Là dove il Po diventa mare

Ma prima… Ravenna

Ravenna è Patrimonio dell’umanità per la sua arte del mosaico. Ed è effettivamente un tripudio di mosaici (tanto da farci anche qualcosa di simile).

4213 RavennaMi sembra giusto aggiungere che è anche una città intelligente: centro storico pedonalizzato, indicazione dei monumenti ovunque, piste ciclabili che conducono fuori città.

4291 Ravenna piazza del Popolo4153 Ravenna piazza del Popolo4185 Ravenna4195 Battistero degli Ariani RavennaParto dal sito un po’ più defilato rispetto alle basiliche e chiese più note, la Domus dei Tappeti di pietra, ospitata all’interno della chiesa di Santa Eufemia: quattordici ambienti mosaicati di una casa privata bizantina del V-VI secolo scoperti per caso durante alcuni lavori.

4210  Domus dei Tappeti di Pietra Ravenna 4204 Domus dei Tappeti di Pietra Ravenna 4208  Domus dei Tappeti di Pietra RavennaProseguo con il sito che accoglie la Basilica di San Vitale e il Mausoleo di Galla Placidia.

4201 San Vitale Ravenna4217 San Vitale Ravenna4218 Mausoleo di Galla Placidia RavennaLa basilica è splendida ma il mausoleo è qualcosa di unico. Gode di quella particolare condizione che contraddistingue anche, ad esempio, la Cappella degli Scrovegni di Giotto a Padova e la Sala dei Giganti di Palazzo Te a Mantova: con tanta bellezza racchiusa in uno spazio limitato si prova la sensazione stordente di trovarsi dentro all’opera.

4224 Mausoleo di Galla Placidia Ravenna 4220 3 Mausoleo di Galla Placidia Ravenna 4220 4 Mausoleo di Galla Placidia Ravenna 4220 Mausoleo di Galla Placidia Ravenna 4221 Mausoleo di Galla Placidia Ravenna 4223 Mausoleo di Galla Placidia RavennaBasilica di San Vitale

4241 Basilica di San Vitale Ravenna 4235 Basilica di San Vitale Ravenna 4237 Basilica di San Vitale Ravenna 4238 Basilica di San Vitale Ravenna Altri due capolavori sono il Battistero Neoniano

4227 Battistero Neoniano Ravennae il Battistero degli Ariani

4194 Battistero degli Ariani Ravenna4193 Battistero degli Ariani RavennaAnche il Battistero Neoniano fa parte di un sito ad “alta concentrazione d’arte”: vicinissimi la Cappella di Sant’Andrea e il Museo Arcivescovile che la ospita («non si possono fare foto», mette le mani avanti il giovane guardiano e io obbedisco) e il Duomo. Sebbene basilica metropolitana e di un certo pregio, quasi sparisce a confronto delle altre chiese.

Ma Ravenna è famosa anche per accogliere i resti mortali di Dante Alighieri. Ricorrendo poi il 750mo anniversario della sua morte, la città si prepara a vari eventi. Tra i quali quello poco culturale ma pur sempre indispensabile nel quale sono incorsa io: le grandi pulizie. La tomba è occupata all’interno da una signora col mocio che lava il pavimento e da un signore arrampicato sulla scala che si occupa dell’esterno. Decido quindi di tornare un’altra volta, anche perché, ennesimo sito, ne vale la pena: chiesa di San Francesco, tomba di Dante e chiostri francescani tutto insieme.

4154 Ravenna San Francesco4157 Ravenna San Francesco4158 Ravenna ex Tomba Dante4161 Ravenna Chiostri francescani4296 Chiostri francescani Ravenna

4295 Tomba Dante RavennaTomba Dante RavennaE a proposito… si è avverato un sogno?

100_4245Nel mio primo pomeriggio a Ravenna il vagabondare senza meta mi porta alla splendida chiesa di Santa Maria in Porto,

4167 Santa Maria in Porto Ravenna4169 Santa Maria in Porto Ravenna4172 Santa Maria in Porto Ravennaall’edificio del VI-VII secolo di San Salvatore Ad Calchi

4173 San Salvatore Ad Calchi  Ravenna4176 San Salvatore Ad Calchi  Ravennaa Sant’Apollinare Nuovo, dove tornerò perché, anche qui,

4177 Sant Apollinare Nuovo Ravenna4180 Sant Apollinare Nuovo Ravenna4288 Sant Apollinare Nuovo Ravennai mosaici valgono veramente la visita.

4287 Sant Apollinare Nuovo Ravenna 4281 Sant Apollinare in Classe Ravenna 4282 Sant Apollinare Nuovo Ravenna 4285 Sant Apollinare Nuovo RavennaÈ tempo però di lasciare il sicuro centro storico e di volgere le scarpe verso Sant’Apollinare in Classe: Classe è una frazione e sta appunto fuori. I dintorni di Ravenna sono la pianura più sparata e tra campi e il quasi nulla sorge la basilica.

