Sono un po’ stanchina

Se facessero una legge che rendesse obbligatoria l’eutanasia, io mi attaccherei al tuo letto per proteggerti da tanta follia.
Se io ti dico basta, questa pseudovita non la sopporto più, tu mi dici che non importa, perché la vita non appartiene a me ma a dio. Posso obiettare che io e te non abbiamo lo stesso dio, o magari sì ma che non è stato lui a inventare le macchine a cui sono attaccata e finché quelle macchine non c’erano, il problema se vivere o solamente esistere non si poneva. Ma tu continui a impormi la tua volontà, nemmeno se ti dico ti prego, nemmeno se ti dico non costringermi a mettere in piazza il mio dolore e la gente che mi vuole bene. Tu diventi il dio che dice Sia fatta la mia volontà, ma io e te siamo uomini, non dei, io lo so ma tu no. Io non concepirei che qualcuno si mettesse in mezzo tra te e la tua scelta di restare. Tu no, tu non hai rispetto di me. Io inorridirei, tu giudichi. Lo Stato non può uccidere, dici, ma lo Stato uccide mille volte nelle fabbriche che inquinano, nell’amianto, nelle discariche legali e abusive, uccide una prima volta e uccide ancora quando non permette che nascano ospedali proprio là dove ha colpito di più.
Ogni tanto si pensa di essere nel futuro perché si scopre un pianeta che sta a 40 anni luce dalla Terra, perché un robot sta diventando quasi umano, ci si illude di aver posto fine a questo eterno Medioevo che invece non finisce mai. Che torna sempre in questa ipocrisia vestita da morale, in quest’assenza di raziocinio.
Sono un po’ stanchina… direbbe una Forrest Gump al femminile, di questo sentirmi sempre superiore a chi dovrebbe essere superiore a me.

Marco Dambrosio – Makkox, Gazebo 27/2/2017

Perché ci vuole orecchio

Per chi pensa che gli asini volano nel ciel… Du du du du du.
Per chi non ha mai smesso di ridere, neanche novant’anni dopo.
Per chi si saluta ancora con un arrivedorci.
Ma soprattutto per chi ha gridato allo scempio degli ultimi orribili ridoppiaggi, l’occasione è quella giusta. Per scoprire tutta la storia del doppiaggio della lunga carriera di Stanlio e Ollio vediomoci alla Manifattura Tabacchi, viale Fulvio Testi 121, Milano, Venerdì 17 febbraio alle 17.00.

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Il racconto nasce da frammenti di conversazioni umane che si sono succedute in poche ore con il medesimo concetto: tu chiamale se vuoi non-emozioni; ogni riferimento a cani esistenti non è puramente casuale.


Sono libero

Ad alcune persone piace la quotidianità. Avere gli stessi orari, fare le stesse cose. Qualcuno ha addirittura bisogno della quotidianità, cenare cinque minuti dopo della stessa ora li mette in ansia, li fa arrabbiare. Si attaccano alla quotidianità come un naufrago a un relitto. Io invece vorrei una vita come le onde. Le onde non sono mai uguali. Più alta o più bassa, più bianca o più scura, un ricciolo qui, una cresta complicata là. Ma io sono uno scoglio, sono fermo ma vorrei vederle, così belle, così diverse. Ma le onde non arrivano o arrivano raramente. Sono uno scoglio asciutto e a volte vorrei piangere. Perché odio la quotidianità, non riesco a trovare un senso.
A volte i muri sembrano chiudermisi intorno, c’è soffocamento, e ti viene voglia di buttare anche le cose che hai sempre amato per far spazio all’aria. A volte anche le persone che hai sempre amato. La noia è qualcosa che uccide l’anima, i muscoli e i nervi. Invidio la gente che ama la sua quotidianità, che ama la sua città e il suo mondo l’ha già trovato lì, io non ho mai trovato niente lì, niente mi è mai stato sufficiente.
Quando la noia mi ha quasi preso tutto, progetto di andarmene. Però è difficile, nessun treno ti porta abbastanza lontano e comunque devi tornare. E comunque anche viaggiare comporta un dispendio di energia nei preparativi. Ci vorrebbe il teletrasporto. O dovresti essere un animale, niente passaporto, valigia, albergo. Ho sempre pensato che vorrei rinascere gabbiano. I gabbiani stanno al mare, non sono buoni da mangiare e quindi nessuno li caccia, anzi, mi paiono amati da molti, forse perché nessuno è tanto libero quanto loro. E poi hanno quello sguardo strano: i gabbiani se ne fottono di tutto.

