Genova 2 – Staglieno

Il Cimitero Monumentale di Staglieno a Genova è un po’ l’omologo del Cimitero Monumentale di Milano: un museo a cielo aperto. Converrebbe quindi andare preparati, oppure affidarsi direttamente a una visita guidata. O ancora, e perlomeno, studiarsi la piantina all’ingresso. Ma questo non è un blog di approfondimento culturale, lo chiamerei emozionale. Non c’è flusso di dati e date ma di pensieri. E di informazioni di servizio magari. Il cimitero si raggiunge con vari autobus, io ho preso il 34 da Brignole, che una volta lasciate le zone più note mi ha immerso in una Genova sconosciuta. Salendo, ma dolcemente, non come quando mi sono ritrovata avvinghiata al sedile di fronte perché a mia insaputa aveva attaccato ad arrampicarsi per strade impervie e strette su fino a Sant’Ilario, sferzando bouganville che altere resistevano però agli attacchi e affiancandosi con precisione da geometra a macchine in sosta e viaggianti. Non sempre la precisione è proprio al millimetro, e infatti frequentando Genova ho esercitato l’occhio del turista-non turista: 1) non ricordo di aver mai visto un carrozziere: rimettere a nuovo la vernice di un’auto qui sarebbe del tutto inutile. 2) Se gli autobus sono quelli piccoli, sicuro che vi portano in qualche stradina da far drizzare i capelli. Comunque, il 34 è uno di quelli piccoli ma i miei capelli restano al loro posto sotto il cappello. Staglieno è sulle alture interne, al centro della città un po’ verso Levante. Il mare non si vede, sostituito da montagne non tante alte che hanno ancora spazi liberi. Scendo dal lato opposto al cimitero, la strada fiancheggia un grande letto di fiume. Resto a guardarlo, chiedendomi se quell’innocuo e grazioso rivoletto è uno di quelli che ormai ogni anno si gonfia all’inverosimile e furiosamente si trascina dietro ogni cosa. È lui, il Bisagno. Come a dire: da qui, potrei scaraventarti direttamente in quello che c’è dietro alle tue spalle.

Staglieno è enorme, fatto di lunghi porticati da cui talvolta partono scale in discesa, distribuiti sui piani di altura. Al centro altre tombe, senza monumenti o con quelli meno preziosi. Non ho ancora capito se la scultura è una delle espressioni che amo di più, ho l’impressione che sia così. Ne sono affascinata come di fronte a un mistero, come se della pittura fosse più facile capire che è stato possibile farla, con un talento fuori dal comune, certo, ma è qualcosa che nasce su materiali lisci, piatti, cancellabili, dove nessun errore è irrimediabile. Ma da una pietra che non si spezza o si sbriciola proprio quando non deve, come fa una scalpellata a toglierne occhi, mani, corpi? Me lo stava spiegando una volta uno che se ne intendeva, ma volutamente non l’ho ascoltato più di tanto. Non voglio più riprovare quel dolore di perdita incolmabile che ho sentito quando ho scoperto che il Gesù Bambino dei doni non esisteva.

I soggetti dolenti, senza consolazione, le Maddalene, la bimba mi commuove,

il dolore di un gesto ancora di protezione per un corpo che non ne ha più bisogno,

la Madonna che regge il corpo di un soldato appare speranza per una morte senza senso,

i drappeggi in scultura potrebbero inchiodarmi per ore,

la signora che non ha nulla né di dolente né di senza vita, direi piuttosto alquanto conturbante, mi fa sorridere.

Il soggetto delle porte che ricorre, le porte del Paradiso?

Non solo immagini sacre, molti hanno quella di loro stessi a far da guardia su se stessi. Che siano stati loro a volerlo? Che sia stato chi è rimasto a volere che le sembianze restassero per sempre?

O la ragione della loro vita.

Sembra un crescendo,

ed ecco che lo faccio, prima le sfioro e basta e poi le tocco, quasi le abbraccio, tanto non è un museo e nessuno mi abbaierà di tenere giù le mani. Fare le foto è difficilissimo: il sole filtra tra le colonne creando lampi di luce e ombre fitte.
Avevo visto un piccolo cartello indicatore: Tomba di Mazzini. Torno a cercarlo ma il cartello non è seguito da altri. Provo a chiedere alle poche persone che ci sono, qualcuno mi dice “su dove ci sono i protestanti”. Da che cosa li distinguo i protestanti, di grazia? vorrei domandare. In sostanza, pare che della tomba di Mazzini ai locali non importi molto. Ma mi sento in colpa, questo non è un museo, loro vengono per i loro cari, perché dovrebbero sapere dov’è Mazzini?
Nella ricerca del Mazzini, non posso evitare di fare ciò da cui mi ero trattenuta fino a quel momento: “rubare” una foto della foto. Io amo le vecchie foto, mi piace guardare i vestiti, le pettinature. Fare una foto era un avvenimento raro e da onorare con tutti i crismi. Sempre ben pettinati e coi vestiti della festa. E nemmeno ridevano. Oddio, c’è da dire che se avessero sorriso per tutto il tempo che ci voleva a fare una foto all’epoca gli sarebbe venuto un crampo. Però la fotografia doveva dare di te un’immagine di eleganza e compostezza perché era una delle tre o quattro che facevi in tutta la tua vita.