4247 Sant Apollinare in Classe Ravenna

4248  Sant Apollinare in Classe Ravenna

4281 Sant Apollinare in Classe Ravenna 4249 4250 Sant Apollinare in Classe Ravenna 4252 Sant Apollinare in Classe Ravenna 4253 Sant Apollinare in Classe RavennaSu consiglio dell’albergatore, decido di unire la visita a Sant’Apollinare all’Antico Porto di Classe. Già, perché Ravenna in epoca romana era un importantissimo porto, i sedimenti in seguito l’hanno fatta arretrare di circa 9 chilometri dal mare. Anche l’autista un po’ distratto fa arretrare me di circa 4 chilometri, ma questa non è Storia.

4260 Antico Porto di Classe  Ravenna 4261  Antico Porto di Classe  Ravenna 4262  Antico Porto di Classe  Ravenna 4266  Antico Porto di Classe  RavennaOltre alla rovine, qui mi trovo al cospetto di questo strano animaletto mai visto prima. Lancio un appello perché qualcuno mi illumini sul suo nome.

4268  Antico Porto di Classe  RavennaCi sono luoghi, come questo antico porto, il cui valore storico è incalcolabile ma si potrebbe restare un po’ delusi da quello estetico. È il caso anche del Mausoleo di Teodorico.

4273 Mausoleo di Teodorico Ravenna4276 Mausoleo di Teodorico Ravenna

Però le persone che magari incontri per arrivarci o i luoghi on the way ne valgono la pena.

4270 Rocca Brancaleone Ravenna4278 Darsena Ravenna4279 Darsena Ravenna4280 Darsena RavennaSicuramente è valsa la pena scambiare ogni sera quattro chiacchiere con il receptionist che mi ha invitato a tornare per il 2019, quando aprirà il Museo Byron. Avevo visto una targa che ricordava di un suo periodo trascorso a Ravenna ma non conoscevo la storia di amore e rivoluzione che mi è stata raccontata.

Il sole se n’è quasi andato, sto salutando Ravenna, domani sarà altro. Gli ultimi passi mi portano davanti a una targa.  “Devastante follia”… me ne resto lì un po’ a pensare, a questi tempi bui, a queste parole che, purtroppo, sembrano drammaticamente non essersi chiuse per sempre nel 1945.

100_4292Il Delta del Po

Non ho deciso io questa meta, è stata lei a chiamare me. Perché un padano prima o poi deve andare a vedere dove tutto comincia ma non vuole ritrovarsi tra corna celtiche e ampolle e allora va dove tutto si trasforma? Forse. O perché è un luogo naturalistico? Molto più probabile. Comunque fuori dalla città e dentro la natura, che è poi la cosa che mi rende più felice. Porto Garibaldi, Garibaldi, Anita e la sua triste fine tra le paludi.

4301 Porto GaribaldiE quindi via, a caccia delle motonavi. La Dalì risponde all’appello e la prima gita si fa alle Valli di Comacchio. Tra saline, barconi, capanni, reti, allevamenti di vongole e cozze, aironi cinerini, cavalieri d’Italia, garze, garzette, avvistamento di fenicotteri rosa (mica tanto rosa a dir la verità), la nave scivola via in un paesaggio insolito e affascinante. Sottofondo musicale, per fortuna molto discreto, rigorosamente romagnolo. Il capitano Nicola narra storie di uomini e acqua. Mi resta in mente Valle Fattibello, perché lì i pescatori potevano lavarsi e tagliarsi i capelli. All’ora dell’“happy hour” Calid (mica tanto romagnolo) serve un allegro fritto misto.

4330 Delta Po4335 Valli Comacchio4340 Valli Comacchio4342 Valli Comacchio4343 Valli Comacchio4355 Valli Comacchio4356 Valli Comacchio4364 Valli Comacchio

4363 3 Valli di Comacchio 4351 Valli di Comacchio 4353 Valli di Comacchio 4357 Valli di Comacchio 4363 1 Valli di Comacchio 4363 2 Valli di ComacchioIl giorno dopo è Po di Goro, Po di Gnocca (sic), Sacca degli Scardovari, con tappa a terra all’Isola dell’Amore.

4369 Delta Po4372  Delta PoQui lo sbalzo termico tra il vento marino e l’afa della zona paludosa per un attimo piega le gambe. È un paesaggio strano, quasi non sembra appartenere alla Terra se non fosse per una macchina da lavoro che in lontananza sbuffa fumo scuro. In ogni caso lì senti la trasformazione, il fiume diventa mare, il mare si insinua nel fiume.

4378  Delta Po4379 Isola dell Amore4380 Isola dell Amore4381 Isola dell Amore4382 Isola dell AmoreNessuno dei gitanti ritarda di un secondo la risalita: nel nulla monta l’ansia da abbandono.

4382 Isola dell AmoreUn moncone sorgente dall’acqua parla di qualcosa di strano.

4388 Po di Goro4391 Po di GoroSiamo nel ramo di Goro, l’immensa distesa di acqua non era lì, fino agli Sessanta, era dentro il suo corso finché l’alluvione non l’ha portata fuori sommergendo paesi e campagne, quel pezzo di edificio è l’unica cosa rimasta.