Sento un macigno. Non è quell’apparato di buchi e circuiti che ci riempie, sono due mani piatte contro il mio petto, dentro. Premono senza sosta, senza strappi, in una spinta uguale e continua. Il mio respiro non riesce più ad allargarsi abbastanza. Devo andare. Prendo quel poco che mi basta per poco meno di una giornata. Non posso scegliere il mare, dio solo sa quanto lo vorrei, ma è troppo lontano. Basta un po’ di quel che si vede in lontananza, basta avvicinarsi, un’ora, due, ed è un po’ montagna. Vado dove il prato finisce e guardo lontano. Sento il vento, non è tanto forte ma chiudo gli occhi, apro le braccia come ad aprire una via perché quelle mani smettano di farmi pressione. Ho bisogno di respirare. Le mie vere mani hanno appena raggiunto il massimo, sfiato. Come se avessi espulso qualcosa, mi preparo a respirare tutta l’aria che ho perso in quelle ore, in quei giorni di noia. Dietro gli occhi chiusi ho ancora l’immagine delle montagne bianche davanti e di qualcosa sotto, doveva esserci molto di umano lì sotto, ma io sto scappando dalle cose dell’uomo. Capisco in un istante che non ho espulso fiato rappreso, ho espulso la mia anima. Un decimo di istante dopo sento un piede scivolare. Ho ancora le braccia aperte e gli occhi chiusi, so solo questo e poi più niente.

Riapro gli occhi. Mi sento strano. Mi sento nudo eppure caldo. Ho un corpo ricoperto. Sorrido, forse ce l’ho fatta, forse sono piume, forse sono un gabbiano. Guardo in alto e vedo una montagna. Ero in montagna, sono ancora qua? No, è diversa. Provo a sollevare un braccio, no, è un arto ma non è un braccio, è un’ala, la agito, non è un’ala. Stupida anima mia, mi hai tradito ancora una volta. Un’ombra offusca il sole sopra di me, un’ombra piccola. È un piccolo uomo. Qualcosa nella mia mente: bambino, si dice bambino. Quanto tempo è passato da quando non ho fermato il piede? Non lo so, forse abbastanza per dimenticare qualche parola umana. Il bambino mi prende con delicatezza un arto, apro qualcosa di morbido sulla sua manina, è una zampa.
- Che cosa hai fatto, idiota?
- Mi stai insultando ancora una volta.
- Non ti ho mai insultato.
- Ok, ma nemmeno mi hai mai accettato.
- Non sapevo neanche che tu esistessi.
- Quando mi facevo sentire tu non capivi e non facevi altro che scappare. Scappavi anche quando non te ne andavi, giravi intorno di stanza in stanza, scappavi nel pc, nel tv, facevi cose stupide.
- Ero solo un uomo.
- E anche questo è vero.
- Volevo solo essere libero.
- Ma eri un uomo, non potevi essere libero.
- E tu, imbecille, mi hai messo dentro un cane.
- Tu hai sempre amato i cani. E comunque mi hai insultato di nuovo.
- Sì, li ho amati tanto. Ma i cani sono come gli uomini, non sono liberi.
- Non ti ho portato via la mente, puoi ancora scegliere.
- Mente e anima non sono la stessa cosa?
- Hai intenzione di complicarti ancora la vita con queste minchiate da uomo?
- Dio ce ne scampi.
Mi sento sollevare, il bambino ha deciso che mi porterà via con sé. Ohibò, altro giro altro regalo, penso in quella testa pelosa che l’idiota mi ha confezionato su misura. Però il sole che se ne è andato ha lasciato un’aria troppo fresca e il corpo del bambino è caldo. Adesso mi mette giù, devo essere troppo pesante per lui. Non sdraiato, non in braccio, per la prima volta mi rendo conto del nuovo me stesso. Su misura, l’idiota non ha confezionato niente su misura, ho il corpo di un quasi pastore tedesco su delle zampe da bassotto, e pure storte. Penso di insultarla ancora una volta, ma quella mi precede (e che scoperta, si riesce mai a nascondere qualcosa all’anima?):
- Cosa pensi di Brad Pitt?
- E che devo pensare? Prima ci ha sfracellato i maroni con Angelina Jolie e poi si sono mollati.
- Intendo dire, cosa pensi di lui come uomo. Lo trovi bello?
- Un bello senz’anima, e comunque io ero un uomo, non mi interessava un granché.
- Giusto, quasi lo dimenticavo. Allora, che ne pensavi di Jennifer Aniston?
- Che era più bella e più simpatica di Angelina Jolie.
- Ok, e ti faceva tenerezza?
- Be’, quando lui l’ha mollata sì.
- E dopo?
- E perché avrebbe dovuto farmi tenerezza?
- Ti faceva altro, giusto?
Sorrido con la mia bocca da cane: Sì, direi che mi faceva altro.
- Ed ecco quindi perché ti ho fatto deforme. I cani deformi fanno tenerezza.
- Ma vaff…

