Emblematici Stemmari

StemmiA distanza di alcuni anni dalla pubblicazione dello Stemmario della provincia di Pavia (La Provincia di Pavia. Gli stemmi civici del Pavese, della Lomellina e dell’Oltrepò), ho avuto il piacere di essere ricontattata dal dottor Carletto Genovese per una nuova collaborazione ad un altro Stemmario. Ad essere ora percorsa in lungo e in largo, guardando in alto verso antichi edifici, castelli o angoli di strade («Fermatevi, ovunque vi troviate, e guardatevi in giro. Non ci vorrà molto tempo a scovarne.») o nel chiuso di uffici tra documenti dimenticati è la provincia di Como. Le parole del dottor Genovese rendono bene l’idea del grande lavoro di ricerca che c’è dietro queste pubblicazioni:
«Ho speso molto tempo nel silenzio solenne degli Archivi di Stato per rievocare la memoria degli stemmi. Ho preso in mano carte ingiallite, impolverate, ho decifrato scritture ridondanti d’altri tempi (…) Mi sono impegnato con tenacia e passione, al solo scopo di svelare quella parte mancante del simbolo e ho portato alla luce, come un novello Indiana Jones, un mondo sconosciuto.»
Il primo Stemmario è stato per me una finestra su un mondo nuovo, che mi ha incuriosito e coinvolto. A questo Stemmi dei comuni comaschi si è aggiunto qualcosa di personale. Parecchi nomi di questi paesi giacevano tra i ricordi, riportati al quotidiano raramente. E ora eccoli qui, a saltar fuori dallo schermo e a ricondurmi all’infanzia o a ormai molti anni fa: Lurago d’Erba, Gravedona, Sorico, Pusiano, Fino Mornasco e altri, come se le radici vivessero in uno stato latente senza mai morire veramente o come se certi momenti se ne fossero andati per sempre e invece no, si ricompongono solidi pezzo per pezzo e magari ti ritrovi ancora a ridere come allora.
Gli Stemmari sono un viaggio nella storia di un pezzo d’Italia e se appartieni in qualche modo a quel pezzetto lì, sono un viaggio anche nella tua di storia.

Stemmi dei comuni comaschi è in vendita con La Provincia e su Amazon

Procida, bella e perigliosa

Il mio viaggio inizia testando la concorrenza: un’offerta vantaggiosissima mi porterà a Napoli con Italo. Classe Smart, very smart, ma con cinema. Proiettano Benvenuti al Sud, mi sembra la scelta più ovvia e spero al ritorno in Benvenuti al Nord, visto che li ho mancati entrambi, aspettativa delusa. Napoli alle 20.30 è stranamente a traffico scorrevole, cosa che pagherò in termini di terrore puro sul taxi lanciato a tutta birra sulle strade che mi porteranno all’albergo. Quando penso che la mia vacanza finirà ancora prima di iniziare, mi trovo invece scaricata in corso Umberto I («che poi tradotto sarebbe: n’goppa ’o rettifil, vasc ei quatt palazz, nnanz a Miezzcannon, n’t può sbaglià», spiegazione partenopea dell’indirizzo riportatami da Carlo). Dei due enormi portoni ne sono aperte solamente piccole frazioni, così che varcarli con valigia e zaino si rivela operazione più complessa di quanto ci si possa immaginare. Un ascensore a vista mi porta tra cigolii al quinto piano. Nel lento tragitto mi vengono in mente quei film in cui uno sta acquattato dentro e va su e giù cercando di sfuggire al serial killer che lo insegue per le scale. Dopo cena faccio un giretto attorno alla piazza, un ragazzo si sta applicando con zelo a picchiare contro il marciapiede un’asse del wc, lo scopo è di smontarla ma non capisco se vuole divellere le cerniere dall’asse o viceversa. Il balconcino della stanza mi offre la vista delle colline di Napoli illuminate, da una parte, e dall’altra un angolo di totale oscurità che è il mare. La mattina dopo trovo ad aspettarmi l’Antiviaggiatore, che con rodata conoscenza geografica e storica mi conduce nei vicoli di Napoli fino al Duomo,Duomo Napoliche custodisce la Cappella del tesoro di San Gennaro, e poi ancora via, per Spaccanapoli fin dentro una bottega di presepi artigianali. Strade e stradette e si ritorna al porto dei traghetti. In uno dei bar, Carlo farà la celestiale conoscenza di una provola di bufala affumicata. Si mangerà anche la mia ché, forse avvezza ad altri sapori, non riesco proprio a gradire. Se c’è una cosa di cui sono contenta è che quando calo come un barbaro a scompigliare le loro vite, involontariamente faccio scoprire qualcosa anche a loro, come se li ripagassi di tanta disponibilità nei miei confronti. Ed eccomi in mezzo al mare, con quello stato d’animo che ormai conosco bene, ansia per l’imprevisto ed euforia da viaggio, perché ormai niente mi dà più gioia che andarmene.