Ora ne abbiamo tre o quattro per ogni cinque minuti della nostra vita. Probabilmente delle migliaia fatte ne resteranno qualche decina, tanto si cancellano, si perdono nei meandri dei dispositivi. La compostezza se ne è andata a grandi passi, va alla grande quella con la lingua fuori, un esercito di foto tutte uguali di disgustose lingue. Mi fanno schifo le lingue e detesto l’omologazione delle immagini. In qualunque città vadano, quella resta sul fondo, davanti ci sono sempre e solo loro, in un gesto di vittoria o di sbracamento, anche se dietro hanno dei capolavori. Ma non sto giudicando, perché il digitale ha dato la stura alla mia compulsività fotografica. Eccomi lì, a meditare sulla rarità di queste foto con la macchina fotografica che mi penzola dal polso e il cellulare in mano. E non solo perché negli ultimi viaggi mi ha abbandonato ora una ora l’altro gettandomi nell’horror vacui. Ho bisogno di immagini, ho bisogno che i colori siano proprio quelli lì e scelgo il dispositivo che di volta in volta li cattura meglio, ho bisogno che le cose più belle siano salvate in due luoghi separati. Ho paura di non ricordarmi e con le foto a costo zero, il cervello può permettersi di andare in vacanza.
Genova esige sempre un tributo di fatica, glielo pago ancora una volta inerpicandomi su un sentiero che si fa via via più stretto fino a inoltrarsi tra le rocce. Sopra le rocce, lapidi. La bislacca che c’è in me non può fare a meno di farsi sentire: ma mica avranno tolto le rocce, sepolto e poi rimesse al loro posto? Ma saranno solo lapidi commemorative, no? Né la bislacca né l’altra giungono a risposte certe e questo signore sembra unirsi alla meditazione.

Finalmente, annunciata e circondata da targhe,

arriva la tomba di Giuseppe Mazzini, inaccessibile all’interno.

Tutto intorno altre targhe.

Sempre ridondante, eh? avevo prima apostrofato D’Annunzio. In realtà le ridondanze commemorative, questo linguaggio “da targa” mi sono sempre piaciuti. Ovvio, usarlo ora sarebbe fuori luogo, ma questo continuo scarnificare il linguaggio per renderlo più immediato non ci ha portato poi molto.
Ridiscendo. Il cimitero prosegue alla mia sinistra

ma un gruppo di persone mi dice che lì non si tratta più di pietre ma di un dolore qui e ora che pietrifica. Così vado dalla parte opposta.
Gli evangelisti c’erano tutte e quattro ma gli altri tre erano imprendibili.

