliolo per un panino, non puliscono dove è sporco. Nemmeno in uno dei nostri peggiori locali lo farebbero, così come nessuno di noi andrebbe in giro con una giacca di tweed, pantaloni corti e ciabatte da spiaggia. Poi penso al nostro vero, autentico made in Italy: la più totale inefficienza sulle cose davvero importanti. Prendo la salvietta, me la pulisco da me e mi metto a guardare la cagnolona del tavolo davanti.

North Berwick 7Mi aspetto un piatto e invece mi arriva un bicchiere di carta con una brodaglia da cui emergono pezzi di pesce. Cosa ho fatto, e adesso chi la mangia questa? L’affronto stoicamente e invece è la cosa migliore che abbia mai mangiato, nell’Uk si intende.

North Berwick 12E poi è spiaggia.

North Berwick 8I padroni dei cani hanno in mano un’asta di plastica che termina a forma di mestolo. Mi viene da ridere al ricordo, l’aveva visto a Portobello Beach, serve a tirare la pallina senza chinarsi per raccoglierla. Avevo scoperto a Queensferry che anche in Scozia c’è il fenomeno delle alte e basse maree e qui è evidente.

North Berwick 14North Berwick 17North Berwick 19Risalgo la china, campo da golf, ok, flap, il rumore mi allerta, una pallina tirata in testa non è cosa, ridiscendo.

North Berwick 23North Berwick 20Cammino e cammino. Prima di partire avevo detto: questa volta non farò tour, quelli ti trascinano in giro come degli ossessi, preferisco vedere meno ma con i miei ritmi (the rhythm of my heart is beating like a drum, canticchio) e poi la Scozia è un posto di riflessione, avevo detto. Di riflessione, appunto, perché questa bellezza così libera fa quasi piangere.

North Berwick 9North Berwick 10North Berwick 11North Berwick 13North Berwick 15North Berwick 16North Berwick 18North Berwick 22North Berwick 24North Berwick 25Non mi resta che augurarmelo da me

saluti

 

“Io non voglio rubare”

Il biglietto è timbrato, ho sentito il bip-bip di senso positivo, altrimenti fa buup, ma lei non se ne accorge perché l’inchiostro è così poco che il documento di viaggio bisogna appiccicarselo al naso per vedere l’obliterazione. E così lo rinfila, e quello si lamenta.
Io questa signora la adoro perché nonostante i tanti anni, i tanti acciacchi e la stampella sorride sempre, come nemmeno tutti “noi” messi insieme riusciamo a fare, con le nostre 50 sfumature di ira / noia / indifferenza stampate in faccia dalla mattina alla sera. Per non parlare dei prego e dei grazie elargiti senza remore.
Mi ricordo ancora le risate che ci siamo fatti la volta che ha redarguito suo marito perché mi ha parlato in milanese.
- Non c’è problema, lo capisco.
- Ah, meno male. Lui ha ’sto vizio di parlare a tutti in milanese ma ce ne sono tanti che non lo capiscono.
- E se uno non capisce il milanese a Milano, son fatti suoi, risposi. E questo mi valse l’Oscar dell’approvazione.
Così glielo dico che ha già timbrato e le spiego pure dell’inchiostro fantasma e della luce verde che vuol dire che l’operazione è andata a buon fine.
- Davvero? E chissà quanti ne ho buttati via allora di biglietti. Devo fare solo una fermata ma io non voglio rubare.
Sto per aprir bocca e dirle che se si fa una fermata a scrocco si riprende solo un miliardesimo di quello gli altri hanno tolto a lei ma nemmeno arrivo ad aprirla di tanto così, colta da un senso di stima quasi reverenziale.
Se ne stampella giù a fatica alla fermata in una nuvola di grazie.
Io non voglio rubare. I pensieri si accendono intorno a questa frase. Inutile riportarli.