Un’ora dopo, la prima immagine di Procida, come la ricordavo, con i suoi colori consumati e il viavai di persone e mezzi. Un altro tassista, un altro viaggio ancora più folle del primo, attraverso strade minuscole, pedoni e muri che recano i segni dei tanti autisti non abbastanza bravi come il mio a prendere le misure al millimetro. Gli albergatori si premurano di dire che la camera è vista mare, li sentirò comunicarlo ogni volta ad altri ospiti, forse per mitigare col panorama le magagne della stanza. Ma chi se ne importa, in fondo, il mare sta lì. Scendo la via di lastroni e mi autocongratulo per non aver messo le infradito ma i sandali con una robusta suola antiscivolo. La spiaggia di sabbia quasi nera, di origine vulcanica, è lunga e sgombra di ammassi umani. I faraglioni ammaliano e il mare chiama.

Procida Faraglioni 1Distrattamente registro un uomo che sta a parecchi metri dalla riva, pur con l’acqua ancora sotto le ginocchia. Ma sono plasmata sul mar ligure ed entro guardinga, aspettandomi in un niente l’acqua dalle caviglie al mento. Macché, qui hai voglia a camminare! Non so se esiste uno spettacolo più sconcertante di un milanese da ufficio al suo primo bagno della stagione. Bianco, molle e incriccato vive il triste senso di inadeguatezza nel trovarsi così, all’improvviso, ad affrontare la natura e contemporaneamente si dà a scomposte manifestazioni di gioia, sì che dobbiamo assomigliare molto a degli animali liberati da qualche gabbia. Finito l’imbarazzante rito, mi guardo intorno con riacquistata razionalità. Studio i faraglioni, li sfioro con reverenza,

Procida Faraglioni 2mi perdo negli strati delle rocce sopra la spiaggia, anche l’occhio non esperto capisce che racchiudono la storia della Terra.

Procida rocceUna reginella mi riporta all’infanzia. Sono sulla spiaggia di Chiaiolella, per quanto vedrò in seguito, sicuramente la più bella.

Chiaiolella SpiaggiaLa mattina seguente mi avvio verso Terra Murata. Procida la bella si è già palesata, ora conoscerò anche il suo volto periglioso. Non è il lastricato sconnesso, le salite faticose, le discese da fare di traverso, sono le macchine, gli scooter, le bici elettriche, gli autobus, i taxi che riempiendo le vie minuscole dell’isola rendono le camminate pericolose. Così che per fare pochi metri ci metti un sacco di tempo, perché se vuoi vivere devi ora rintanarti nei rientri, ora appiccicarti ai muri come una lucertola, e spesso rimpiangi di non poterli risalire come loro. Questo è l’unico aspetto negativo di Procida, a cui non ci si abitua.

Case Procida 1Case Procida 2

Terra Murata 100_4027Terra Murata 100_4028

Terra Murata è una zona su cui sorgono l’abbazia di San Michele, una bella chiesetta,

Terra Murata altareil Belvedere dei due cannoni, l’ex carcere borbonico e la Casa-Museo di Graziella.

Terra Murata panoramaTerra MurataGraziella è la protagonista dell’omonimo romanzo di Alphonse de Lamartine, qui naufragato nel 1811.

Graziella pietra

Graziella testa

Museo Casa Graziella 100_4036Museo Casa Graziella 100_4037Museo Casa Graziella 100_4040L’allestimento delle stanze con oggetti, mobili e vestiti d’epoca è davvero molto bello.

Museo Casa Graziella 100_4033Museo Casa Graziella 100_4035Museo Casa Graziella 100_4034

Museo Casa Graziella 100_4042Museo Casa Graziella 100_4043Niente è realmente appartenuto all’eroina di De Lamartine, se non l’area su cui sorge la casa, che dalla descrizione dei luoghi fatta nel romanzo si è quasi certi sia questa. Prima di introdurvi nelle stanze, le giovani guide vi inviteranno a salire sulla terrazza per ammirare il paesaggio.