Mi avvio alla seconda meta, una chiesa con presepe. La strada mi serve per provare a capire questo pezzo di Genova. Dovrebbe essere periferia ma a Genova questa parola non ha lo stesso significato delle altre città. Allora anche Boccadasse è periferia, se intendiamo una zona lontana dal centro. No, le visioni qui vengono ribaltate. Parti dal centro storico, che è l’apoteosi dell’iper: iperfrequentato, iperattivo, ipermultietnico, iperturistico, sali verso piazza De Ferrari, imbocchi via XX Settembre (che i genovesi chiamano via Venti o addirittura «sono in Venti», punto), la via più “in” perché i vari e variopinti negozi del centro qui lasciano il posto a quelli di medio e alto lusso. E infatti è la via che mi è sempre interessata meno, marcata dal franchising pertanto uguale in tutte le città. Arrivi a Brignole, fai senza immergerti nella fauna della stazione, anche quella è uguale dappertutto, e prendi la via del Levante. I bei palazzi tipici precedono la sontuosità di quelli di Albaro, e poi corso Italia e Boccadasse e l’antifona l’hai già capita: la Genova ricca sta a Levante. Che ogni città sia divisa a zone è assodato ma qui la distinzione assume un aspetto più crudele. Perché a Genova c’è il mare. E il mare bello, trasparente e pulito è a Levante. Il mare oleoso di petrolio sta a Ponente, dove ci sono i cantieri, dove la Superba se n’è andata. Resiste fino a Sampierdarena e poi li molla, i meno abbienti, togliendogli anche il mare. Riprende la sua allure solo a Pegli, il mare pulito no, solo l’allure, ormai lanciata verso il resto della Liguria.
E allora, che Genova è questa che non è né Levante né Ponente e nemmeno centro? Le case dal bel rosso ci sono, un po’ sbiadito, ma segnala che il quartiere è vecchio. Dopo poco non mi interessa più il giochino della collocazione in classi: mi piace anche questa Genova qua e comunque devo correre dietro al cartello della chiesa, che sparisce, le strade si biforcano, salgono, scendono ma il cartello resta in esemplare unico. Altro tributo di fatica in altura. Guardo in su le case più nuove. Hanno i balconi che danno nel vuoto, e non ci sarebbe niente di strano, è la struttura portante che non riesco a vedere dove poggia. Ho lasciato da pochi metri un segno di frana, sotto ho sentito gorgogliare acqua, e se quel gorgoglio si trasformasse improvvisamente in rombo, dove sta la struttura portante di questa casa? Capite adesso perché mi sono presa la briga di dividere Genova in classi sociali? Perché essere ricco a Genova potrebbe anche fare la differenza tra la vita e la morte, tra il mantenere la casa integra e vedersela spazzare via da un’ondata di fango. Alla sera ne parlerò con l’autoctona Giovanna, che aggiungerà un ulteriore elemento d’angoscia, perché quello non l’avevo considerato: «Io penso anche se dovesse venire un terremoto». Ce ne resteremo in silenzio qualche secondo.

Genova 1 -Natale al mare

Fuori tempo, lo so, ma è ancora gennaio. Ma può essere un’idea per l’anno prossimo, tanto Genova è sempre là, il mare anche, l’anno prossimo pure. Tornerò a breve su questi schermi senza presepi, ma ancora con pezzi della Superba.

Comitato di benvenuto. Grazie amici!

Ehm… non era per me?

Museo dei Cappuccini di Genova con mostra presepi

Fuori dai luoghi d’arte, dentro la città, amenità (e non)

Ma quello che esagera è sempre lui

Fuori Genova

Chiavari

Questa sedia che giace così, apparentemente senza padrone, più affascinante di tante contemporanee pseudosculture.

Pietra Ligure

Bogliasco

Gatto che fa l’indifferente… sotto di lui un pescatore stava mostrando delle gallinelle di mare.

Deve essere facile fare il presepe quando si vive in un paese che sembra già un presepe.

Di nuovo a Genova

Il tramonta accende le piante di Nervi (piccoli miracoli queste piante che vivono di nessuna terra, di acqua salata, quasi sempre sferzate da onde e vento) ancora bionde d’autunno.

Presepi di Boccadasse

Salvate il soldato del Lorenteggio

– Vieni?
– Sì. Ma a che altezza è? che il Lurentech è lungo.
– Civico 29

Breve sunto dei messaggi tra me e un’amica. L’occasione è il racconto del Quartiere Brera tenuto da Francesco Mezzotera, il luogo l’oratorio di San Protaso al Lorenteggio. Scendo in piazza Bolivar e mi incammino in via Lorenteggio guidata dall’equazione oratorio = chiesa. Arrivo al 29, vado oltre fino al 31 ma di una chiesa neanche l’ombra. Mi volto e sullo spartitraffico, assediata dai cantiere della M4, vedo questa bellissima cappellina. Quando prevedo di potermi perdere parto sempre con un po’ di anticipo, ho quindi tutto il tempo per interrompere momentaneamente la mia ricerca. Ed ecco lì, con sorpresa, è lui San Protaso.

La signora all’entrata mi spiega che l’hanno salvato per un pelo dall’essere raso al suolo dai lavori della nuova metro. Un piccolo comitato di quartiere che ha avuto l’intelligenza e l’energia di mettersi di traverso e contrattare col Comune di Milano per farlo riconoscere come bene culturale. Guardo questo piccolissimo edificio accerchiato da palazzoni, macchine, cantieri e mi viene proprio in mente qualcosa che deve essere salvato. La gente intanto si fa intorno curiosa, non sono solo quelli che sono lì per la presentazione. La signora continua il suo racconto: quelle rare volte in cui riusciamo ad aprirlo, subito le persone si fermano, vengono a vederlo. Dovremmo avere la possibilità di tenerlo aperto più spesso.