4392 Delta Po4393  Delta Po4396  Delta PoLa Dalì si incunea poi tra le canne e si ferma, è ora di pranzo.

4402  Delta Po4398  Delta Po4401 3 Delta Po 4401 1 Delta Po 4401 2 Delta PoCalid mi assegna il posto accanto a una famiglia di romeni, la ragazza è attratta dal mio andare in solitaria e parla con me, parla di Transilvania e Dracula. Oh, Transilvania, prima o poi mi piacerebbe venirci, dico. Scrivimi, risponde, e ti do tutte le informazioni che vuoi. Tata, papà in romeno, apprendo.
Dopo pranzo l’allegria è ancora più accesa. Dalla signora milanese che una volta all’anno molla la famiglia per tagliarsi un viaggio su misura a quella di Almese, in Piemonte, il paese di Luca Mercalli. Davvero? dico, ma è uno dei miei miti! Sarà il la per trascinarmi in un discorso sulla Val di Susa, i laghi di Avigliana, il riciclo, l’orto biologico e così via. Il marito torinese intenditore dei segni esoterici sparsi per la città la richiama al dovere di mamma. Ma poi torna e con incredibile memoria riprende: dunque, stavamo dicendo. All’arrivo è tutto uno scambiarsi di saluti e sento qualcuno, lì sul molo, che dice: devono proprio essersi divertiti.

Nel mezzo delle due gite c’è Comacchio, la piccola Venezia, paese delle anguille (carissime!), di Trepponti

4302 Trepponti Comacchio4309 Trepponti Comacchioe di altre attrattive…

4304 Comacchio4308 Comacchio4311 Comacchio4329 Comacchioe anche di cose imbarazzanti come le anatre finte, che io ovviamente ho capito essere finte solo dopo essermi lasciata andare ad imbarazzanti tentativi di approccio.

4322 ComacchioMi dirigo nel centro e decido di non seguire la rotta indicata, non subito. La strada mi porterà a curiosità…

ci saranno stati delle sedute consiliari in merito? E non vorremo mica celebrare la lana in un paese di pesca?

4312 ComacchioCome a scuola… Presente!

4314 Comacchioe come se non bastassero gli sms che irrompono da lontano nel mio cellulare mettendomi in guardia sugli uomini-pesce di Lovecraft

4326 Comacchio Pupi Avatie a un piccolo gioiello. La facciata diroccata, unica cosa rimasta, del monastero dei Santi Mauro e Agostino. Gli alberi l’hanno ormai dominata e il sole passa attraverso a quelle che erano le finestre.

4320 monastero dei Santi Mauro e Agostino4319 monastero dei Santi Mauro e Agostino4318 ComacchioE poi c’è il mare di Porto Garibaldi. L’Adriatico non mi ha mai emozionato. Non blu intenso, niente scogli contro cui impazzare, troppo fermo, per nulla selvaggio. Ma comunque è mare e la distesa di sabbia, ormai semivuota nel primo autunno, è bella. Me ne sto lì a guardarla con in testa  tutto l’armamentario di canzoni che celebrano il mare.

Porto Garibaldi spiaggia 1Porto Garibaldi spiaggia 2Porto Garibaldi spiaggia 3It’s a long long way to Ferrara

Il mio viaggio avrebbe dovuto proseguire verso Ferrara e Bologna ma il maltempo mi ferma. Vittima dell’italica inefficienza dei mezzi di trasporto e della mia dabbenaggine, in assenza del pullman ufficiale mi ritroverò trasportata di pulmino in pulmino, sotto una pioggia scrosciante, in piena pianura, e a chi la conosce la pianura fa paura perché sa che non c’è niente di più isolato. Quando piove, poi, nemmeno un trattore su cui contare. Temo da un momento all’altro che l’autista mi lasci sul ciglio di un fosso ma la prima meta arriva. È la stazione di Codigoro. Niente orari, niente bagno, nessun personale di servizio, solo un ragazzo di incerta nazionalità che prima mi dice che non parla italiano e poi, come a cercare conforto nell’unica forma umana esistente in quel momento, mi chiede se parlo inglese. Io invece mi chiedo che cosa ci faccia uno straniero lì. Una specie di littorina arriva come un raggio di sole a darci speranza. La parola Ferrara sembra quasi agire da phon sul nostro fradiciume. In un vagone di quarta classe mi domando perché non sono più attenta e perché ogni tanto devo ritrovarmi in queste situazioni.

Codigoro stazionePerché se no quando mai avresti saputo che esiste Codigoro?, mi rispondo. Un gruppetto di galline lungo i binari accende la mia curiosità. Siamo prossimi alla stazione di Massafiscaglia. Hai mai visto delle galline da stazione? No. Hai mai sentito nominare Massafiscaglia? No. Ecco, è per questo che a volte deragli.

A Ferrara non posso farne a meno: con immensa dignità appoggio la valigia per terra, ne estraggo un paio di calze asciutte e cambio le scarpe da tennis con i sandali. Non che l’opera di disprezzo verso me stessa cessi: ti cambi in stazione come una barbona e vai in giro coi sandali con le calze come una tedesca. Va bene, ok, me ne torno a Milano. E Bologna? A Bologna c’è un po’ di sole ma si vede che non durerà. Non ci provare! Ok, dopo “solo” nove mezzi di trasporto sarà casa.