100_4032100_4031Museo Casa Graziella 100_4046E prima ancora, vale la pena fermarsi nel minuscolo ma interessantissimo Museo geologico e affidarsi alla spiegazione delle ragazze che lo gestiscono. Qui si possono vedere alcuni oggetti, copie degli originali custoditi alla Federico II di Napoli, fatte a mano e con materiali d’epoca, di quelli rinvenuti sui fondali di Vivara, un tempo promontorio dell’isola ora separata dal bradisismo negativo che agisce da secoli su Procida, di origine vulcanica con ben cinque crateri.

Museo geologico ProcidaVivara, che è riserva naturale e marina e ospita un centro di biologia marina, in realtà sarebbe ancora collegata. Esiste infatti un ponte, chiuso però da anni per questioni di contenziosi e burocrazia. Come a dire che se la geologia ha il bradisismo negativo, gli uomini hanno il bradipismo, ovviamente ancor più negativo.Nei giorni seguenti mi avventurerò ancora per l’isola

Procida 100_4051vedrò la spiaggia di Pozzo Vecchio o altrimenti detta del Postino (dall’ultimo film girato qui da Massimo Troisi), di sassi e molto meno bella di Chiaiolella. Mi inerpicherò verso Solchiaro, la passeggiata migliore perché qui il traffico è ridotto al minimo, dai muri delle case esplodono i colori dei limoni e dei fiori e il paesaggio è splendido.

Solchiaro Procida 100_4057Solchiaro Procida 100_4060Solchiaro Procida 100_4062Solchiaro Procida 100_4065Solchiaro Procida 100_4066Solchiaro Procida 100_4069Solchiaro Procida 100_4072E naturalmente tornerò a Marina Corricella,

Corricella 100_4017dove pescatori, gatti e cani si dividono in pace la poca ombra.

Corricella 100_4090Tra montagne di reti, barche, case colorate incastrate fra loro come quelle dei presepi, sembra quasi di vivere in un’altra epoca, eppure nello stesso tempo è così autentico, nessuna mano ha artatamente allestito il borgo ad uso turistico. Corricella di giorno è accesa di sole e colori, di sera di luci, gente ai tavoli attorniati di gatti e musica.

Corricella 100_4092I gatti sono una costante dell’isola. Questo è stato una sera il mio commensale:

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I procidani sono affabili, sempre ben disposti verso il prossimo. A volte capita, sembra che ce ne sia uno più schivo, in realtà è solo un approcciarsi più lento ma poi la conversazione scatta, placida ma inarrestabile. Ho appreso da loro che una delle professioni più comuni è il marittimo. Gente che se ne sta mesi per mare e dopo tanti anni torna e investe il guadagno nell’isola, ma questo succedeva di più anni fa. E che devono capire da che parte andare, se avvicinarsi alla più turistica sorella maggiore Ischia (ammirata e forse un po’ invidiata) o mantenere la loro identità. «Tenete la vostra identità» è sempre stata la mia risposta, perché questi sono i posti migliori del mondo, altrimenti il mondo diventa tutto uguale. Non mi hanno mai risposto esplicitamente sì o no, però mi hanno sempre sorriso come quando uno ti dice qualcosa di bello.

Il lunedì, con mio immenso piacere Giuliana e Carlo approdano all’isola. Giuliana mi guarda sconsolata mentre lui elenca i motivi per cui non gli piace il mare, quello nostro naturalmente, visto che lui è avvezzo a solcare i burrascosi mari del Nord. Quasi all’improvviso però si getta in acqua, affrontando le grosse onde che da qualche giorno non si chetano, lasciandoci a guardarlo piene di ansia. Quando ormai stiamo quasi pensando di andarlo a prendere, si decide a tornare a terra avvisando che ora non potremo dire che non ha fatto la sua parte al mare. La sua presenza in spiaggia comunque non si protrae per molto, ha avuto l’incarico di comprare i famosi limoni di Procida. Questo è quello che si dice accattammo ’a frutta, mi spiega Giuliana trascinando il sacchetto pieno di limoni giganti. Temono che per qualche legge protezionista locale non potranno portare gli agognati frutti fuori dal suolo procidano, ma li vedrò imbarcare i frutti proibiti indisturbati. Sarà piuttosto il tassista di Napoli a dar loro problemi: per una qualche misteriosa ragione i limoni non potranno trovare posto sul sedile.

