Moderni ruderi

Passavo via così, un po’ veloce un po’ rabbuiata, perché il sacchettino di pile l’avevo ancora lì, perché dare alla gente la possibilità di buttare pile e lampadine nello stesso posto sembra un meccanismo che richiede troppa intelligenza. L’impulso di buttarle in qualche cestino c’è stato ma non l’ho ascoltato. L’ho colta quasi con la coda dell’occhio, soffocata tra le macchine parcheggiate e alberi maltenuti. Ho continuato a camminare ma i pensieri si sono messi in allerta, però più lenti dei miei passi. Volevo tornare indietro e immortalare l’immagine ma ormai metà della strada l’avevo già fatta. Però ci sono tornata, allunghi un po’ di qui, svicoli un po’ di là, e da A a B ci arrivi lo stesso anche senza la retta.
Sembrano un simbolo dei giorni nostri, questi due ruderi così appaiati. La cabina telefonica morta ormai da anni, che tanto anche nell’epoca del suo massimo splendore funzionava di rado. Uccisa dai cellulari. Una delle migliori invenzioni in assoluto. Ma quel che seguì uccise i giornali e quindi l’edicola e quindi chi lavorava nell’edicola. E anche una gran quantità di cervelli.
Caserme dismesse paiono aver segnato il destino di questa via, come se chi abita lì, girato l’angolo, si meritasse di essere dismesso anche lui, costretto a sopportare senza un senso una cabina telefonica dai vetri fracassati e i resti sporchi di un’edicola.
Magari tra qualche centinaia di anni arriverà un Indiana Jones, ritroverà queste cose e ci studierà sopra per gli anni a venire, come si fa adesso con le piramidi. L’evoluzione dell’umanità. Ecco perché le lasciamo lì, disse il Consiglio comunale. Ah, ecco.

All’abbazia di Morimondo

Morimondo non è tanto lontano da Milano (A Sud-est di Milano, prendendo maldestramente in prestito A Ovest di Roma), eppure ha una “faccia” che non c’entra niente con la città. Non pare un prolungamento, ha una personalità a sé stante, che al primo sguardo è campagna e poi via via diventa sempre più personale, fino ad apparire come una specie di spaccatura temporale. Almeno dove sorge l’abbazia. Perché se poi esiste un paese Morimondo moderno non saprei, qui è come andare indietro di secoli.

Anche il freddo non c’entra con quello di Milano, è più intenso e sommato a quello interno degli ambienti del convento se ne esce rigidi come un corpo di secoli. Ma certo pieni del calore della storia.
L’intero complesso si può vedere solo con la visita guidata, e così eccoci ad attendere su questa piccola altura che appare strana, l’unica in chilometri di pianura, la cosa che mi colpisce di più insieme all’azzurro intenso del cielo che sbuca tra le finestre laterali della chiesa.

Il signore/guida darà presto una spiegazione. La chiesa è in gotico lombardo, la struttura più larga della reale facciata apparteneva a questo stile, le aperture sul cielo danno un senso di imponenza maggiore, anche a livello spirituale, e non hanno vetri così da poter spezzare la potenza dei venti. L’altura esisteva già, opera della sedimentazione del Ticino. Anche quello che avevo inteso solo come una decorazione ha un suo perché. I tondi incastonati nella facciata, i due gruppi laterali in basso posti a forma di croce, sono dei piatti in ceramica.

Non solo in senso figurato. Erano il segnale che lì i pellegrini e i poveri potevano trovare da mangiare. Al tramonto, l’ora più temuta da chi non ha casa e cibo, il sole batteva sulla ceramica che diffondeva così anche in lontananza bagliori di luce, un segnale appunto.
L’interno della chiesa ha la bellezza propria delle opere sobrie di questo periodo. I mattoni che compongono le colonne, realizzati anche con materiale caseario, sono ancora perfetti. Le colonne invece, anche se non si sarebbe notato senza la spiegazione della guida, hanno forme un po’ diverse, un altro segnale: ricordare all’uomo che solo Dio è perfetto.