Gli occhi dei viaggiatori

Sorridono a tutto, al parco ma anche alla strada e perfino al parcheggio, si dicono che siamo ancora vestiti d’estate, sorridete anche a me e io sorrido a voi perché vedo gli occhi azzurri da UK. Sì, siamo ancora vestiti d’estate a questa latitudine. Perché al viaggiatore in terra straniera tutto incuriosisce, tutto attrae in quell’euforia da viaggio a cui basta il non conosciuto per accendersi. So di che si tratta e quindi capisco che potete trovare qualcosa di strano anche nello scontato perché non è scontato per voi. Enjoy your holiday, vi saluto prima di scendere dall’autobus, ancora sorrisi e già vi sbracciate come un italiano. Mah, mi sa che questi sono scozzesi, penso. Mi sono presa blu, verde, colori, foche, uccelli, castelli e ho sofferto per i vostri bimbi svestiti su spiagge gelide e quindi prendete anche voi, il nostro duomo, Brera, quel che volete, anche le cose bruttine, vi serviranno nelle vostre lunghe serate gelide.
Forse è questo che tutti i folli del mondo o le regole di un’Europa imbrigliata e imbrigliante non potranno mai portarci via. Staremo fermi un po’, con il trolley tra le gambe come tiene la coda tra le zampe il cane impaurito e poi ripartiremo. Perché il vuoto degli imbecilli non lo sopportiamo.

Emblematici Stemmari

StemmiA distanza di alcuni anni dalla pubblicazione dello Stemmario della provincia di Pavia (La Provincia di Pavia. Gli stemmi civici del Pavese, della Lomellina e dell’Oltrepò), ho avuto il piacere di essere ricontattata dal dottor Carletto Genovese per una nuova collaborazione ad un altro Stemmario. Ad essere ora percorsa in lungo e in largo, guardando in alto verso antichi edifici, castelli o angoli di strade («Fermatevi, ovunque vi troviate, e guardatevi in giro. Non ci vorrà molto tempo a scovarne.») o nel chiuso di uffici tra documenti dimenticati è la provincia di Como. Le parole del dottor Genovese rendono bene l’idea del grande lavoro di ricerca che c’è dietro queste pubblicazioni:
«Ho speso molto tempo nel silenzio solenne degli Archivi di Stato per rievocare la memoria degli stemmi. Ho preso in mano carte ingiallite, impolverate, ho decifrato scritture ridondanti d’altri tempi (…) Mi sono impegnato con tenacia e passione, al solo scopo di svelare quella parte mancante del simbolo e ho portato alla luce, come un novello Indiana Jones, un mondo sconosciuto.»
Il primo Stemmario è stato per me una finestra su un mondo nuovo, che mi ha incuriosito e coinvolto. A questo Stemmi dei comuni comaschi si è aggiunto qualcosa di personale. Parecchi nomi di questi paesi giacevano tra i ricordi, riportati al quotidiano raramente. E ora eccoli qui, a saltar fuori dallo schermo e a ricondurmi all’infanzia o a ormai molti anni fa: Lurago d’Erba, Gravedona, Sorico, Pusiano, Fino Mornasco e altri, come se le radici vivessero in uno stato latente senza mai morire veramente o come se certi momenti se ne fossero andati per sempre e invece no, si ricompongono solidi pezzo per pezzo e magari ti ritrovi ancora a ridere come allora.
Gli Stemmari sono un viaggio nella storia di un pezzo d’Italia e se appartieni in qualche modo a quel pezzetto lì, sono un viaggio anche nella tua di storia.

Stemmi dei comuni comaschi è in vendita con La Provincia e su Amazon

Procida, bella e perigliosa

Il mio viaggio inizia testando la concorrenza: un’offerta vantaggiosissima mi porterà a Napoli con Italo. Classe Smart, very smart, ma con cinema. Proiettano Benvenuti al Sud, mi sembra la scelta più ovvia e spero al ritorno in Benvenuti al Nord, visto che li ho mancati entrambi, aspettativa delusa. Napoli alle 20.30 è stranamente a traffico scorrevole, cosa che pagherò in termini di terrore puro sul taxi lanciato a tutta birra sulle strade che mi porteranno all’albergo. Quando penso che la mia vacanza finirà ancora prima di iniziare, mi trovo invece scaricata in corso Umberto I («che poi tradotto sarebbe: n’goppa ’o rettifil, vasc ei quatt palazz, nnanz a Miezzcannon, n’t può sbaglià», spiegazione partenopea dell’indirizzo riportatami da Carlo). Dei due enormi portoni ne sono aperte solamente piccole frazioni, così che varcarli con valigia e zaino si rivela operazione più complessa di quanto ci si possa immaginare. Un ascensore a vista mi porta tra cigolii al quinto piano. Nel lento tragitto mi vengono in mente quei film in cui uno sta acquattato dentro e va su e giù cercando di sfuggire al serial killer che lo insegue per le scale. Dopo cena faccio un giretto attorno alla piazza, un ragazzo si sta applicando con zelo a picchiare contro il marciapiede un’asse del wc, lo scopo è di smontarla ma non capisco se vuole divellere le cerniere dall’asse o viceversa. Il balconcino della stanza mi offre la vista delle colline di Napoli illuminate, da una parte, e dall’altra un angolo di totale oscurità che è il mare. La mattina dopo trovo ad aspettarmi l’Antiviaggiatore, che con rodata conoscenza geografica e storica mi conduce nei vicoli di Napoli fino al Duomo,Duomo Napoliche custodisce la Cappella del tesoro di San Gennaro, e poi ancora via, per Spaccanapoli fin dentro una bottega di presepi artigianali. Strade e stradette e si ritorna al porto dei traghetti. In uno dei bar, Carlo farà la celestiale conoscenza di una provola di bufala affumicata. Si mangerà anche la mia ché, forse avvezza ad altri sapori, non riesco proprio a gradire. Se c’è una cosa di cui sono contenta è che quando calo come un barbaro a scompigliare le loro vite, involontariamente faccio scoprire qualcosa anche a loro, come se li ripagassi di tanta disponibilità nei miei confronti. Ed eccomi in mezzo al mare, con quello stato d’animo che ormai conosco bene, ansia per l’imprevisto ed euforia da viaggio, perché ormai niente mi dà più gioia che andarmene.