Tra mare e sole i giorni passano tranquilli, tranne che per le incursioni telefoniche di Sabato che decide che l’ultimo giorno lo passerò ad Agerola. Disdice l’albergo, mi dà le dritte su pullman e orari, mi riempie la testa di frazioni di Agerola. Il pullman a Napoli parte da Varco Immacolatella. Chiaiolella, Corricella, Immacolatella, e tutti così finiscono i nomi qui? E lui ride. Che poi, medito lungo la discesa alla spiaggia, Usmate, Velate, Carnate, ognuno c’ha i suoi. Mi attardo al tramonto, l’ora più bella e quella in cui su ogni mare del mondo scendono i gabbiani in cerca di resti.

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Mi attardo perché è l’ultima sera e separarsi dal mare è come perdere un pezzo d’anima. Monterosso, Genova, Sumbrugh, Edimburgo, Brest… come i gabbiani ho sempre avuto la mia ora, di congedo, di blu, di occhi lucidi

100_4113L’aliscafo è in ritardo di 10 minuti, ce la faccio ad arrivare all’Immacolatella entro le 14.30? E saran domande da fare a un tassista di Napoli? Carlo e Giuliana avevano calcolato 15/20 minuti, questo ce ne mette cinque perché probabilmente delle rotonde o altri giri obbligati a lui poco importa.
Agerola ormai è anche Biscotto. Digli per favore di non andare a Positano finché non arrivo, avevo detto a Sabi al telefono. Ed eccolo lì, a ronfare dietro al banco della tabaccheria.

BiscottoNo, non ci va più a Positano perché sul Sentiero degli dei fa troppo caldo ormai, mi spiega Antonio. Di notte va in giro qua in zona e quindi di giorno è stanco morto. Lo vedrò tornare con un pezzo di pane. Una volta è tornato con una salsiccia, mi informa, rubata? Donata? Mah… Insomma, prima dei reciproci racconti umani su come stiamo e non stiamo, il mitico cane prende il sopravvento.

Biscotto 2Dalla camera della stanza entra già l’aria fresca che ricordo bene. Da Milano giungono notizie di caldo insopportabile. La sera si va a mangiare a Furore (“il paese che non c’è”, così viene definito, perché se ne sta sparso un po’ qua un po’ là). Sabato si lamenta che la mia porzione di spigola è più grande della sua. Il dolce sì, è più grande il mio, ma solo perché è una cosa diversa, ma Sabato ritiene di averne abbastanza dell’onta e si lamenta con l’amico ristoratore. Anche la spigola?, chiede lui. La prossima volta la misurerò col goniometro. Per consolarsi, si scola due bicchierini di finocchietto selvatico lasciato a macerare nella vodka. E i tornanti? Chiedo. Se c’è una cosa che ricordo con terrore è proprio la strada di Agerola. Non c’è problema, dicono insieme lui e l’amico, Sabi sa guidare. Il nulla nero sotto, illuminato solo in un punto da una lampara, è il mare, tutto intorno le luci della Costiera e più in alto quelle dei paesi di montagna. Alle 23 il freddo d’altura vince sull’aria tiepida di mare. È tempo di rientrare, domani sarà Milano.

Ancora una volta, il mio grazie agli amici campani, che lascio sempre con tanta nostalgia.

Laboratorio di scrittura… creativa? Un reportage

A volte mi sono chiesta, o mi hanno chiesto, che cosa pensassi dei corsi di scrittura creativa. La risposta non è mai stata tra le più entusiaste. La ragione principale è perché penso che il talento è qualcosa di innato, che non si apprende e non si insegna. Il secondo motivo è che applicare la tecnica alla sfera creativa sia in un certo senso rischioso. Si potrebbe generare omologazione. Ma d’altra parte è anche vero che può esserci il talento delle idee ma non la sapienza nell’esprimerle, e comunque rigettare a priori un’esperienza è abbastanza stupido, considerando poi che questi laboratori riscuotono un grande successo. Così, quando Carlo mi ha detto che stava accingendosi a frequentarne uno, per l’esattezza uno di lettura e scrittura, gli ho subito detto: «Fammi sapere!» L’inviato da Avellino non ha disatteso le mie richieste e, a corso finito e pizza mangiata (che a leggere quello che ha combinato ci si stupisce che l’abbiano invitato), mi ha inviato il seguente reportage.