Il coro ligneo è splendido. In questa bellezza così semplice l’altare stona come un corpo estraneo. Rifatto per volere di san Carlo nel 1573 e ulteriormente rimaneggiato nel Settecento, potrebbe fare una figura migliore in un altro contesto, lqui francamente risulta una brutta opera pesante e funerea nei suoi neri e argento.
Il convento è stato ristrutturato da non molto tempo secondo le regole conservative, ed è una specie di miracolo quanto sia rimasto se si pensa che fino agli anni ’80 è stato usato come abitazioni private. Gli ambienti sono tornati aperti come un tempo.

La guida non si risparmia nel descrivere il modello di vita dei frati che l’hanno abitato. Io non riesco a risparmiarmi su pensieri piuttosto mediocri del tipo: Dio, che vita d’inferno. Ora et labora senza soluzione di continuità. Uno dei tanti momenti di preghiera era previsto alle due di notte. Chi portava il lume lo passava a quello che palesemente si stava addormentando. Ho sempre avuto una particolare ammirazione per i frati, mi è capitato persino di invidiare loro la calma, il silenzio. Ora sono qui, ogni tanto devo battere i piedi e muovere le gambe perché il freddo è già arrivato all’ultimo livello: le ossa, e vedo me stessa svegliata alle due di notte e poi alle cinque… e poi chissà ancora quando, e rivedo un po’ le mie convinzioni.
Tutto è veramente interessante.

Riporto giusto quello che ha attraversato il tempo e rimane ancora tra noi. C’è una sala che si chiama capitolare, o capitolo, dove si riunivano i religiosi che avevano poteri decisionali, gli altri restavano fuori dalla sala, potevano solo ascoltare, da qui l’espressione Avere (o non avere) voce in capitolo.
Altre cose sembrano avere attraversato il tempo, questa volta più misteriosamente. Un paio di improbabili tv a schermo piatto.

Fuori è campagna e preparazione ai colori dell’imbrunire.

Guardo i campi intorno e mi prende un’altra botta di mediocrità. L’ora l’avrei scartato a priori, anche per evitare che fosse il priore a scartare me a priori, ma con il labora forse si sarebbe potuto fare. Io credo che a quasi tutti i cittadini gli piglia periodicamente il desiderio di voler affondare le mani nella terra, è un elemento estremamente più vicino all’essere umano di quanto lo sia il cemento. Ascolto la spiegazione delle marcite, l’acqua può essere utilizzata anche d’inverno perché essendo su un piano inclinato scorre via senza gelare sulle radici.

Le mie radici invece sono talmente ghiacciate che credo di non poter più distinguere bene le cose.

Ma è un gallo?, chiedo alla signora che chiude il gruppo con le chiavi in mano. Sì. Ma un gallo che vola così in alto? Non ho mai visto i galli su un albero. Certo che vola, non tanto, eh, ma fino a lì ci riesce. Mi guarda con quella bonarietà propria della gente di campagna, la stessa che si riserva a un somaro. Un po’ mi offendo perché io conosco la campagna. E poi mi sovviene: non ho mai visto un gallo nel pieno della sua esistenza perché mia zia detestava il loro canto, passasse alle sei del mattino ma alle tre di notte no, non era tollerabile, per tanto al primo accenno di esibizione il pollo aveva già il destino segnato.