Un’ora dopo, la prima immagine di Procida, come la ricordavo, con i suoi colori consumati e il viavai di persone e mezzi. Un altro tassista, un altro viaggio ancora più folle del primo, attraverso strade minuscole, pedoni e muri che recano i segni dei tanti autisti non abbastanza bravi come il mio a prendere le misure al millimetro. Gli albergatori si premurano di dire che la camera è vista mare, li sentirò comunicarlo ogni volta ad altri ospiti, forse per mitigare col panorama le magagne della stanza. Ma chi se ne importa, in fondo, il mare sta lì. Scendo la via di lastroni e mi autocongratulo per non aver messo le infradito ma i sandali con una robusta suola antiscivolo. La spiaggia di sabbia quasi nera, di origine vulcanica, è lunga e sgombra di ammassi umani. I faraglioni ammaliano e il mare chiama.

Procida Faraglioni 1Distrattamente registro un uomo che sta a parecchi metri dalla riva, pur con l’acqua ancora sotto le ginocchia. Ma sono plasmata sul mar ligure ed entro guardinga, aspettandomi in un niente l’acqua dalle caviglie al mento. Macché, qui hai voglia a camminare! Non so se esiste uno spettacolo più sconcertante di un milanese da ufficio al suo primo bagno della stagione. Bianco, molle e incriccato vive il triste senso di inadeguatezza nel trovarsi così, all’improvviso, ad affrontare la natura e contemporaneamente si dà a scomposte manifestazioni di gioia, sì che dobbiamo assomigliare molto a degli animali liberati da qualche gabbia. Finito l’imbarazzante rito, mi guardo intorno con riacquistata razionalità. Studio i faraglioni, li sfioro con reverenza,

Procida Faraglioni 2mi perdo negli strati delle rocce sopra la spiaggia, anche l’occhio non esperto capisce che racchiudono la storia della Terra.

Procida rocceUna reginella mi riporta all’infanzia. Sono sulla spiaggia di Chiaiolella, per quanto vedrò in seguito, sicuramente la più bella.

Chiaiolella SpiaggiaLa mattina seguente mi avvio verso Terra Murata. Procida la bella si è già palesata, ora conoscerò anche il suo volto periglioso. Non è il lastricato sconnesso, le salite faticose, le discese da fare di traverso, sono le macchine, gli scooter, le bici elettriche, gli autobus, i taxi che riempiendo le vie minuscole dell’isola rendono le camminate pericolose. Così che per fare pochi metri ci metti un sacco di tempo, perché se vuoi vivere devi ora rintanarti nei rientri, ora appiccicarti ai muri come una lucertola, e spesso rimpiangi di non poterli risalire come loro. Questo è l’unico aspetto negativo di Procida, a cui non ci si abitua.

Case Procida 1Case Procida 2

Terra Murata 100_4027Terra Murata 100_4028

Terra Murata è una zona su cui sorgono l’abbazia di San Michele, una bella chiesetta,

Terra Murata altareil Belvedere dei due cannoni, l’ex carcere borbonico e la Casa-Museo di Graziella.

Terra Murata panoramaTerra MurataGraziella è la protagonista dell’omonimo romanzo di Alphonse de Lamartine, qui naufragato nel 1811.

Graziella pietra

Graziella testa

Museo Casa Graziella 100_4036Museo Casa Graziella 100_4037Museo Casa Graziella 100_4040L’allestimento delle stanze con oggetti, mobili e vestiti d’epoca è davvero molto bello.

Museo Casa Graziella 100_4033Museo Casa Graziella 100_4035Museo Casa Graziella 100_4034

Museo Casa Graziella 100_4042Museo Casa Graziella 100_4043Niente è realmente appartenuto all’eroina di De Lamartine, se non l’area su cui sorge la casa, che dalla descrizione dei luoghi fatta nel romanzo si è quasi certi sia questa. Prima di introdurvi nelle stanze, le giovani guide vi inviteranno a salire sulla terrazza per ammirare il paesaggio.