Quando lo scopri pare impossibile, anche se in realtà basterebbe pensare agli antichi disegni che raffiguravano Milano come un “cerchiolino”. Poi è diventata un blob, e meno male che queste pietre sono rimaste a ricordare, chi mai ora potrebbe immaginare che il Lorenteggio fosse un comune a sé? Comune di Corpi Santi.

Il racconto su Brera inizia, partendo da più lontano di Brera per arrivarci alla fine lungo una serie di storia e curiosità che probabilmente sono in pochi a sapere, arricchito da proiezioni e inframmezzato da dolcissime melodie suonate con l’arpa classica da Elisa Torretta. Si resta così, in un luogo raccolto che pare custodirci, quasi ipnotizzati, tra antichi affreschi e suoni armoniosi. Si avverte, ma come se fosse lontano, lo stridore fastidioso di una città che macina il sabato pomeriggio.

Ah, che belle le persone prese da una passione e che questa passione vogliono comunicare agli altri. Grazie a Francesco Mezzotera che con le sue ricerche (e magari qualche notte insonne) arricchisce i milanesi, quelli che la amano, quelli mica tanto e certamente anche quelli che di Milano non sono.

Il suo blog
http://milanocuriosa.blogspot.com/

La sua pagina Facebook
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Nella mente dell’uomo che creò Blade Runner

Blade Runner è un film che da molto tempo giace in file sul mio computer. Appartiene a quel mondo di cose che potresti rivivere se non fosse che hai paura che tirandole fuori dallo scatolone perdano la magia del ricordo. I capi classici vanno bene ad ogni stagione, le emozioni no.
Per me Blade Runner è sempre stato il film + il robot umano + Harrison Ford. Non amando la fantascienza, non mi sono neanche mai posta la domanda se fosse stato tratto da un libro. Quindi, ora so che è stato tratto da Il cacciatore di androidi (Do Androids Dream of Electric Sheep?) di Philip K. Dick. Ma questo libro, malgrado il titolo, non parla della genesi del romanzo e non è nemmeno una biografia in senso stretto, non contiene infatti date e bibliografia. Blade Runner 1971: il prequel sgorga dalla corrente ininterrotta dei ricordi di Tessa B. Dick, una delle tante mogli dello scrittore, ne deduco l’ultima ufficialmente riconosciuta come tale. Si ha la sensazione di una persona che abbia scritto ad occhi chiusi, concentrata a memorizzare non solo i fatti ma anche i particolari, come il colore di un divano. La forma è infatti discontinua, passando dalla seconda persona alla terza col nome Tessa e qui e là c’è qualche ripetizione dello stesso avvenimento. Uno stile talvolta un poco disorientante per il lettore, che ne resta però catturato come se stesse vivendo accanto a loro, o solo a lei, i momenti narrati. L’atmosfera creata dall’incipit «Accomodatevi sulla sedia di Philip K. Dick, o sul lato opposto del tavolo, e godetevi la conversazione» permane fino alla fine del racconto.
A livello emotivo, questo libro non è per nulla facile da vivere. Paranoia “congenita” o indotta da droghe e alcol crea uno stato di turbamento quasi continuo, ulteriormente amplificato dal comprensibile dramma di uno scrittore che potrebbe avere una vita più che agiata grazie al suo lavoro e che si ritrova invece in gravi difficoltà economiche. Unica consolazione, una schiera di buoni amici con cui condividere musica e conversazioni. Ma forse il tema più angosciante è il pensiero che anche le democrazie consolidate come quella americana possono aprire nella loro storia enormi squarci di soprusi alle libertà individuali. L’ossessione di Dick di essere spiato in casa e pedinato fuori da parte della Cia potrebbe essere inquadrata come una sua mera paranoia o passare sotto le spesso esagerate teorie del complotto, se non fosse che chi ha anche solo una minima conoscenza del maccartismo sa delle brutture che ha generato e che non è morto definitivamente alla fine degli anni ’50. Per altri motivi, sotto altri nomi e, si spera, in altre forme si è ripresentato, e magari anche nel più recente Patriot Act. Uno Stato sul piede di guerra contro i suoi cittadini… c’è da non dormirci la notte.

Il Prequel appartiene alla categoria di libri che sogni di leggere con attaccato a un orecchio quei cartellini che si mettono alle porte degli alberghi: Non disturbare. Dobbiamo quindi rallegrarci della conoscenza virtuale tra Tessa B. Dick e Dario Rivarossa che ha tradotto il libro, permettendoci così di entrare nella casa e nella mente di uno scrittore.

Blade Runner 1971: il prequel
di Tessa B. Dick
Traduzione di Dario Rivarossa
Il Terebinto Edizioni