Il bambino ha una casa, dei genitori, dei nonni, degli zii, degli amichetti e tutti mi fanno festa. Da qualche giorno ripetono la parola biscotto. Pensavo fosse il loro cibo preferito o che fossi destinato per il resto della vita a mangiare macinatura di ossa di mucca a forma di biscotto, invece ho capito che mi vogliono chiamare così, Biscotto con la B maiuscola. Dio, c’è da dire che se mi avessero chiamato Axel o Zagor avrei avuto un’altra dignità, ma non ho più il problema del codice fiscale. Ho iniziato ad amare il bambino e tutto il suo giro di gente. Sono felice, ma non troppo. So come finiscono queste cose. La stessa casa, la stessa gente, le stesse passeggiate alle stesse ore. Forse non sentirò più due mani premermi dentro ma ci sarà qualcos’altro. Forse sbadigli di cane annoiato, di quelli che ti squarciano il muso quasi di un giro intero, tiri indietro le orecchie e butti fuori aria di carne in scatola per cani, poi appoggi il muso sulle zampe davanti e gli occhi diventano tristi e languidi. Agli umani piace, gli scatta quell’impulso di venire lì a stringerti tra le braccia, baciarti, quasi consolarti e così ti distolgono dalle tue meditazioni, o dal tuo pisolo. Ti verrebbe voglia di dargli un morso se non fosse che in questi casi può scapparci anche un pezzo di pollo o una bella fetta di crudo di Parma.

Ho visto una strada, va in discesa. La prendo, vado. In lontananza blu. Resto fermo a guardare, quando ero un uomo sapevo che i cani vedono i colori in maniera diversa e io non voglio restare deluso. L’uomo deve avere sempre tutto sotto controllo, così quando non sa le cose se le inventa. Io vedo blu. Il mare finalmente. Quella si fa risentire: Se quel giorno avessi deciso di andare al mare, forse ti avrei portato dentro un gabbiano.
Resto in silenzio un po’, poi le parlo, questa volta in tono affettuoso: Non importa. Eri con me su quella strada?
- Certo.
- Quella strada scende dalle montagne al mare e poi ritorna su, dal mare alle montagne, e in alcuni tratti sembra che l’uno si fonda con le altre. Nessun rombo assordante, nessuna puzza di auto, solo gente felice di essere in un mondo altro che cammina con me e mi sorride e mi accarezza. Non può esserci mai, mai noia in tutto questo, ché ogni giorno è diverso dall’altro.

Ho fatto il bagno, mi sono rotolato nella sabbia e poi sono tornato su. Ma non voglio tornare dal bambino, lo amo e non voglio odiarlo quando la consuetudine sembrerà volermi uccidere, ancora una volta, e so che succederà. Ho visto una porta in quel paese, è diversa dalle altre. Si apre e si chiude in continuazione, la gente va e viene e io ne posso approfittare. Entro. C’è un ragazzo che mi sorride, in un angolo un uomo che mi guarda strano. Il posto è pieno di odori: tabacco, profumi e carta, forse anche un po’ di caffè. Io faccio che mi piazzo, vediamo cosa dicono. Arrivano altre persone, ma da un’altra porta. Mi guardano con simpatia, anche l’uomo adesso mi sorride. Mi fermerò un po’, li amerò quanto amavo il bambino, quanto forse amerò altri. Li amerò tutti, sempre, ma li difenderò dalla mia anima, così inquieta, così temeraria, così piena di vita.