100_4032100_4031Museo Casa Graziella 100_4046E prima ancora, vale la pena fermarsi nel minuscolo ma interessantissimo Museo geologico e affidarsi alla spiegazione delle ragazze che lo gestiscono. Qui si possono vedere alcuni oggetti, copie degli originali custoditi alla Federico II di Napoli, fatte a mano e con materiali d’epoca, di quelli rinvenuti sui fondali di Vivara, un tempo promontorio dell’isola ora separata dal bradisismo negativo che agisce da secoli su Procida, di origine vulcanica con ben cinque crateri.

Museo geologico ProcidaVivara, che è riserva naturale e marina e ospita un centro di biologia marina, in realtà sarebbe ancora collegata. Esiste infatti un ponte, chiuso però da anni per questioni di contenziosi e burocrazia. Come a dire che se la geologia ha il bradisismo negativo, gli uomini hanno il bradipismo, ovviamente ancor più negativo.Nei giorni seguenti mi avventurerò ancora per l’isola

Procida 100_4051vedrò la spiaggia di Pozzo Vecchio o altrimenti detta del Postino (dall’ultimo film girato qui da Massimo Troisi), di sassi e molto meno bella di Chiaiolella. Mi inerpicherò verso Solchiaro, la passeggiata migliore perché qui il traffico è ridotto al minimo, dai muri delle case esplodono i colori dei limoni e dei fiori e il paesaggio è splendido.

Solchiaro Procida 100_4057Solchiaro Procida 100_4060Solchiaro Procida 100_4062Solchiaro Procida 100_4065Solchiaro Procida 100_4066Solchiaro Procida 100_4069Solchiaro Procida 100_4072E naturalmente tornerò a Marina Corricella,

Corricella 100_4017dove pescatori, gatti e cani si dividono in pace la poca ombra.

Corricella 100_4090Tra montagne di reti, barche, case colorate incastrate fra loro come quelle dei presepi, sembra quasi di vivere in un’altra epoca, eppure nello stesso tempo è così autentico, nessuna mano ha artatamente allestito il borgo ad uso turistico. Corricella di giorno è accesa di sole e colori, di sera di luci, gente ai tavoli attorniati di gatti e musica.

Corricella 100_4092I gatti sono una costante dell’isola. Questo è stato una sera il mio commensale:

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I procidani sono affabili, sempre ben disposti verso il prossimo. A volte capita, sembra che ce ne sia uno più schivo, in realtà è solo un approcciarsi più lento ma poi la conversazione scatta, placida ma inarrestabile. Ho appreso da loro che una delle professioni più comuni è il marittimo. Gente che se ne sta mesi per mare e dopo tanti anni torna e investe il guadagno nell’isola, ma questo succedeva di più anni fa. E che devono capire da che parte andare, se avvicinarsi alla più turistica sorella maggiore Ischia (ammirata e forse un po’ invidiata) o mantenere la loro identità. «Tenete la vostra identità» è sempre stata la mia risposta, perché questi sono i posti migliori del mondo, altrimenti il mondo diventa tutto uguale. Non mi hanno mai risposto esplicitamente sì o no, però mi hanno sempre sorriso come quando uno ti dice qualcosa di bello.

Il lunedì, con mio immenso piacere Giuliana e Carlo approdano all’isola. Giuliana mi guarda sconsolata mentre lui elenca i motivi per cui non gli piace il mare, quello nostro naturalmente, visto che lui è avvezzo a solcare i burrascosi mari del Nord. Quasi all’improvviso però si getta in acqua, affrontando le grosse onde che da qualche giorno non si chetano, lasciandoci a guardarlo piene di ansia. Quando ormai stiamo quasi pensando di andarlo a prendere, si decide a tornare a terra avvisando che ora non potremo dire che non ha fatto la sua parte al mare. La sua presenza in spiaggia comunque non si protrae per molto, ha avuto l’incarico di comprare i famosi limoni di Procida. Questo è quello che si dice accattammo ’a frutta, mi spiega Giuliana trascinando il sacchetto pieno di limoni giganti. Temono che per qualche legge protezionista locale non potranno portare gli agognati frutti fuori dal suolo procidano, ma li vedrò imbarcare i frutti proibiti indisturbati. Sarà piuttosto il tassista di Napoli a dar loro problemi: per una qualche misteriosa ragione i limoni non potranno trovare posto sul sedile.

Tra mare e sole i giorni passano tranquilli, tranne che per le incursioni telefoniche di Sabato che decide che l’ultimo giorno lo passerò ad Agerola. Disdice l’albergo, mi dà le dritte su pullman e orari, mi riempie la testa di frazioni di Agerola. Il pullman a Napoli parte da Varco Immacolatella. Chiaiolella, Corricella, Immacolatella, e tutti così finiscono i nomi qui? E lui ride. Che poi, medito lungo la discesa alla spiaggia, Usmate, Velate, Carnate, ognuno c’ha i suoi. Mi attardo al tramonto, l’ora più bella e quella in cui su ogni mare del mondo scendono i gabbiani in cerca di resti.