Les fleurs du bien

A costruire una casa ci vuole almeno un anno, a distruggerla pochi minuti, una settimana, suppongo, se contiamo anche il tempo di posizionamento della dinamite. Anche per gli alberi è così. Persino un computer costruito alla velocità della luce da qualche asiatico si rompe con i pochi secondi di una martellata. Quindi distruggere è molto più facile che costruire. La cosa vale anche per i pensieri. Generare un pensiero propositivo, costruttivo richiede molta più capacità e tempo che abbattere le idee altrui. Anche la comicità spesso non si basa sulla costruzione di una battuta originale ma sul prendere di mira qualcuno. Pensare positivo costa, c’è anche il rischio di non riuscirci proprio, e quindi prevale la tendenza alla demolizione. La demolizione ha una connotazione negativa, restarne immersi contagia e incarognisce. Capita spesso anche a me di voler venire qui e attaccare a sproloquiare su qualcosa o qualcuno, la cosa il più delle volte mi diverte pure ma alla lunga non fa bene. E quindi oggi non lo faccio.
A me piacciono i fiori e così ogni tanto me li compro. Con le piante non sono molto brava, mi dimentico di dargli da bere, non capisco mai se vogliono il freddo o il caldo. Ho fatto morire anche l’erica, per quanto l’abbia amata e nutrita e messa all’ombra e dato una quantità industriale di acqua. Niente, ormai l’ho capito, quella sta bene solo nel Regno Unito, ha fatto la sua personale Brexit. Ma i fiori, li faccio durare anche un mese. Una volta sono tornata dove avevo comprato delle rose e con un sorriso gli dico: sa che hanno quasi un mese? Quello mi risponde: ma non venga a raccontarmele, figuriamoci se durano così tanto. Dimostrazione della teoria creazione/distruzione di cui sopra. Ci ho messo un mese per costruire quello che per me era un complimento e lui ci ha messo un secondo a disfarlo. Non parlo insieme ai fiori ma li guardo.

Di questi ho pensato: se ci vestissimo noi con questi colori sembreremmo dei pagliacci, guarda invece loro come stanno bene. E guarda il dentro, una perfezione assoluta.

Anche la natura a volte è incarognita forte e non è che è sempre colpa nostra, però quando ci si mette (secoli?) quanto è bella.

La gag dello schiaffo. Perché Lino Banfi può rappresentare l’Italia all’Unesco

Non sono un’esperta della filmografia di Lino Banfi ma è verosimile che anche lui abbia fatto la gag dello schiaffone. Quella in cui uno dice: guarda là! L’altro si gira e quello gli rifila una gran manata sul coppino. I nostri politici lo fanno in continuazione. C’è Salvini, quello “guarda i negher”, tiene banco coi negher, con le puntarelle con le acciughe, con la Nutella. E poi c’è l’altro, il Di Maio e le colonie francesi.
Il 40% sarà ancora lì a pensare perché se l’è presa con la boccetta targata Roger&Gallet che tiene in qualche parte del bagno (esagerazione da post? No, se qualcuno è arrivato a indignarsi perché hanno intitolato delle vie a Cesare Battisti, chiamiamoli con il loro nome: scemi). Il restante sarà ripartito su varie percentuali, due ai limiti opposti: 1) Finalmente qualcuno che fa ancora incazzare i francesi come Bartali. 2) C’è anche del vero, ma c’è modo e modo di dire le cose. Che facciamo, ritiriamo fuori gli obici? E comunque la Francia è un paese bellissimo e noi vorremmo continuare a farci avanti e indietro a nostro piacimento.
In ogni caso, la sostanza non cambia, intanto che tu ti giri a guardare le loro sparate, ti arrivano delle gran botte sulla noce del capocollo. E quindi Lino Banfi può rappresentare l’Italia all’Unesco.

La mostra A Visual Protest, Banksy sbanca

Mi è bastato un unico disegno per restare folgorata da Banksy. Non potevo quindi mancare questa mostra al Mudec.

Perdo un po’ la strada, poco male, c’è sempre qualcosa di interessante da vedere.

Perché Ermenegildo Zegna abbia voluto questo cane di pietra nella sede dei suoi uffici di via Savona non lo so, ma mi piace molto. Credo che chi l’ha fatto abbia un cane perché queste creature si mettono proprio così quando sono stanchi di correre, o stanchi di stare ad ascoltare le nostre baggianate.
Via Stendhal, non è che ci penso, sarà ovviamente “quello lì” de Il rosso e il nero. Ma poi vedo questa targa e il dubbio mi viene.