“…che udir con gli occhi è finezza d’amore”

04-raccortiUn signore ripiega il giornale e lo appoggia sul tavolo.
- Ma che fa, lo legge e non lo paga? sussurro.
Due occhi scuri si girano a guardarmi. Credo di vedere un 10% di calma rassegnazione e un 90% di pazienza, bonaria, quasi inesauribile. Ma non do il tempo di rispondere:
- Ma almeno compra un pacchetto di sigarette, di cicche, una ricarica del telefono, che so?
Non ricordo la risposta, forse è no. Si legge il giornale e se ne esce come è venuto, come se fosse una biblioteca e non un esercizio commerciale. Non ricordo la risposta perché la mia mente aveva riportato a galla un vecchio ricordo, una candid camera di Nanni Loi. L’attore faceva lo stesso, andava ai chioschi delle edicole, prendeva un giornale e se lo leggeva. Diverse reazioni, quella che resta nella memoria è l’edicolante milanese, che allunga il braccio fuori dal suo buco e intima: Te paghet puntini di sospensione, non è una domanda e neanche una minaccia, è quasi una lezione: paghi e poi puoi leggerti il giornale. Che è poi quello che avrei fatto io. Ma lui no. Poi leggo questo racconto e credo di capire. Io non ho un particolare interesse verso gli sconosciuti, forse perché non ho un negozio e quindi gli sconosciuti sono le centinaia di persone che mi si muovono intorno senza viso, senza occhi, di solito senza voce, ché la musica la uso anche per quello, per isolarmi, nei percorsi dal punto A al punto B che mi separano dai conosciuti. Poi sì, qualche eccezione c’è sempre, però io non ho occhi. Lui sì, per indagare, per conoscere o solo per immaginare e costruire una storia, perché a lui la gente, o come direbbe Loredana la gggènte, piace.

A LOREDANA SARRICA, SPEAKER DI RADIO 1
di Sabato Cuomo

…avresti dovuto vedere com’era bella, Loredà. Aveva un copricostume-vestito, cioè uno di quegli abiti di tela che ti servono per metterli sopra il costume quando vai al mare, ma che volendo ci puoi anche uscire, anche di sera con uno scialle sopra, o con uno di quei bei foulard sulle spalle. Un copricostume lungo, nero, con le spalline sopra le spalline del costume nero anche quello. Aveva unghie curatissime con uno smalto rosso. Aveva lunghi capelli neri e occhi neri, profondi. Sembrava la figlia di Claudia Cardinale. Si muoveva tra i giornali cercando qualcosa: in vero due li aveva presi, e li teneva su un braccio come si tiene un neonato. Lei cercava ancora, io sbrigavo un cliente e la guardavo, sbrigavo un altro cliente e la guardavo facendo attenzione a che lei non mi notasse, perché se se ne fosse accorta si sarebbe offesa, avrebbe interpretato — a ragione, senza dubbio — che io avevo paura che lei si fregasse i giornali e fosse scappata, mentre invece io, a una come lei, le avrei detto vieni dietro al bancone, prendi il cassetto con tutti i soldi, prendi perfino le mie sigarette e l’accendino, che io ti accompagno pure fuori, ti accompagno alla macchina, e ti apro lo sportello con un inchino. Mi piaceva pure come si muoveva: gesti e movimenti riservati, come quelle donne che vanno a sentire la messa in Piazza San Pietro, che hanno preferenza a nascondere il proprio corpo. Comunque alla fine arriva al bancone, e vedo i giornali che ha preso, che non sono i migliori ma oggi è mercoledì e le cose buone arrivano proprio il mercoledì pomeriggio. Prende pure Vivident Xilit  tipo verde. Io scarico tutta la mia signorilità, tutto il mio aplomb:
«Mi scusi, stava cercando qualcosa in particolare?»
«Veramende io starei a scercà ntimità e confidendze».
Che delusione, già per i giornali che ha comprato ma soprattutto per quell’accento sgradevole, improponibile. Mio nipote, fulminato anche lui:
«Di dove sei?» (del basso Lazio, idiota!)
«Veramende, io starei in provinscia di Frosinone».
Mi sono alzato, avrei potuto lamentarmi ma non l’ho fatto, avrei potuto sbattere il cassetto ma non l’ho fatto, me ne sono andato in un angolo dietro al negozio, a pensare. A pensare che è stato bello sentire la tua voce.