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Mi attardo perché è l’ultima sera e separarsi dal mare è come perdere un pezzo d’anima. Monterosso, Genova, Sumbrugh, Edimburgo, Brest… come i gabbiani ho sempre avuto la mia ora, di congedo, di blu, di occhi lucidi

100_4113L’aliscafo è in ritardo di 10 minuti, ce la faccio ad arrivare all’Immacolatella entro le 14.30? E saran domande da fare a un tassista di Napoli? Carlo e Giuliana avevano calcolato 15/20 minuti, questo ce ne mette cinque perché probabilmente delle rotonde o altri giri obbligati a lui poco importa.
Agerola ormai è anche Biscotto. Digli per favore di non andare a Positano finché non arrivo, avevo detto a Sabi al telefono. Ed eccolo lì, a ronfare dietro al banco della tabaccheria.

BiscottoNo, non ci va più a Positano perché sul Sentiero degli dei fa troppo caldo ormai, mi spiega Antonio. Di notte va in giro qua in zona e quindi di giorno è stanco morto. Lo vedrò tornare con un pezzo di pane. Una volta è tornato con una salsiccia, mi informa, rubata? Donata? Mah… Insomma, prima dei reciproci racconti umani su come stiamo e non stiamo, il mitico cane prende il sopravvento.

Biscotto 2Dalla camera della stanza entra già l’aria fresca che ricordo bene. Da Milano giungono notizie di caldo insopportabile. La sera si va a mangiare a Furore (“il paese che non c’è”, così viene definito, perché se ne sta sparso un po’ qua un po’ là). Sabato si lamenta che la mia porzione di spigola è più grande della sua. Il dolce sì, è più grande il mio, ma solo perché è una cosa diversa, ma Sabato ritiene di averne abbastanza dell’onta e si lamenta con l’amico ristoratore. Anche la spigola?, chiede lui. La prossima volta la misurerò col goniometro. Per consolarsi, si scola due bicchierini di finocchietto selvatico lasciato a macerare nella vodka. E i tornanti? Chiedo. Se c’è una cosa che ricordo con terrore è proprio la strada di Agerola. Non c’è problema, dicono insieme lui e l’amico, Sabi sa guidare. Il nulla nero sotto, illuminato solo in un punto da una lampara, è il mare, tutto intorno le luci della Costiera e più in alto quelle dei paesi di montagna. Alle 23 il freddo d’altura vince sull’aria tiepida di mare. È tempo di rientrare, domani sarà Milano.

Ancora una volta, il mio grazie agli amici campani, che lascio sempre con tanta nostalgia.

Laboratorio di scrittura… creativa? Un reportage

A volte mi sono chiesta, o mi hanno chiesto, che cosa pensassi dei corsi di scrittura creativa. La risposta non è mai stata tra le più entusiaste. La ragione principale è perché penso che il talento è qualcosa di innato, che non si apprende e non si insegna. Il secondo motivo è che applicare la tecnica alla sfera creativa sia in un certo senso rischioso. Si potrebbe generare omologazione. Ma d’altra parte è anche vero che può esserci il talento delle idee ma non la sapienza nell’esprimerle, e comunque rigettare a priori un’esperienza è abbastanza stupido, considerando poi che questi laboratori riscuotono un grande successo. Così, quando Carlo mi ha detto che stava accingendosi a frequentarne uno, per l’esattezza uno di lettura e scrittura, gli ho subito detto: «Fammi sapere!» L’inviato da Avellino non ha disatteso le mie richieste e, a corso finito e pizza mangiata (che a leggere quello che ha combinato ci si stupisce che l’abbiano invitato), mi ha inviato il seguente reportage.

Angolo delle StorieCara Elena,

Non ho dimenticato le tue curiosità circa il laboratorio di scrittura “Parole tra noi leggere”, la cui seconda edizione ho appena terminato di frequentare. E passo quindi ora a raccontarne, come da te gentilmente richiesto, qui sul tuo blog.

Come ti dicevo, eravamo alla seconda edizione – io alla prima ancora non c’ero – ed ho subito apprezzato il fatto che non si sarebbe trattato di scrittura “creativa”; che se ci pensi bene è una faccenda un po’ pleonastica, per non dire per radical chic. Altro che creatività a merenda, qui sulla pagina, e sulle tecniche per produrla come si deve, si sudava eccome: tanto per incominciare, letture di classici di riferimento. Perché se vuoi scrivere bene, devi per forza conoscere chi e come lo ha fatto assai prima e assai meglio di te. Perciò allora vai con Virginia Woolf, Ernest Hemingway, Edgar Allan Poe, Raymond Carver, Daniele del Giudice, William Faulkner e non so se mi spiego, io mica li avevo mai letti, tanti di questi, e la classe si vede. Anche quella degli scrittori che sono stati nostri graditissimi ospiti in carne e penna per due interessanti pomeriggi di domande a tutto spiano: Franco Festa e Matilde Iaccarino.

Le loro testimonianze, attraverso le quali ci hanno gentilmente concesso di rubargli un po’ di ferri e segreti del mestiere, sono state per noi preziose; così come quelle elargiteci lezione per lezione da una delle due insegnanti, la scrittrice Emilia Bersabea Cirillo, di cui sono sicuro non vorrai perderti l’ultimo splendido noir, Non smetto di avere freddo, appena uscito per L’Iguana Editrice.