Angolo delle StorieCara Elena,

Non ho dimenticato le tue curiosità circa il laboratorio di scrittura “Parole tra noi leggere”, la cui seconda edizione ho appena terminato di frequentare. E passo quindi ora a raccontarne, come da te gentilmente richiesto, qui sul tuo blog.

Come ti dicevo, eravamo alla seconda edizione – io alla prima ancora non c’ero – ed ho subito apprezzato il fatto che non si sarebbe trattato di scrittura “creativa”; che se ci pensi bene è una faccenda un po’ pleonastica, per non dire per radical chic. Altro che creatività a merenda, qui sulla pagina, e sulle tecniche per produrla come si deve, si sudava eccome: tanto per incominciare, letture di classici di riferimento. Perché se vuoi scrivere bene, devi per forza conoscere chi e come lo ha fatto assai prima e assai meglio di te. Perciò allora vai con Virginia Woolf, Ernest Hemingway, Edgar Allan Poe, Raymond Carver, Daniele del Giudice, William Faulkner e non so se mi spiego, io mica li avevo mai letti, tanti di questi, e la classe si vede. Anche quella degli scrittori che sono stati nostri graditissimi ospiti in carne e penna per due interessanti pomeriggi di domande a tutto spiano: Franco Festa e Matilde Iaccarino.

Le loro testimonianze, attraverso le quali ci hanno gentilmente concesso di rubargli un po’ di ferri e segreti del mestiere, sono state per noi preziose; così come quelle elargiteci lezione per lezione da una delle due insegnanti, la scrittrice Emilia Bersabea Cirillo, di cui sono sicuro non vorrai perderti l’ultimo splendido noir, Non smetto di avere freddo, appena uscito per L’Iguana Editrice.

Emilia Bersabea Cirillo

Emilia Bersabea Cirillo

L’altra insegnante, la bravissima Anna Catapano, viene invece – oltre che dal Piemonte che è già una cosa singolare e speciale qui da queste parti – da una pluriennale esperienza di comunicazione e pubbliche relazioni maturata in ambiti istituzionali. E di tale suo vissuto personale ci ha trasferito la estrema cura per il dettaglio e la strumentazione logica e  lessicale indispensabile in un bagaglio espressivo che voglia essere quantomeno dignitoso: analisi dei personaggi, costruzione delle trame, sviluppo narrativo in prima, seconda e terza persona singolari e plurali, differenti punti di vista del narratore, tipologie di incipit, dosaggi di climax, fasi di revisione del testo, variazioni e sfumature di tono, stile e genere eccetera.

Anna Catapano, Matilde Iaccarino, Emilia Bersabea Cirillo

Anna Catapano, Matilde Iaccarino, Emilia Bersabea Cirillo

Insomma tutto quello che trasforma un mediocre testo partorito di getto – sempre diffidare di chi pubblica quello che scrive di getto, non è quasi mai presentabile – in un prodotto rispettoso del lettore e degli obiettivi che l’autore si è proposto.

Ebbene sì, lo ammetto, come mio solito ho dato un po’ di fastidio. Ma cosa vuoi, ero là come premiato del concorso scaturito dal laboratorio dello scorso anno, ed è stata evidentemente sottovalutata la mia inadeguatezza al contesto. Non quella autoriale, no, parlo di quella personale, tu mi conosci… e così la docenza e la classe si è dovuta sorbire la mia cronica  deficienza di quaderni – scusa, Emilia! – ed il mio conseguente scribacchiare su spiegazzati pizzini tirati fuori di tasca al momento, manco fossi un picciotto di cosa nostra, il rumoroso tamburellare della mia penna sul tavolo – vero, Lidia? – le mie bifolche citazioni di fantasy e horror, le mie stupide battute a sproposito e la mia molesta presenza in genere. Ce l’hanno fatta, però, a sopportarmi, e soltanto per questo un bel premio lo darei io a tutti loro.

