Ottobre rosso, ma anche arancio e giallo…

In questo ottobre anomalo per il caldo, due giorni di colori intensi.
Rampicanti rossi che si intrecciano agli alberi, da lontano sembrano una cascata di fiori.

Milano 29-10-17La sera il cielo esibisce potenza.

Milano 29-10-17 1Milano 29-10-17 2Milano 29-10-17 3Dico di quest’ultima foto che sembra un Van Gogh, poi sentirò che altri parleranno dell’Urlo di Munch e di impressionisti. Già, questo cielo di Milano del 29 ottobre 2017 rimbalzerà per tutto il web abbastanza da arrivare anche in tv. Sfortunatamente non siamo dei privilegiati, gli esperti smorzeranno un po’ gli entusiasmi spiegando che è stata una combinazione di umidità e, soprattutto, polveri.

Questo autunno deve essere visto, bisogna proprio buttarcisi in mezzo. Me ne vado a cercarlo là dove prende il romantico nome di foliage. Arrivo a Domodossola e prendo il trenino della Vigezzina Centovalli, che arriva fino a Locarno. Ci sono i treni panoramici col supplemento di 1,50 euro e poi gli altri. Certo, il panoramico è più elegante ma va bene anche l’altro, se non è affollato si vede molto bene. Lo spettacolo dei gialli era già iniziato sul treno Milano-Domodossola, dal lago Maggiore in su, con questo trenino ci si tuffa proprio in mezzo.

Vigezzina Centovalli 1Vigezzina Centovalli 2Vigezzina Centovalli 3Vigezzina Centovalli 4Vigezzina Centovalli 5Vigezzina Centovalli 6Mi fermo a Santa Maria Maggiore, in Valle Vigezzo,

Santa Maria Maggiore 1Santa Maria Maggiore 2dove c’è il Museo dello spazzacamino, aperto solo il sabato e la domenica. Una figura che si trova anche su altri palazzi.

Santa Maria Maggiore 5Santa Maria Maggiore 3Santa Maria Maggiore 4Santa Maria Maggiore 6Santa Maria Maggiore 7

Santa Maria Maggiore 8Santa Maria Maggiore 9

Santa Maria Maggiore chiesaSanta Maria Maggiore 10Fosse stato inverno, un po’ mi sarei inquietata…

Santa Maria Maggiore 12La Valle Vigezzo è chiamata anche Valle dei pittori. Proprio qui a Santa Maria Maggiore c’è la Scuola di belle arti Rossetti Valentini. Il monumento che li celebra:

Santa Maria Maggiore 11Santa Maria Maggiore 14Santa Maria Maggiore 15Santa Maria Maggiore 16

Commedia in bianco e nero in anticipo sui tempi

ClunyLa commedia è un genere che difficilmente comunica grandi messaggi, tutt’al più veicola sentimenti edificanti, spesso al limite del melenso. Alcune però entrano nella storia del cinema, per le battute esilaranti, per la bravura degli attori, perché ci piace perderci in vestiti spumosi e cappellini. Potrei citarne solo qualcuna: A qualcuno piace caldo, Vacanze romane, Colazione da Tiffany, Arsenico e vecchi merletti, Cappello a cilindro. E poi ci sono quelle che tra una battuta e un voile un messaggio lo buttano lì. Non si dimentica: «Comunque non avrebbe funzionato, cara. Tutti quanti avrebbero detto: “Che democratico quel Larrabee a sposare la figlia di un autista!” Ma avrebbero detto la stessa cosa di te? No. La democrazia può essere molto ingiusta, alle volte, Sabrina. E nessun povero è mai stato detto democratico per aver sposato un ricco». (Sabrina).

Così vedo questo film qui del 1946, Fra le tue braccia, di Ernst Lubitsch. All’inizio non sembra essere un granché, la mia fedeltà alla visione insiste forse più per la mia passione per i film datati che non per un reale interesse, Jennifer Jones non è la Greta Garbo di Ninotchka, troppa enfasi a volte un po’ irritante. A poco a poco però le battute iniziano a diventare irresistibili, la nobiltà inglese ne esce a pezzi, frantumata in un quadro di demenzialità. Abituata a vivere in un mondo suo, solo lì può mantenere dignità, se si confronta con altri cade nel baratro nel ridicolo. La servitù è ancor peggio. Vive di luce riflessa, si atteggia come i padroni manifestando un conservatorismo ancora più forte del loro. Sul fondo, quasi appena accennato eppure con un suo spazio preciso, il dramma di Hitler. Lubitsch non risparmia neanche la borghesia, ossequiosa con la nobiltà, altezzosa verso i ceti inferiori. Qui è rappresentata da un farmacista noiosissimo, avanti con gli anni ma alla mercé di una madre-padrona che si esprime solo a colpi di tosse. Quando la povera Cluny Brown sembra ormai destinata a sposare il tedioso farmacista, ecco il colpo di scena. Lo scarico del lavandino si ottura proprio nel bel mezzo della festicciola di compleanno della madre afasica, che per la giovane protagonista vale anche come approvazione definitiva per il suo ingresso in famiglia. Il rumoreggiare dello scarico è vissuto come una cosa disdicevole, ora sdegnosamente da ignorare, ora quasi oggetto di onta. Ma lo scandalo sarà lei che, nipote di un idraulico, sente irresistibile il richiamo del tubo gorgogliante. Come ritrovando se stessa, balza in piedi, si arrotola le maniche e si dirige decisa al bagno, seguita solo dal bambino che è l’unico della combriccola a poter essere definito umano. Tra colpi metallici e rumori imbarazzanti, si legge già sul volto di tutti che il verdetto non le sarà favorevole: un uomo di buona famiglia non potrà mai sposare una ragazza che ama fare l’idraulico. Per Cluny sembra che l’unica scelta possibile sia quella di andarsene, lasciare un posto dove il moralismo trasversale ad ogni ceto non le lascia scampo, sebbene lei sia solo un’anima candida. Ma le commedie non sarebbero tali se non ci fosse il lieto fine. E dunque arriva l’altro protagonista, il rifugiato polacco Adam Belinski (Charles Boyer), che per tutto il film si è fatto beffa di tutti ma tanto elegantemente da essere messo sul piedestallo. Quello che dice a Cluny suona più o meno così: che cosa te ne fai di un uomo che non ti lascia essere te stessa? Vuoi aggiustare tubi? Ti comprerò un’intera fabbrica di tubi. Il finale è ancor più lieto di questo, perché in realtà è proprio la personalità di lei, finalmente lasciata libera di agire, che sarà per lui fonte di ispirazione, ed è qui che mi scatta il pensiero. Siamo nel 1946 e questo è un messaggio che guarda avanti, molto avanti, un balzo enorme: lascia che una donna sia quello che vuole essere.