Emilia Bersabea Cirillo

Emilia Bersabea Cirillo

L’altra insegnante, la bravissima Anna Catapano, viene invece – oltre che dal Piemonte che è già una cosa singolare e speciale qui da queste parti – da una pluriennale esperienza di comunicazione e pubbliche relazioni maturata in ambiti istituzionali. E di tale suo vissuto personale ci ha trasferito la estrema cura per il dettaglio e la strumentazione logica e  lessicale indispensabile in un bagaglio espressivo che voglia essere quantomeno dignitoso: analisi dei personaggi, costruzione delle trame, sviluppo narrativo in prima, seconda e terza persona singolari e plurali, differenti punti di vista del narratore, tipologie di incipit, dosaggi di climax, fasi di revisione del testo, variazioni e sfumature di tono, stile e genere eccetera.

Anna Catapano, Matilde Iaccarino, Emilia Bersabea Cirillo

Anna Catapano, Matilde Iaccarino, Emilia Bersabea Cirillo

Insomma tutto quello che trasforma un mediocre testo partorito di getto – sempre diffidare di chi pubblica quello che scrive di getto, non è quasi mai presentabile – in un prodotto rispettoso del lettore e degli obiettivi che l’autore si è proposto.

Ebbene sì, lo ammetto, come mio solito ho dato un po’ di fastidio. Ma cosa vuoi, ero là come premiato del concorso scaturito dal laboratorio dello scorso anno, ed è stata evidentemente sottovalutata la mia inadeguatezza al contesto. Non quella autoriale, no, parlo di quella personale, tu mi conosci… e così la docenza e la classe si è dovuta sorbire la mia cronica  deficienza di quaderni – scusa, Emilia! – ed il mio conseguente scribacchiare su spiegazzati pizzini tirati fuori di tasca al momento, manco fossi un picciotto di cosa nostra, il rumoroso tamburellare della mia penna sul tavolo – vero, Lidia? – le mie bifolche citazioni di fantasy e horror, le mie stupide battute a sproposito e la mia molesta presenza in genere. Ce l’hanno fatta, però, a sopportarmi, e soltanto per questo un bel premio lo darei io a tutti loro.

Anna e Carlo

Anna e Carlo

Intanto però, nonostante la mia ciucciaggine e monelleria da terza età, qualcosina alla fine l’ho assimilata e messa a frutto anch’io; per esempio come e perché non si usano i punti esclamativi e i puntini sospensivi che prima mi piacevano tanto, o come star zitto e lasciare il foglio in bianco se hai poco o nulla da dire, anche se questo io continuo a trovarlo difficile. Un’altra cosa bella, anzi bellissima, è stato lo scambio quasi quotidiano con gli altri corsisti dei nostri testi scritti per esercizio.

InsiemeAprire la posta elettronica in queste settimane non è mai stato tanto bello ed entusiasmante, pochi attimi ed entravi subito nei mille loro mondi interiori: l’elegante, stiloso Sud America bohémien di Giovanni, i compassati e al tempo stesso arguti salotti di Marta, i simpatici, scanzonati e generosi antieroi di Antonio, le riflessive e sagge bimbe di Mafalda, le determinate donne in carriera di Maria Paola, le melanconiche eppur imprevedibili figure di Antonella, le sagge e navigate alter ego di Lidia (stupefacente seconda piemontese in aula), le deliziose damine d’antan di Mariella e Rossella (che si vede anche quando scrivono che sono sorelle), e a questo punto non vorrei proprio aver dimenticato nessuno o nessuna, ma credimi, la sbornia di storie e di vite era incredibile, tanto che non mi sembrava vero di poterle vivere tutte assieme contemporaneamente!

Insieme 2Spero a loro siano ugualmente piaciuti i miei topi da ufficio ed i miei mostri alieni, così lontani da tutto il resto, proprio come le loro creature letterarie dalle mie… ecco, ho di nuovo usato punto esclamativo e puntini di sospensione, e lo vedi allora che mi devo impegnare di più?

Così, da un intreccio narrativo nato lì per lì con l’assegnazione di una vecchia foto cui ispirarsi, all’analisi della musicalità e dell’impatto emotivo di singole lettere e frasi, al calarsi di volta in volta in diversi generi letterari – se non addirittura in panni e penna di scrittori famosi, per tentare di riprodurre il caratteristico stile di ognuno – siamo arrivati quasi senza accorgercene all’ultima lezione e all’appuntamento con la pizza di fine stagione. Già con la mente al prossimo anno per il prosieguo di questo affascinante percorso, che, partito non a caso dal  nostro Angolo delle Storie preferito (thè, succhi di frutta e biscotti inclusi: uè saluti e grazie anche a te, Consiglia!) ci porterà… ci porterà… ci porterà! Arrivederci in autunno punto esclamativo, che frattanto di questi vizi interpunzionali avrò tutto il tempo di liberarmi durante l’estate.

Ciao e scrivete scrivete scrivete che non è mai tempo perso

Carlo Crescitelli