Anna e Carlo

Anna e Carlo

Intanto però, nonostante la mia ciucciaggine e monelleria da terza età, qualcosina alla fine l’ho assimilata e messa a frutto anch’io; per esempio come e perché non si usano i punti esclamativi e i puntini sospensivi che prima mi piacevano tanto, o come star zitto e lasciare il foglio in bianco se hai poco o nulla da dire, anche se questo io continuo a trovarlo difficile. Un’altra cosa bella, anzi bellissima, è stato lo scambio quasi quotidiano con gli altri corsisti dei nostri testi scritti per esercizio.

InsiemeAprire la posta elettronica in queste settimane non è mai stato tanto bello ed entusiasmante, pochi attimi ed entravi subito nei mille loro mondi interiori: l’elegante, stiloso Sud America bohémien di Giovanni, i compassati e al tempo stesso arguti salotti di Marta, i simpatici, scanzonati e generosi antieroi di Antonio, le riflessive e sagge bimbe di Mafalda, le determinate donne in carriera di Maria Paola, le melanconiche eppur imprevedibili figure di Antonella, le sagge e navigate alter ego di Lidia (stupefacente seconda piemontese in aula), le deliziose damine d’antan di Mariella e Rossella (che si vede anche quando scrivono che sono sorelle), e a questo punto non vorrei proprio aver dimenticato nessuno o nessuna, ma credimi, la sbornia di storie e di vite era incredibile, tanto che non mi sembrava vero di poterle vivere tutte assieme contemporaneamente!

Insieme 2Spero a loro siano ugualmente piaciuti i miei topi da ufficio ed i miei mostri alieni, così lontani da tutto il resto, proprio come le loro creature letterarie dalle mie… ecco, ho di nuovo usato punto esclamativo e puntini di sospensione, e lo vedi allora che mi devo impegnare di più?

Così, da un intreccio narrativo nato lì per lì con l’assegnazione di una vecchia foto cui ispirarsi, all’analisi della musicalità e dell’impatto emotivo di singole lettere e frasi, al calarsi di volta in volta in diversi generi letterari – se non addirittura in panni e penna di scrittori famosi, per tentare di riprodurre il caratteristico stile di ognuno – siamo arrivati quasi senza accorgercene all’ultima lezione e all’appuntamento con la pizza di fine stagione. Già con la mente al prossimo anno per il prosieguo di questo affascinante percorso, che, partito non a caso dal  nostro Angolo delle Storie preferito (thè, succhi di frutta e biscotti inclusi: uè saluti e grazie anche a te, Consiglia!) ci porterà… ci porterà… ci porterà! Arrivederci in autunno punto esclamativo, che frattanto di questi vizi interpunzionali avrò tutto il tempo di liberarmi durante l’estate.

Ciao e scrivete scrivete scrivete che non è mai tempo perso

Carlo Crescitelli

 

 

Battuta sul Biscotto

- Forse abbiamo un cane
- In che senso forse?
- È venuto qui, forse resta da noi
Una cosa così detta da uno di un qualsiasi altro luogo d’Italia mi avrebbe fatto imbestialire. I cani li hai o non li hai, li tieni o non li tieni. Ma detto da un agerolese non mi ha scombussolato più di tanto. Ad Agerola se un cane non ha un padrone, ne ha cento.
E poi la conferma: Biscotto è ufficialmente il cane della famiglia Cuomo e legittimamente presiede Sabi e Tabacchi.

biscottoDopo un po’ però Biscotto sparisce. Sono dispiaciuti tutti, me compresa naturalmente. Ma fortunatamente torna.
- Cos’è successo?
- Non lo so, è mancato per un paio di giorni

Certi cani sono insofferenti a un legame troppo stretto. Le notizie rimbalzano da Agerola a Milano, Biscotto adesso-sì adesso-no. E infine il mistero viene dipanato. C’è il Sentiero degli dei che da Agerola porta giù al mare di Positano, semplicemente Biscotto l’ha fatto suo, godendo, beato lui, di montagna e di mare, di funghi o di vongole a suo piacimento. Io questa storia la volevo scrivere tempo fa, non appena ho saputo del turismo canino di questo indomito miscuglio, ma ieri sono stata battuta sul tempo. Da un vero professionista della scrittura, Flavio Pagano, che ha trovato una spiegazione ancora più romantica a queste fuitine: Un «don Giovanni» a 4 zampe:
i viaggi di Biscotto, cane innamorato

Vai, Biscotto! Sei tutti noi liberi dentro!