Tra satrapi hollywoodiani, maschili mine vaganti senza più bussola, ma anche piagnucolose Boldrini (io sono la presidenta, ahee, Kill Italian Vol. 1), supermammelysoformfacciotuttoio, patetiche oche tirate a lucido col silicone, mass media a cliché (la ministra ma il suo tailleur, la poliziotta ma le sue mani curate, è intelligente ma è bella, Kill News Vol. 2) quasi quasi è meglio tornare nel ’46.

Silenzio e musica. Caso di duplice omicidio in riva al lago

Vai al supermercato e fai la spesa, che altro potresti fare in questi luoghi? E “avverti” che c’è qualcosa, una presenza che quando è continua diventa assenza. È musica. Che musica? Non lo so, sto cercando il detersivo. Entri in quei negozi tipo H&M e la presenza è così forte che desideri l’assenza. Musica discutibile, sparata talmente alta che non sai neanche più cosa stavi cercando e nemmeno ti interessa più, tanto è il desiderio di uscire da quel baccano infernale. Vai a bere qualcosa e vorresti scambiare due chiacchiere ma devi urlare perché la musica sovrasta i tuoi pensieri. Se volevo star zitta e sentire musica andavo in discoteca. Per la musica dei luoghi commerciali sono certa ci sia dietro un gran studio di marketing, dove voglia andare a parare non lo so e neanche mi interessa. Sembra paradossale, ma nell’epoca in cui tutto è individuale, ecco che la cancellazione totale del silenzio e la contemporanea rovina della musica diventano un’imposizione calata dall’alto sulla massa inerme. Se voglio ascoltare musica ho le mie cuffie perché la musica non è di massa, quello che piace a me può non piacere a te e mai è esistito un genere musicale che possa piacere a tutti. E poi la musica non è un sottofondo, non un riempitivo. La musica è importante. Così come il silenzio. E però ’ste cose te le impongono, come sovrapprezzo a tutti i rumori molesti che ormai si è costretti ad accettare. Non è vero che ti adegui, qualcosa in te continua a voler urlare: Silenzio!

E poi un giorno scopri che c’è qualcuno che è andato oltre, oltrepassando l’assurdo, e ti verrebbe voglia di prenderlo per il bavero e urlargli in faccia: Perché lo fai? Aspetta aspetta, com’era? Perché lo fai, disperata ragazza mia? Ecco cosa vorresti fargli: chiuderlo in una cella per due giorni con Marco Masini in ciclo continuo, era lui quello del “perché lo fai?”. In fondo, sarebbe solo la legge del contrappasso.

Sono lì che guardo una fontana (zampilla su, zampilla giù, sfrissh, sfrossh, più o meno, onomatopeico, studiatelo tu uomo della copertura totale), dietro c’è il lago (sciabordio, sciacquio). In un raro momento di assenza di rombo di auto mi giunge una musica, penso sia qualcuno fermo in macchina con la radio. Mi volto, nessuno. Sfrissh sfrosssh. Musica. Mi volto, nessuno. Alzo lo sguardo e non ci posso credere. Sulla rotonda svettano altoparlanti. Ma poiché a ragione si dice che al peggio non c’è mai fine, scopriamo strada facendo che questo è un comune “radizzato”. Passi sotto un bel tratto ricoperto di rampicanti, ti aggiri per le strade e senti musica, la loro musica ovviamente. S-concerto.

E allora io alla Giunta comunale di Arona dedico alcuni brani tratti da La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio. Perché lo faccio? Perché se allora come adesso il silenzio se ne fosse andato, morto, kaput, un sacco di cose non sarebbero mai state pensate, meditate, scritte. Questa poesia non sarebbe mai stata scritta in uno stramaledetto comune “radizzato”. E se insieme vi arriva anche un Mas, pazienza, vi suoneremo un inno di fanfare.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale…

E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!