A ricordo di Emilio Zari (Stendhal) Partigiano immolava la sua giovine vita per una patria più giusta e più libera
Milano 17-4-1922 Chiusavecchia 4-2-1945

Non sta bene tutta sbiadita così, dovrebbero restaurarla, a maggior ragione se si considera che siamo in una zona “restaurata” e diventata distretto del design. Glielo dobbiamo a queste persone. Lo Stendhal della via è veramente lo scrittore, per cui potrebbe essere che questo giovane fosse nato in questa strada, da qui il nome di battaglia. È un peccato che non si possa sapere con certezza, cerco di rimediare almeno in parte a queste “sbiaditaggini” con un link: https://www.bellaciaomilano.it/mnemoteca/targhe-e-monumenti-commemorativi/Evento/602-zari-emilio-stendhal.html

Le opere di Banksy sono contro: il copyright (dissento), la guerra, il consumismo (splendido il leopardo che si libera dalla gabbia del codice a barre), la logica del consumismo applicato all’arte. Ciò che lui sostiene è che l’arte è diventata un oggetto da possedere e da esibire come una qualunque altra cosa. Se si riferisce all’arte contemporanea, concordo in pieno. Non sborserei nemmeno un euro per la gran parte delle opere odierne a meno che non avessi la certezza assoluta di poterle rivendere quadruplicate nel giro di qualche anno. E se fino a qualche mese fa ritenevo che questo fosse dovuto alla mia personale avversione per questi pseudoartisti, leggendo un’intervista a un critico d’arte ne ho avuto invece la conferma: diceva che se si prendono i cataloghi delle esposizioni di una decina di anni fa, la maggior parte degli artisti presenti sono già spariti nel nulla, proprio perché si applicano le leggi del mercato al consumo. Mi riesce al contrario più difficile immaginare che Banksy veramente ritenga che i Girasoli di Van Gogh siano shit, preferisco pensare che il suo dipinto che riporta la frase I can’t believe you morons actually buy this shit sia solo la contestazione, condivisibile, per i 22 milioni di sterline a cui sono stati venduti.
L’idea che abbiamo sempre avuto nei confronti dell’Inghilterra come patria delle libertà e di un certo benessere ne esce pressoché distrutta. Banksy sbeffeggia la borghesia, il punk su su fino alla regina. Passando naturalmente per il suo sostegno alle manifestazioni contro l’adesione del Regno Unito alla guerra del Golfo del 2003. Certo, vedere in un filmato il democratico Tony Blair che con un idrante cancella con un sorriso soddisfatto uno suo graffito un certo effetto lo fa.
E poi ci sono i topi, quasi la firma di questo artista nato a Bristol (città a lui molto meno ostile di Londra che lo ha compreso e quindi adeguatamente celebrato fin dal principio). Animali che l’umanità detesta da sempre, per cui prova repulsione, che vivono al buio, nascosti nei meandri, cacciati da sempre eppure mai estinti e che, in caso di guerra nucleare, ci sopravvivrebbero. I topi sono la metafora dei writers. Man mano che procedo nella mostra, avverto una sensazione di mancanza che riesco a inquadrare solo giunta nella sala delle proiezioni (una delle due). L’arte di Banksy non può essere avulsa dall’ambiente esterno. I suoi disegni, stencil per lo più, perché più veloci da realizzare visto che lo braccano da sempre, hanno pieno senso solo se visti nel contesto in cui li ha realizzati. Prendono potenza dal luogo in cui stanno e a cui restituiscono la medesima potenza. Il mondo che gira loro attorno, le persone, gli animali che si muovono davanti entrano a far parte dell’opera d’arte e l’opera d’arte si rafforza tramite loro. Questa è la sensazione di mancanza che sentivo: i quadri di Banksy non sono quadri e non puoi quindi rinchiuderli.
A written protest for A visual protest: 14 euro sono troppi, soprattutto considerando che è una Unofficial Exhibition.
Quando si esce da una mostra, anche una di questo tipo dove l’arte è contestazione, pensiero, spesso un pugno allo stomaco e non bellezza fine a se stessa, una cosa è certa: dopo un’immersione nei colori sembra che il cervello abbia riacquistato una maggiore capacità di percepirli, fosse anche solo un edificio rosso che si staglia contro un tramonto.